Martedi 14 Agosto 2018
MacroambienteIl silenzioso gigante che ci osserva: Whatsapp

Il silenzioso gigante che ci osserva: Whatsapp

Facebook probabilmente rilascerà i dati degli utenti ai brand per fare Whatsapp marketing. Questo è in linea con la privacy policy dell'azienda?


A firma di: Annette Palmieri Contributor
Il silenzioso gigante che ci osserva: Whatsapp

Sono giorni di forte agitazione per la tutela della nostra privacy, basti pensare alla questione cookies ed alle mille versioni che ne stanno venendo fuori. Insomma, a breve aspettiamoci di dover firmare un foglio che attesti che stiamo respirando aria in modo consapevole in cambio di una certa cifra mensile. Ma se da un lato abbiamo il garante della privacy che fa proprio di tutto per tenerci al sicuro, dall’altro lato della barricata ci sono le aziende che con i nostri dati ci riempiono il fatturato. È quasi passata inosservata la notizia per cui a breve Whatsapp potrebbe essere abilitato al business to consumer. In breve, Facebook potrebbe permettere alle aziende di interagire con gli utenti anche tramite Whatsapp, che ricordiamo essere stata incorporata dal gigante blu di Palo Alto. Possedendo quindi i nostri dati estratti da Facebook e i dati che rilasciamo su Whatsapp, basterà semplicemente concedere alle aziende l’accesso a queste informazioni per profilarci e rintracciarci anche in un modo più “istantaneo”.

Superiamo la questione Facebook nonostante ci avesse in passato garantito che non avrebbe mai violato la privacy degli utenti consegnando i dati a chiunque e mostrandosi sempre diffidente verso la cessione dei big data. Probabilmente un contraccolpo ce lo aspettiamo sempre da un momento all’altro per l’enorme mole di dati che rilasciamo, anche abbastanza consapevolmente, sul social network. Chi ci crede più alla privacy su Facebook?

Da un servizio a pagamento quale Whatsapp, da cui ci aspettiamo zero pubblicità proprio per l’esigua somma che annualmente viene pagata, non ci si aspetta un trattamento simile.

Ma secondo l’informativa sulla privacy che si accetta al momento dell’installazione leggiamo che: “...questa Privacy Policy è parte dei termini di servizio di Whatsapp e riguarda il trattamento delle informazioni degli utenti, comprese le informazioni di identificazione personale, ottenute con WhatsApp, e le informazioni ottenute quando si accede tramite il sito, quando si utilizza il servizio WhatsApp o qualsiasi altro software fornito da WhatsApp. La presente Privacy Policy non si applica alle pratiche delle aziende che WhatsApp non possiede o non controlla, o agli individui che non utilizzano Whatsapp, inclusa qualsiasi terza parte che entri in gioco ed a cui Whatsapp potrebbe cedere informazioni sugli utenti come stabilito nella presente Privacy Policy“. Ancora: “...non vendiamo o condividiamo i tuoi dati personali (come il numero di telefono cellulare) ad altre società terze per uso commerciale o di marketing senza il vostro consenso o se non come parte di un programma o funzione specifica per la quale si avrà la possibilità di opt-in o opt-out. Possiamo condividere i tuoi dati personali con terzi fornitori di servizi nella misura in cui è ragionevolmente necessario eseguire, migliorare o mantenere il servizio WhatsApp. Possiamo raccogliere e rilasciare dati personali che non consentono l’identificazione personale se richiesto per legge, o nella buona fede che tale azione sia necessaria per rispettare le leggi federali e statali (come la US Copyright Law ), diritto internazionale o per rispondere a un ordine del tribunale, citazione o mandato di perquisizione o equivalente.”

La riflessione sorge spontanea: come faranno quindi i marketer a rintracciare gli utenti su Whatsapp se l’azienda giura e spergiura che i dati di chi utilizza l’applicazione non verranno rilasciati se non per nobili ragioni? Dalle informazioni finanziare rilasciate da Facebook purtroppo apprendiamo che, sia nel 2013 che nel 2014, Whatsapp non ha portato grossi ricavi, tutt’altro: WhatsApp ha ricavato quasi 16 milioni di dollari nel primo semestre del 2014, ma ha perso 232 milioni dollari durante lo stesso periodo, a causa di spese per azioni correlate. La situazione sembrava abbastanza simile per il 2013, quando l’azienda ha generato 10,2 milioni di dollari di ricavi annui, ma ha avuto un’emorragia di 138 milioni di dollari. A nessuno piace investire su una cosa che poi non rende, quindi non ci stupirebbe se Zuckerberg decidesse di cambiare la privacy policy di Whatsapp, plasmandola alle esigenze di business. Ed infatti la bella favola raccontata da una intera informativa viene smontata da una frase finale:

Noi non siamo appassionati di pubblicità. WhatsApp è attualmente senza pubblicità e speriamo di continuare così per sempre. Non abbiamo alcuna intenzione di introdurre pubblicità nel prodotto, ma se dovessimo farlo, aggiorneremo questa sezione.

 

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