Domenica 12 Luglio 2020
ComunicazioneL’utilità di Google Docs per il Black Lives Matter e quel (complicato) rapporto tra social e proteste di piazza

L'utilità di Google Docs per il Black Lives Matter e quel (complicato) rapporto tra social e proteste di piazza

Perché gli attivisti stanno utilizzando Google Docs per il Black Lives Matter e com'è cambiato, nel tempo, il rapporto tra social e proteste di piazza.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
L'utilità di Google Docs per il Black Lives Matter e quel (complicato) rapporto tra social e proteste di piazza

Per gli attivisti afroamericani, impegnati dopo la morte di George Floyd per mano della polizia in accese proteste di piazza che, dal Minnesota, si sono propagate in numerosi altri stati, e non solo americani, strumenti e ambienti digitali sono irrinunciabili ma non è questa la novità. È almeno dai tempi della Primavera Araba, infatti, che si discute dell’importanza che reti sociali e piattaforme digitali hanno nell’organizzare e gestire le proteste, tanto che allora si usò spesso l’espressione ” social media revolution” in riferimento a quei movimenti, tutt’altro che virtuali, che contribuirono a spodestare i vecchi regimi autoritari e teocratici del Medio Oriente. La vera novità sarebbe il ruolo che sta avendo soprattutto Google Docs per il Black Lives Matter.

Come (e perché) gli attivisti stanno usando Google Docs per il Black Lives Matter

Il servizio, disponibile gratuitamente per chiunque possieda un account Google, permette di condividere file e documenti con altri utenti, autorizzando questi ultimi o alla sola visualizzazione o alla modifica, ed è spesso utilizzato soprattutto da gruppi di studio o da team di lavoro in remoto. In queste settimane, però, come scrive MIT Technology Review, Google Docs per il Black Lives Matter ha rappresentato una risorsa preziosa: grazie ai suoi strumenti gli attivisti della causa afroamericana hanno potuto condividere, anche anonimamente, qualsiasi tipo di documento, dai libri sulla questione razziale alle liste di associazioni che raccolgono fondi, fino a indicazioni pratiche su come partecipare alle manifestazioni di piazza in tutta sicurezza anche in tempi di COVID-19, passando per format preconfezionati di lettere e petizioni da indirizzare a governi o singoli deputati per chiedere azioni e impegno concreti. Uno dei documenti chiave circolato in questi giorni su Google Docs è, per esempio, “Resources for Accountability and Actions for Black Lives”, una sorta di prontuario di azioni concrete per aiutare chi è stato vittima di pestaggi o abusi da parte delle forze dell’ordine: proprietaria del documento è Carlisa Johnson, giornalista che aveva creato lo stesso a inizio 2020 dopo l’uccisione di un venticinquenne afroamericano da parte di due cittadini bianchi e che si occupa quasi quotidianamente di aggiornarlo insieme ad altri utenti. Ci sono, però, anche semplici tabelle con nomi di associazioni che si occupano di raccolte fondi o link a campagne di crowdfunding a favore del movimento Black Lives Matter che, di fatto, rendono Google Docs qualcosa di molto simile ai vecchi siti per il social bookmarking.

google docs per il black lives matter usi

“Resources for Accountability and Actions for Black Lives”, una sorta di prontuario sulle azioni da compiere quando è si ha il dubbio che stiano avvenendo abusi da parte delle forze dell’ordine, è uno dei documenti più popolari in queste settimane su Google Docs.

Quello che il servizio di Mountain View ha, e non sempre altri ambienti digitali garantiscono, è insomma una forte versatilità: non c’è tipologia di documento che non possa essere creato, condiviso sia sulla piattaforma e sia esternamente, sui social per esempio o via email, utilizzando l’apposito link e impostandone visibilità pubblica, e soprattutto conservato su Google Docs. Per il Black Lives Matter, commenta Clay Shirky nello stesso articolo di MIT Technology Review, a fare la differenza potrebbero essere state, infatti, soprattutto «la persistenza e la possibilità di modificare» i contenuti, di certo maggiori nella suite Google che non sui feed dei vari social network. Google Docs garantisce in ogni caso la tutela della privacy e, come già si accennava, è possibile scaricare o visualizzare anonimamente i documenti e un simpatico avatar a forma di animaletto segnalerà ai proprietari degli stessi la presenza di un utente in incognito. Più della privacy, della gratuità o, ancora, della capacità di creare passaparola , però, attivisti e simpatizzanti della causa afroamericana sembrano apprezzare, insomma, ambienti digitali capaci di favorire la collaborazione tra persone, meglio se con expertise elevate in precisi ambiti, la circolazione di informazioni verificate e che abbiano subito un processo di fact-checking o di peer-revieew e, ancora, capaci di fare da archivio e da memoria storica per le stesse.

