Venerdi 17 Agosto 2018
MarketingGrowth hacking: quali sono le best practice?

Growth hacking: quali sono le best practice?

Cosa si intende per growth hacking e quali sono le best practice per aziende e startup per affrontare il successo?


Gerardo Grasso

A cura di: Gerardo Grasso Autore Inside Marketing

Growth hacking: quali sono le best practice?

È uno dei termini più controversi dei nostri tempi – e talvolta anche abusato –, ma cos’è il growth hacking e quali sono le strategie e le più efficaci best practice? Partiamo da un concetto base: non esiste una definizione univoca di growth hacker.

La fonte delle fonti – Wikipedia – considera il growth hacking «l’insieme dei processi che mette in relazione canali di marketing e sviluppo del prodotto con lo scopo di identificare le soluzioni più efficaci ed efficienti per metter su un business».

Fast Company, invece, colloca il groth hacking in un contesto – tipico di molte startup – in cui l’assenza di un budget specifico per gli investimenti in marketing si unisce alla mancanza di un background di marketing tradizionale; i growth hacker, quindi, devono avere competenze tali da potersi focalizzare sulle più efficaci soluzioni di marketing e prodotto fondate sull’innovazione e la scalabilità. È in questo scenario che si colloca un recente articolo di The Next Web, che mette in relazione il growth hacking con i più avanzati e rapidi processi di sperimentazione – dal marketing alle strategie di prodotto – per identificare la strada più veloce per una startup di accrescere un business.

Ma allora qual è la differenza tra un webmarketer e un growth hacker? Interessanti spunti di riflessioni giungono da un articolo di Quora che mette a confronto definizioni e termini legati alla professione di growth hacker e alle infinite variabili, dal growth developer al technical growth specialist, per non parlare delle improbabili fusioni tra growth marketer o technical growth marketer. Al di là di sottili tecnicismi – e delle rimostranze di quanti ritengono che forse il termine growth hacker sia stato coniato solo perché il buon vecchio marketing non è più hip come un tempo – è indubbio che la professione di growth hacker includa in sé la specializzazione di un marketer con le skill di un profilo squisitamente tecnico, dall’engineering al developing, al content management, a seconda dei casi. Ed è questa fusione che la rende una professione così ricercata.

Quali sono le best practice per una efficace strategia di growth hacking? Esiste già una vasta letteratura in merito online, con una gamma sostanziosa di best practice per aiutare aziende e startup in procinto di lanciare il proprio business. Innanzitutto, il primo step è focalizzarsi sul prodotto, sia sotto il profilo dell’attivazione – predisposizione di tutti i canali own media per favorire l’accessibilità al prodotto, dal sito web ai social – sia sotto il profilo del coinvolgimento – form di richiesta e gestione dei follow-up – sia sotto il profilo della retention e delle metriche che meglio la definiscono.

Secondo: comprendere la propria base clienti. Solo in questo modo sarà possibile procedere all’elaborazione di un piano di webmarketing così come di growth hacking. Chi sono, quali esigenze hanno, quali abitudini di navigazione hanno: una volta chiarito questo scenario, è essenziale predisporre tutti gli strumenti per coinvolgerli, in primis attraverso landing page create ad hoc che facilitino il processo di lead generation, presentino il prodotto, favoriscano l’interazione. I contenuti devono essere pensati per catturare l’attenzione, oltre che fornire informazioni: per questo l’uso di infografiche o video di presentazione stimolano l’audience e hanno un effetto diretto sul tasso di conversione. Non solo: i contenuti vanno pensati anche in chiave di lead nurturing, per ricontattare clienti potenziali, offrire strumenti di training e tips per i prospect, coinvolgere gli utenti che non hanno più visitato il sito, consolidare la reputazione del brand.

Terzo punto: semplificare la strategia. Ogni startup dovrebbe riflettere attentamente sul proprio posizionamento di mercato e focalizzarsi su una nicchia specifica, anche se la tentazione di parlare al mercato mainstream è forte. Concentrarsi su un determinato mercato di riferimento è essenziale per elaborare una strategia di contenuti efficace così come per individuare gli strumenti più efficaci in termini di SEM e SEO, risparmiando fatica e budget e intercettando prospect più facilmente orientati all’acquisto.

Ultimo, non certo per importanza: scegliere dei precisi KPI (Key Performance Indicator). Focalizzarsi su una vasta gamma di metriche è uno spreco di tempo: è molto più opportuno definire i KPI essenziali per la crescita di un business e focalizzarsi su di essi, coerentemente con i propri obiettivi di marketing: dal numero di utenti che sottoscrive un trial, all’acquisizione di nuovi clienti o alla crescita delle revenue. Una volta definite le metriche del successo, è importante testare i canali e le soluzioni in grado di garantire una crescita rapida. La fase di test è essenziale perché consente di identificare le tattiche più efficaci, certo, purché tutte le soluzioni siano vagliate con rapidità e immediatezza per evitare buchi nel budget. Ed è in questa fase che il growth hacker dovrà necessariamente trovarsi in accordo con il webmarketer.

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