Venerdì 06 Dicembre 2019

Spirale del silenzio

Significato di Spirale del silenzio

Spirale del silenzio

La Spirale del silenzio è una delle teorie sugli effetti persuasivi dei media. L’ipotesi di base è che alcuni meccanismi tipici di media di massa come i giornali o, soprattutto, la televisione contribuiscano a enfatizzare opinioni e posizioni prevalenti mentre riducono al silenzio, appunto, idee e issue minoritarie.


A formulare la teoria fu, negli anni Ottanta, Elisabeth Noelle-Neumann all’interno di un omonimo saggio (“La spirale del silenzio. Per una teoria dell’opinione pubblica“, 2002), nonostante alcune premesse teoriche della spirale del silenzio fossero già state avanzate da Lazarsfeld, per esempio, studiando il risultato delle presidenziali americane del 1940. Proprio la comunicazione politica e, meglio, il marketing politico ed elettorale rimangono, tra l’altro, campi prediletti in cui verificare l’eventuale effetto spirale del silenzio.

Spirale del silenzio: le premesse teoriche

Il path di ricerca di Noelle-Neumann, si è già accennato, era finalizzato soprattutto a dimostrare come i mass media, e alcune loro dinamiche, contribuiscano a omologare l’opinione pubblica e dissuadere voci e idee dissonanti. La spirale del silenzio, però, agirebbe ancor prima, grazie a quello che potrebbe essere considerato una sorta di paradosso della democrazia. Se uno dei fondamenti della democrazia è, infatti, la libertà di espressione che è dovuta a tutti i cittadini, è vero anche che c’è, in questo come in molti altri casi, una sorta di controllo sociale e legato alla vita e alle relazioni pubbliche di ciascuno. La reputazione, la desiderabilità sociale di alcune idee e di alcune posizioni o, ancora, la paura e la minaccia dell’isolamento fanno in modo così che chi abbia opinioni dissonanti dalla maggioranza non solo sia restio a esprimerle – operando, semplificando molto, una sorta di autocensura – ma, in non poche occasioni, tenda a uniformarsi alla «tirannia della maggioranza» (concetto che, per tornare alle radici teoriche della spirale del silenzio, Noelle-Neumann mutua da Tocqueville).

La «competenza quasi-statistica» e il «clima d’opinione mediale»: due elementi fondanti della teoria della spirale del silenzio

Il presupposto – ed è questo uno dei passaggi più curiosi della teoria della spirale del silenzio – è che gli individui siano dotati di una «competenza quasi-statistica». Ognuno ha la capacità cioè, parafrasando la studiosa, di stimare quanto siano forti le diverse posizioni all’interno del dibattito pubblico e, in termini più pratici, di valutare quale sia l’orientamento maggioritario e quanto le proprie idee e le proprie opinioni si avvicinino a questo. Va da sé che nell’effettuare una valutazione di questo tipo gli input provengono tanto dalle relazioni interpersonali, quanto dal sistema dei media, ossia da quello che è indicato come «clima d’opinione mediale».

Il ruolo dei media nell’orientare l’opinione pubblica e alimentare

Come si è già detto, del resto, sono alcuni meccanismi e alcune routine insiti nell’organizzazione dei media di massa ad accentuare la spirale del silenzio. La studiosa, in particolare, individua consonanza, cumulatività, risonanza e articolazione come elementi che contribuiscono a isolare e sottorappresentare idee e opinioni che si discostano da quelle dominanti. Semplificando molto, infatti, i giornali e le televisioni non di rado operano per tematizzazione  e, cioè, offrono visibilità a temi, argomenti e fatti tra di loro simili e riconducibili allo stesso sforzo interpretativo (consonanza). Altrettanto spesso ripetono questo processo a tornate successive (cumulatività), cosicché non stupisce che periodicamente tornino di moda certi trend o siano sotto i riflettori e presentati come emergenziali temi specifici, anche indipendentemente dalla reale significatività statistica. L’effetto spirale del silenzio risulta più evidente, però, quando i media di massa danno esplicitamente più spazio, più visibilità a certe opinioni e non ad altre (risonanza) o quando spiegano nel dettaglio un’idea o un punto di vista (articolazione) rendendo probabile che, sia perché sono meglio comprensibili sia perché ci si sente più sicuri nell’adottarli, questi diventino di pubblico dominio e costituiscano l’opinione dominante. Il corollario – e il cuore, a ben guardare, della teoria della spirale del silenzio – è che la sottorappresentazione su giornali e televisioni delle minoranze e delle loro idee e posizioni dia il via a un circolo vizioso che risulta in un loro ulteriore isolamento.