Twitter e gli altri: che ruolo hanno (da sempre) i social durante le proteste di piazza

Anche per le “social media revolution” – ammesso che siano mai esistite davvero delle rivoluzioni di piazza nate sui social o grazie ai social – è arrivata, insomma, una fase di maturità? A ben guardare il ruolo che hanno avuto i social per le proteste e le grandi manifestazioni di piazza è sempre stato un ruolo anche, o forse prima di tutto, organizzativo. Non sono lontani i tempi in cui gli attivisti usavano i centoquaranta caratteri di un tweet per comunicare aggiornamenti sul percorso del corteo o segnalare presenza o scontri con le forze dell’ordine, né quelli in cui filmati amatoriali e user generated content fatti circolare sui social fino a diventare virali servivano soprattutto come testimonianza degli stessi. Se oggi basta guardare delle Storie su Instagram per accorgersi che la manifestazione originariamente organizzata in Times Square si è spostata sulla 42esima Strada perché le forze dell’ordine hanno completamente serrato la piazza (è successo davvero, come racconta Forbes, durante il corteo dello scorso 7 giugno 2020), ieri non mancavano esperimenti come quelli di Zunzuneo, una sorta di antenato cubano di Twitter che, sfruttando microblogging e messaggistica istantanea, avrebbe dovuto organizzare e sostenere una rivoluzione anti-castrista, non senza lo zampino degli Stati Uniti.

Oltre a Google Docs per il Black Lives Matter tra l’altro, racconta Esquire, in queste settimane gli attivisti afroamericani stanno sfruttando numerose piattaforme digitali decisamente poco mainstream, più verticali, finalizzate e in grado di rivelarsi luoghi sicuri dove poter segnalare gli spostamenti delle forze dell’ordine utilizzando le intercettazioni dei segnali radio, organizzare dirette a testimonianza delle dinamiche di scontri e disordini – è quello che si può fare su Citizen – o, ancora, creare mini-siti che raccolgano tutte le informazioni utili per chi voglia partecipare a una manifestazione – come avviene su Carrd – e chattare, sì, ma su app per la messaggistica istantanea più sicure o che abbiano sistemi di neutralizzazione del riconoscimento facciale in grado di rendere irriconoscibili i volti dei partecipanti alle proteste anche se dovessero essere scambiate delle foto (oggi è possibile su Signal).

Quello che di davvero diverso hanno queste ondate di proteste in difesa della causa afroamericana rispetto alle proteste social del passato sembrano, insomma, maggiori differenziazione e specializzazione nella scelta di quali ambienti e strumenti digitali sfruttare e come. Molto più pragmaticamente, dei fatti di Minneapolis si discute da giorni su praticamente tutte le piattaforme digitali, con hashtag riconducibili al #BlackLivesMatter rimasti per lungo tempo di tendenza e post manifesto della protesta contro le violenze sistemiche subite dalla popolazione di colore condivisi e ricondivisi da un gran numero di utenti (è quello che è successo col nuovo artwork di Banksy in solidarietà alla famiglia di George Floyd postato su Instagram o con le miniguide su come aiutare gli attivisti del #BlackLivesMatter dall’Italia o da altri paesi, ndr).

Twitter in particolare si è rivelato non solo il luogo in cui, com’è successo spesso anche in passato, notizie e informazioni sulle proteste contro le discriminazioni razziali sono circolate più velocemente, massivamente e assicurando un dibattito pubblico inclusivo ma, anche e soprattutto, il social forse più devoto alla causa afroamericana: lo ha fatto, simbolicamente, cambiando il colore del logo e utilizzando una copertina completamente nera sui suoi account ufficiali, aggiungendo simbolicamente un’emoticon con tre pugni di diversa carnagione alzati, secondo l’iconografia più classica per questo genere di proteste, all’hashtag #BlackLivesMatter, ma anche frenando la diffusione di fake news e notizie non verificate grazie a una specifica funzione che chiede agli utenti di aprire i link prima di fare retweet e, soprattutto, non avendo remore a segnalare per la prima volta come «infondato» un tweet di Trump proprio sui fatti di Minneapolis.

i social e il black lives matter

Sul profilo ufficiale di @Twitter, al momento, la copertina e il logo sono completamente neri (anche se il secondo è bordato di arcobaleno per la concomitanza del giugno dei Pride) in omaggio a George Floyd e come segno di solidarietà agli attivisti del #BlackLivesMatter. Proprio a questo hashtag, tra l’altro, la piattaforma dei cinguettii ha aggiunto l’emoji di tre pugni chiusi di carnagione diversa, a indicare la necessità dell’impegno di tutti contro le discriminazioni razziali.

