HR italiane: innovazione o tradizione?

Uno studio condotto sulle HR di 16 paesi europei rivela che le Risorse Umane sono in continua evoluzione. In Italia la realtà è diversa.

HR italiane: innovazione o tradizione?

Nell’immaginario collettivo le HR  vengono ritenute il settore che si occupa, o quantomeno dovrebbe occuparsi, di tutti gli aspetti connessi alla gestione del personale: dalla selezione all’amministrazione, dal monitoraggio alla valutazione delle performance lavorative dei dipendenti, passando per la pianificazione dei processi di crescita professionale e formativa di ogni singolo lavoratore, senza sottovalutarne la rilevazione del grado di soddisfazione e, conseguentemente, del benessere lavorativo.

Tuttavia, non  è proprio così, o almeno non in Italia, dove sempre più aziende si affidano ad enti esterni – le cosiddette Agenzie per il Lavoro – per le attività di selezione e recruiting di nuove risorse, limitando o alleggerendo ancor di più le mansioni dell’ufficio HR aziendale.

A dare peso e concretezza scientifica a questa realtà sulle HR, vi è uno degli studi più impegnativi mai condotto in Europa sul mondo del lavoro: si tratta di “Future People: Le postazioni di lavoro nell’era della trasformazione digitale, IDC 2016“.  La ricerca, promossa da Cornerston OnDemand – leader nelle soluzioni cloud di learning e talent management che aiutano le organizzazioni in tutto il mondo a realizzare il potenziale della loro forza lavoro – e condotto da IDC Italia – primo gruppo mondiale specializzato in ricerche di mercato, servizi di consulenza e organizzazione di eventi nei settori dell’Information Technology, delle telecomunicazioni e della tecnologia consumer – ha riportato dati che dovrebbero indurre una seria riflessione sul mercato lavorativo italiano.

Lo studio è stato condotto su un campione di 1352 professionisti HR e business manager in 16 paesi europei e ha analizzato le tendenze e gli sviluppi del lavoro flessibile, della leadership, della gestione delle performance e dello stato delle HR nelle organizzazioni.

Nello specifico sono state delineate le differenze dello scenario di mercato a livello europeo e italiano, riconducibili sia a una diversa concezione del mercato lavorativo, sia a una sostanziale ritrosia, tipicamente italiana, nell’investire nell’innovazione in favore di una concezione tradizionalistica del lavoro.

Risultati dello studio in Europa

In Europa i risultati hanno rilevato le seguenti aree di intervento per le HR:

  • Il lavoro flessibile incrementa il coinvolgimento dei dipendenti:  la libertà di lavorare da casa ha un impatto importante sul senso di appartenenza dei lavoratori e sulla loro disponibilità a raccomandare l’impresa a terzi. Inoltre, sebbene ci si affidi sempre più agli orari flessibili, sono sempre presenti differenze nella loro applicazione a livello regionale. In particolare i paesi del Nord Europa mostrano una maggiore accettazione, mentre quelli del Centro-Sud colgono con diffidenza questi sistemi. Tuttavia, in linea di massima si rileva la necessità e la tendenza europea a considerare i sistemi e le tecnologie per il lavoro flessibile una reale priorità dei CEO.
  • La collaborazione ha un grande impatto sulle performance finanziarie: infatti, le organizzazioni che adottano un approccio di tipo collaborativo, una forte mobilità interna dei dipendenti e un sistema di apprendimento aperto registrano una crescita maggiore.
  • La valutazione delle performance lavorative – performance review –  è necessaria:  è considerata una così forte esigenza, da passare da una prassi annuale/semestrale ad un processo frequente o perfino continuo.
  • Nuove prospettive di sviluppo delle HR, come analytics dei dipendenti, pianificazione dei bonus e personalizzazione dei percorsi di formazione. Dallo studio emerge in modo chiaro la volontà di far coprire alle Risorse Umane nuove aree, dalle statistiche relative alle performance dei dipendenti all’educazione alla leadership, fino alla semplificazione della burocrazia.

In Italia, però, la situazione sembra essere leggermente diversa.

Risultati dello studio in Italia   

Nello specifico lo studio ha rilevato per le HR italiane:

  • Una dilagante insoddisfazione lavorativa: la percentuale dei manager delle HR orgogliosi del loro posto di lavoro e disponibili a raccomandarlo è circa il 59%, ben 12 punti percentuali sotto la media europea del 71%, in parte dovuta a una scarsa considerazione e applicazione del lavoro flessibile, riducendo il grado di benessere dei dipendenti. Vi è anche una competizione limitata dovuta a un mercato del lavoro rigido e tradizionale.
  • Per la valutazione dei dipendenti solo un parte limitata delle organizzazioni italiane (23%) procede con regolarità alle performance review (28% in Europa), denotando un approccio tradizionalistico alla valutazione dei dipendenti e la necessità di rinnovarne il processo.
  • Per la collaborazione, lo studio rileva che i manager delle HR in Italia sono più negativi rispetto ai colleghi europei. Difatti le percentuali dei manager che ritengono necessaria  la condivisione della conoscenza (51%),  l’incoraggiamento dei dipendenti ad assumersi nuove responsabilità (53%), e il loro coinvolgimento nei processi decisionali (51%) sono inferiori rispetto agli altri paesi d’Europa.
  • Per le nuove prospettive di sviluppo delle HR, lo studio rivela alcuni segnali di cambiamento in corso. Importanti opportunità di crescita per le Risorse Umane in Italia sono indicate nell’analisi delle performance dei dipendenti (43%), nella disponibilità di migliori strumenti di self-service (34%), nella personalizzazione dei percorsi di crescita (34%), simili ai valori europei.

Il quadro italiano, dunque, è caratterizzato dalla rigidità di una tradizione troppo imponente che lascia poco spazio all’innovazione, ma grida al bisogno di aprirsi al cambiamento, alla tecnologia e al digitale, puntando principalmente sulle aree della soddisfazione lavorativa dei dipendenti, incrementando lo smart working, della collaborazione tra colleghi, del confronto costruttivo tra i dipendenti che possa aumentare gli investimenti e anche il tasso di crescita e, infine,  della valutazione del profitto dei lavoratori per stimolarli e indurli a dare sempre il massimo.

In conclusione, l’auspicio è che i dati emersi dallo studio possano rappresentare il punto di partenza per rendere finalmente plastica una realtà finora sempre troppo inflessibile e scarsamente produttiva.


Giuliana Maria Volpe
A cura di: Giuliana Maria Volpe Autore Inside Marketing
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