ComunicazioneImpatto delle fake news sulla vita associata: uno studio prova a calcolarlo

Impatto delle fake news sulla vita associata: uno studio prova a calcolarlo

Qual è l'impatto delle fake news sulla vita associata? La Commissione Europea ha provato a rispondere con una consultazione pubblica e un gruppo di esperti

Impatto delle fake news sulla vita associata: uno studio prova a calcolarlo

Una cosa sono le reali dimensioni del fenomeno fake news e una cosa è, invece, la percezione che dello stesso fenomeno hanno cittadini, lettori, protagonisti del mondo dell’informazione (giornalisti, editori, social media specialist, ecc.). La consultazione pubblica voluta dalla Commissione Europea, così, ha provato a indagare proprio questo: cosa pensano i cittadini europei di bufale, post-verità e fatti alternativi e qual è l’impatto delle fake news sulla vita associata. I risultati confermano altri studi già esistenti in materia e dicono molto, comunque, anche sull’utilità percepita delle tante iniziative contro le fake news in cui sono stati impegnati in questi anni governi, istituzioni, big del digitale.

Europei e fake news: chi le ha lette e dove

Il primo dato macroscopico è che il 99% degli europei (tra i rispondenti ci sono soprattutto belgi, francesi, inglesi, italiani e spagnoli, ndr) dice di essersi confrontato, almeno una volta, con una fake news e, nella maggior parte dei casi, si trattava di una fake news circolata su social media, blog o giornali online. La stessa consultazione, del resto, indica una serie di possibili ragioni che renderebbero gli ambienti digitali maggiormente esposti al rischio di circolazione di notizie non verificate né verificabili, se non manipolate ad hoc: la facilità con cui queste fanno appello alle emozioni del lettore (su questa ipotesi si è detto d’accordo l’88% dei rispondenti); la capacità di orientare il dibattito pubblico (vero per l’84% degli europei) e l’essere appositamente pensate per generare profitto (65%), per esempio.

L’impatto delle fake news sulla vita associata

Più interessante, come si accennava, è però il tentativo della Commissione Europea di capire quale possa essere l’impatto delle fake news sulla vita associata. I risultati ottenuti in questo senso vanno letti alla luce di altri dati rilevanti: gli argomenti e i temi su cui sono circolate in questi anni più bufale e notizie non verificate. Politica, immigrazione, minoranze (etniche, religiose, ecc.) e sicurezza dominano la classifica ed è facile intuire, allora, come tra gli effetti delle fake news che più preoccupano i cittadini europei ci sia la capacità di influire sui risultati elettorali (così avrebbe detto il 75% di chi ha partecipato alla consultazione) e sulle politiche in tema di immigrazione (74%). Appuntamenti come le elezioni italiane del 2018 e, andando a ritroso, anche le elezioni francesi, puntellati dal dubbio che la circolazione di post-verità potesse alterare il risultato delle urne, del resto, potrebbero comprensibilmente aver fatto aumentare la preoccupazione riguardo al complicato rapporto tra politica e fake news.

Quanto sono utili le iniziative contro le fake news?

Gli europei, comunque, sembrerebbero essere altrettanto sfiduciati rispetto alla reale utilità delle iniziative contro le fake news. Solo il 74% di chi ha risposto alla consultazione pubblica voluta dalla Commissione Europea reputa infatti che le community che si occupano di fact-checking abbiano dato fin qua un contributo «apprezzabile» al miglioramento della qualità dell’informazione online. Appena la metà del campione ritiene sia utile, in questo senso, la chiusura degli account fake e il blocco dei bot automatici: è quello che ha fatto, per esempio, Facebook per migliorare la qualità del dibattito online in occasione delle elezioni del 4 marzo 2018. Solo per il 46% sono risultate utili soluzioni come quelle che hanno visto bloccare sponsorizzazioni e programmi di affiliate marketing a canali soliti alla pubblicazioni di notizie non verificate o manipolate ad hoc.

