Martedi 16 Ottobre 2018
MacroambienteHate speech sui social: dai motivi alle campagne per combatterlo

Hate speech sui social: dai motivi alle campagne per combatterlo

L'hate speech sui social sembra è un fenomeno sempre più frequente. Vari i progetti per contrastarlo, come quello della Polizia di Stato.


Giuliana Maria Volpe

A cura di: Giuliana Maria Volpe Autore Inside Marketing

Hate speech sui social: dai motivi alle campagne per combatterlo

Le manifestazioni di aggressività sono sempre più protagoniste delle interazioni umane, siano esse reali che virtuali, come ad esempio nel fenomeno dell’hate speech sui social.

Diversi fattori influenzano l’aggressività, definita in psicologia come l’intenzionalità di causare un danno fisico, morale o psichico all’altro. Nello specifico:

  • il temperamento, cioè il livello di reattività e ricettività emotiva al contesto sociale;
  • i fattori biochimici, intesi sia come composti chimici nel sangue – ad esempio l’alcol che, legandosi ai recettori cerebrali, altera lo stato di coscienza e la possibilità di riconoscere chi si ha di fronte e valutare le conseguenze – sia come specifici ormoni “amici dell’aggressività”. Nello specifico l’ormone aggressivo per eccellenza è il testosterone, per cui a maggiori livelli di testosterone corrisponderanno maggiori livelli di aggressività;
  • i fattori personali: intesi come il vivere specifiche esperienze. Vari studi dimostrano che aumentando la percezione di dolore – grazie situazioni avverse create ad hoc per indurre sofferenza – aumentano anche i comportamenti aggressivi;
  • l’esposizione a stimoli aggressivi – come la visione di video violenti alla TV o su Internet o il giocare a videogiochi carichi di odio e rancore – che induce ad esprimere la rabbia inespressa che può sfociare in atti iracondi e brutali;
  • un ultimo fattore di influenza è la presenza del gruppo: stare in gruppo riduce i freni inibitori e questo incrementa l’aggressività.

Di riflesso, è possibile individuare varie tipologie di comportamenti violenti:

  • si manifesta, per esempio, l’aggressività attiva quando si cerca di colpire con forza e violenza un proprio simile. Al contrario, l’aggressività passiva si ha quando consciamente si causa un danno all’altro in modo subdolo e non immediato;
  • si parla di aggressività diretta quando si vuole arrecare danno ad un altro in modo spedito attraverso atti specifici e mirati, mentre si rilevano condotte di aggressività indiretta quando si mettono in giro menzogne su un altro individuo;
  • si riscontrano atteggiamenti di aggressività autodiretta quando si provoca danno a sé e di aggressività eterodiretta quando la si rivolge agli altri;
  • infine, si notano condotte di aggressività reattiva quando si medita vendetta attraverso atti violenti per riscattarsi da un torto subito e di aggressività proattiva quando si progetta e pianifica una violenza fisica o psichica per distruggere completamente l’altro.

Questo per quanto concerne l’aggressività nella vita reale e quotidiana, ma cosa accade nella vita virtuale, quella dei social?

L’hate speech sui social: le manifestazioni di aggressività virtuale

I contesti virtuali e le piattaforme social sono perfetti contenitori di prepotenza, ma anche sfoghi, ribellioni, violenza e arroganza. Perché? Sostanzialmente per due ordini di fattori: il virtuale, rifuggendo la conoscenza diretta, dona l’illusione di potersi permettere di tutto in virtù della mancanza di tracciabilità e, di conseguenza, della difficoltà “a risalire” alla propria persona, il che porta ad un’alta sicurezza personale. Il secondo si lega al concetto di filtro psicologico che i social permettono, nel senso che per mostrarsi agli altri nel modo migliore si finisce per assumere dei comportamenti “enfatizzati” e artificiali pur di apparire. Il tutto, inoltre, si lega all’impossibilità di assumersi le proprie responsabilità, sempre in virtù dell’assenza di conoscenza diretta e reale con l’altro, che porta l’adolescente, in questo caso, a non preoccuparsi delle conseguenze delle proprie azioni. Va da sé che in simili condizioni possano cedere i freni inibitori – in un meccanismo pari a quello dell’alcol o delle droghe nel cervello – e ciò favorisce la circolazione di atti di spavalderia, prepotenza e di aggressività che confluiscono nel fenomeno dell’hate speech sui social.

Un’indagine sull’hate speech sui social affidata da Generazioni Connesse a Skuola.net e all’Università di Firenze ha evidenziato che:

  • il 40% dei ragazzi trascorre in Rete più di 5 ore al giorno;
  • l’80,7% degli adolescenti utilizza WhatsApp, il 76,8% Facebook e il 62,1% Instagram;
  • il 14% degli intervistati che dichiara di non controllare mai se una notizia sia vera o falsa, il che li rende facilmente influenzabili e propensi alle “tentazioni da titoli sensazionalistici”;
  • l’11% degli adolescenti sostiene di approvare insulti rivolti a personaggi famosi perché si deve essere “liberi di esprimere ciò che si pensa” e il 13% ritiene di aver insultato virtualmente un personaggio famoso.

Cosa si può fare per limitare il dilagare di aggressività in Rete? Varie sono le iniziative legislative (la legge sul cyberbullismo, per esempio) e non (la campagna sociale della Polizia di Stato) che si stanno realizzando in questi anni.

La campagna della Polizia di Stato contro l’hate speech sui social

Il 5 febbraio 2017 a Roma è ripartita la più importante e imponente campagna educativa itinerante realizzata dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni: si tratta della quarta edizione di “Una vita da social”, presentata nell’ambito della manifestazione “Montecitorio A Porte Aperte”. La campagna è stata realizzata in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e con il Patrocinio dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, nell’ambito delle iniziative di sensibilizzazione e prevenzione dei rischi e pericoli della Rete per i minori.

I dati raccolti durante gli incontri nelle scuole rilevano che i gli studenti apprendono le competenze digitali prevalentemente nelle loro esperienze extrascolastiche; da qui nasce, quindi, l’esigenza di una formazione e una sensibilizzazione alle infinite opportunità offerte dalla Rete e sugli altrettanti pericoli che cela. L’obiettivo della campagna è quello di prevenire episodi di violenza e aggressività, bullismo e cyberbullismo, prevaricazione e diffamazione, infondendo nei ragazzi la consapevolezza del valore della parola e, di conseguenza, responsabilizzandoli in merito all’uso della parola”. Difatti, grazie alla collaborazione con Baci Perugina, gli studenti sono stati chiamati a lanciare il loro messaggio positivo attraverso un diario di bordo 2.0 – nel quale condividere le tappe della vita social attraverso la pubblicazione di foto e frasi di tutti gli studenti coinvolti – e un hashtag per dire no al cyberbullismo: #unaparolaeunbacio.

In seguito agli interventi di formazione e sensibilizzazione è stato riscontrato un aumento consistente delle denunce di minori nei confronti di coetanei per episodi di bullismo e cyberbullismo. E a sottolineare l’importanza e l’utilità di una simile iniziativa ci sono le parole del Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni, Nunzia Ciardi:  «Una Vita da Social è un progetto indirizzato principalmente ai giovani –  i principali fruitori della Rete – e vuole fare in modo che Internet possa essere vissuto come un’opportunità e non come un pericolo. Inoltre rappresenta un esempio positivo di collaborazione fra pubblico e privato perché unisce competenze e conoscenze di importanti Aziende del settore a disposizione dei giovani, dei loro genitori ed insegnanti».

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