Instagram è stato teatro, invece, del primo sciopero degli utenti social: lo scorso 2 giugno 2020, durante quello che è stato ribattezzato come “Blackout Tuesday“, migliaia di utenti hanno postato un semplice quadrato nero al posto del solito food porn e di scatti con amici o con i cuccioli ormai famosi di casa, per chiedere giustizia per la morte di George Floyd e richiamare l’attenzione verso quello che sta succedendo per le strade e nelle piazze americane.

black out tuesday su instagram

Per un’intera giornata, lo scorso 2 giugno 2020, gli utenti Instagram non hanno postato nient’altro che quadrati neri in ricordo di George Floyd e per richiamare l’attenzione sulle proteste americane legate al movimento Black Lives Matter.

Anche se social a rigore non sono, anche Google Maps e Spotify hanno voluto mostrare vicinanza tanto agli attivisti afroamericani quanto ai propri utenti simpatizzanti per la causa, il primo sostituendo la vecchia immagine satellitare della 16esima strada con una nuova che mostra il murales a supporto del movimento Black Lives Matter realizzato sulla stessa e la seconda aggiungendo 8 minuti e 46 secondi di silenzio a playlist e podcast tra i più popolari, esattamente la durata dell’aggressione a George Floyd.

Tra slacktivism , attivismo da hashtag e brand activism , insomma, i social più generalisti hanno mostrato in questo frangente soprattutto la propria «natura più performativa che davvero rivoluzionaria», scrive ancora Forbes. Ci sarebbe, cioè, una profonda differenza tra chi ha creato, condiviso o anche solo semplicemente letto dei documenti su Google Docs per il Black Lives Matter e chi, invece, ha partecipato alla causa appena per il tempo e al costo di un aggiornamento di stato. Il dubbio è che, per i secondi, postare un quadrato tutto nero al posto della solita foto dell’aperitivo abbia significato soprattutto cavalcare il trend di giornata, mettere in scena la propria partecipazione alla causa afroamericana e antirazzista; messo da parte qualsiasi giudizio di valore, però, c’è forse più semplicemente un livello di coinvolgimento individuale naturalmente diverso a seconda della causa in gioco e per lo più riconducibile fattori socio-culturali, anagrafici, valoriali. Molto più pragmaticamente, non è detto che un attivista pigro a cui è bastato, oggi, condividere il video dell’uccisione di George Floyd per sentire di aver fatto la propria parte non possa scendere in piazza, domani, per il #FridayForFuture o per le celebrazioni in occasione del Giugno dei Pride.

Così i genZer su TikTok (e non solo) stanno riscrivendo la narrativa delle grandi cause sociali

Non andrebbe dimenticato, infine, che quelle partite dall’America e ora in atto in molti altri paesi contro la discriminazione delle minoranze di colore sono le prime proteste a contare sulla partecipazione massiva della generazione z . Trai i primi a non conoscere un mondo senza Internet, questi giovanissimi non fanno più distinzione (o quasi) tra reale e virtuale, sono abituati a vivere le proprie giornate onlife , chattano sui videogiochi con i compagni che hanno visto tra i banchi di scuola appena poche ore prima, non fanno distinzione tra amici reali e amici conosciuti in Rete e non stupisce, così, che considerino assolutamente normale fare una diretta Instagram durante un corteo di protesta o discutere con gli altri utenti di Animal Crossing di questioni etnico-raziali. Anzi, fin dai primi giorni delle proteste di Minneapolis molti giocatori hanno costruito items che richiamavano simboli e slogan del movimento Black Lives Matter e li hanno fatti indossare ai propri avatar o collocati come oggetti nelle proprie proprietà all’interno del simulatore, prima di raccogliere donazioni per oltre 150mila dollari grazie alle dirette su Twitch.

I genZer e le loro abitudini digitali stanno contribuendo, in altre parole, a costruire «una narrativa nuova» per la questione razziale – per usare ancora le parole di Forbes – così come per tutte le altre grandi questioni di interesse pubblico, come aveva già dimostrato in passato il finto tutorial su TikTok per parlare dei lager in Cina. Non deve sorprendere, insomma, che su TikTok si trovino oggi, confusi con contenuti decisamente più leggeri, d’intrattenimento o intimi, video con sottofondo musicale, in perfetto stile con le challenge che popolano la piattaforma, ma che mostrano immagini dei momenti chiave di cortei e manifestazioni per il #BlackLivesMatter o padri e figlie che discutono di cosa significhi ancora oggi essere neri americani sulle note di “This Is America”, ma anche tutorial su come usare semplici programmi di post-produzione per condividere le prove di abusi da parte delle forze dell’ordine o, ancora, j’accuse chiari nei confronti di brand e aziende colpevoli di parlare solo e di preferenza a un consumatore bianco.

black lives matter su tiktok

Anche su TikTok l’hashtag #BlackLivesMatter ha miliardi di visualizzazioni per contenuti molto diversi tra di loro: dai tutorial su come comportasi in caso di abusi da parte delle forze dell’ordine a video più intimi in cui genitori e figli spiegano cosa voglia dire essere, ancora oggi, parte della comunità afroamericana.

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