Alcuni esempi di spirale del silenzio in azione

Gli effetti – e i rischi – che derivano da isolamento delle minoranze e spirale del silenzio sono particolarmente insidiosi se colpiscono processi democratici come quelli di voto, per esempio. Un caso direttamente descritto dalla Noelle-Neumann sembrerebbe spiegare, tra l’altro, come e perché funzionino certi sondaggi elettorali dalla dubbia validità. In due tornate di elezioni successive, quella del 1965 e quella del 1972, questi avevano dato per vincente per l’intera durata della campagna elettorale l’SPD (il Partito Socialdemocratico di Germania) che, in entrambi i casi, aveva poi effettivamente vinto le elezioni. Con ogni probabilità, diffondendo l’idea che l’opinione pubblica era in larga parte a favore del partito socialdemocratico, i sondaggi avevano convinto gli indecisi, per quanto contrari in principio o all’origine al programma o alle proposte politiche di questa forza politica, a votarla sotto l’effetto della pressione sociale e per paura appunto di un isolamento di qualsiasi sorta. Anche prove di laboratorio, comunque, confermerebbero l’effetto spirale del silenzio. La studiosa, per esempio, cita l’esperimento di Asch: a un gruppo di dieci persone era stato chiesto di confrontare la lunghezza di una serie di linee con quella di una linea di riferimento e di farlo prima da soli, poi con la partecipazione di una serie di persone, complici di chi aveva organizzato l’esperimento, che sostenevano la risposta sbagliata. Nel secondo caso, quando cioè costretti a confrontarsi con una maggioranza di persone che sostenevano la stessa idea, per quanto errata, solo due partecipanti all’esperimento su dieci restarono fermi nelle loro (giuste) convinzioni: una prova, appunto, di come funziona la spirale del silenzio ma, anche, la conformità sociale. Nella prefazione all’edizione italiana de “La spirale del silenzio”, del 2002, viene fornito un altro esempio piuttosto esplicito: in considerazione della narrazione che la maggior parte dei media generalisti fecero dell’attentato alle Torri Gemelle dell’anno prima, per molto tempo anche chi ne era convinto stentò ad ammettere tanto i dubbi su una potenziale co-responsabilità della politica americana nell’episodio di terrorismo quanto quelli che riguardavano la validità della reazione militare a stelle e strisce.

Spirale del silenzio e social media

Per molto tempo e con un certo entusiasmo si è guardato ai social media come a degli strumenti democratici, senza barriere all’entrata, con all’apparenza minori bias e per questo potenzialmente in grado di rappresentare meglio anche opinioni e posizioni delle minoranze, una sorta di rimedio, insomma, alla spirale del silenzio. È davvero così? Fenomeni come quelli delle echo chamber e delle filter bubble sembrano già suggerire di no. Una prova più empirica è sembrata darla, però, uno studio del Pew Research Center dedicato proprio a spirale del silenzio e social media. Ne è risultato, infatti, che chi per paura di essere in disaccordo con la maggioranza e dell’isolamento che potrebbe derivare da ciò non vuole parlare di un certo argomento (come la questione Snowden o i Datagate) dal vivo, raramente è più propenso a farlo in pubblico. In entrambi i casi, sia online sia offline, e considerata tra l’altro la delicatezza dell’argomento, le persone si sono dette (quasi due volte) più propense a esprimere le proprie reali opinioni solo se coscienti di rivolgersi a interlocutori che ne avevano di simili o con cui si trovavano d’accordo. Non solo, insomma, la spirale del silenzio funziona anche sui social ma, in qualche modo, sembra propagarsi dai social alla vita reale, oltre e più di quanto avviene contrario. Secondo lo stesso studio, infatti, chi crede che i propri amici su Facebook o propri follower su Twitter dissentano o non siano d’accordo su alcune sue idee o posizioni sarebbe persino meno propenso a esprimerle faccia a faccia e in contesti come una discussione a tavola o al bar, tra amici.

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