Appena un quattro utenti su dieci, poi, sembrano trovare utili le etichette con cui i motori di ricerca segnalano le probabili fake news. Percentuali troppo basse se si considera il costo – in termini strategici, di risorse e progettazione – di ciascuna di queste iniziative e, soprattutto, che almeno l’84% degli europei sarebbe realmente convinto che «si dovrebbe fare di più» per fermare la diffusione di cattiva informazione in Rete.

Le soluzioni degli esperti europei contro la disinformazione

In che cosa potrebbe consistere questo fare di più? La stessa Commissione lo ha chiesto a un High Level Group di esperti europei di media, opinione pubblica, democrazie (c’erano per l’Italia Gianni Riotta de La Stampa, Federico Fubini del Corriere della Sera, Gina Nieri di Mediaset e Oreste Pollicino, professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università Bocconi di Milano, ndr). Chiamati non solo a valutare l’impatto delle fake news sulla vita associata, ma soprattutto a suggerire possibili aree d’intervento in tema bufale, gli esperti hanno individuato alcuni temi fondamentali.

  • Accrescere la trasparenza dell’informazione online: tradotto, significa guardare all’empowerment del lettore anche a un livello zero, cioè mettendogli a disposizione per esempio fonti, link, risorse che gli siano utili ad approfondire e verificare personalmente le notizie o rivelandogli criteri e algoritmi sulla base dei quali vengono selezionati notizie e contenuti da mostrare con più frequenza. Proprio questa è, del resto, una soluzione auspicata dal 60% di chi ha risposto alla consultazione pubblica.
  • Promuovere la media literacy, ossia una maggiore e migliore conoscenza dei media e dei loro meccanismi di base: il 74% degli europei, del resto, anche se è solito informarsi, non sarebbe a conoscenza di strumenti e step indispensabili per la verifica di notizie e informazioni e una percentuale simile (il 71%, ndr) si dice convinta che proprio i principali soggetti media dovrebbero investire di più nell’educazione degli utenti-lettori.
  • Sostenere una maggiore cooperazione tra giornalisti, informatori professionisti e comunità on e offline: il riferimento è, ovviamente, ai soggetti – e sono tanti, anche in Italia – che lavorano quotidianamente per fare debunking; solo uno sforzo sinergico potrebbe garantire infatti un clima e un ambiente informativo migliore e, più in generale, la sostenibilità e la diversità dell’ecosistema europeo delle news.

Perché parlare di disinformazione è più giusto che parlare di fake news

Ecosistema che, del resto, appare oggi già compromesso da numerose dinamiche che sfuggono, almeno in parte, al controllo dei diversi soggetti di cui si è già detto – lettori, big del digitale, media tradizionali, ecc. – e di fronte alle quali non in pochi hanno paventato l’opportunità di un osservatorio o una authority indipendente e imparziale che segni la direzione da prendere (almeno il 54% dei rispondenti alla consultazione si è detto d’accordo all’idea, ndr). C’è un problema definitorio, però, che rischia di rendere vana qualsiasi riflessione sull’impatto delle fake news sulla vita associata: di cosa si parla veramente quando si parla di fake news? Ed è davvero questa la definizione migliore? L’HLEG sembra avere le idee chiare su questo: più che di fake news si dovrebbe parlare di disinformazione, termine che non solo fuga l’idea di una maggiore preminenza del fenomeno in Rete, ma che soprattutto include qualsiasi forma di informazione falsa, poco accurata, controversa che sia stata pensata, presentata e promossa intenzionalmente per nuocere qualcuno o qualcosa o per fare profitto. La conclusione del gruppo interpellato dalla Commissione Europea, così, è ben riassunta dalle parole di Gianni Riotta: «non chiamiamole più “fake news, false notizie –  ha scritto il rappresentante italiano all’HLEG –, chiamiamole per quel che sono davvero, “disinformazione”, manovre globali per creare in quantità industriale, con l’appoggio di Stati, lobby e poteri occulti nascosti nel web, campagne di menzogne ad hoc per inquinare il libero dibattito delle nostre democrazie».

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Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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