Martedi 13 Novembre 2018
MacroambienteInformazione sostenibile: qualche iniziativa dal mondo digitale e non solo

Informazione sostenibile: qualche iniziativa dal mondo digitale e non solo

Che impatto ha sull’ambiente l’overload di fonti e di contenuti con cui ci confrontiamo? Di contro, un’informazione sostenibile è possibile? Alcuni esempi


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
Informazione sostenibile: qualche iniziativa dal mondo digitale e non solo

Troppa informazione potrebbe non avere effetti negativi soltanto sulla capacità di selezione e comprensione degli utenti: l’overload informativo, in altre parole, potrebbe non essere il solo lato oscuro di ambienti digitali in cui il numero delle fonti e quello di chi produce notizie e contenuti si moltiplica sempre più. È più che mai lecito infatti chiedersi quanto inquinano giornalismo e strategie di contenuto digitali? E come si fa, se è possibile, un’informazione sostenibile anche per l’ambiente?

Fare ricerche e informarsi su Google: quanto costa all’ambiente?

Quello che si tende a dimenticare quando si frequentano gli ambienti digitali è che, al di là della sua apparente leggerezza e immaterialità, la Rete ha una natura fisica e concreta tutt’altro che ignorabile: ci sono server, data center, chilometri di cavi che servono per farla funzionare e che, come qualsiasi altra attività umana che richieda l’impiego di una qualche fonte di energia, inquinano. Quanto? Secondo delle stime, nel 2015 l’emissione di anidride carbonica prodotta da Internet – o, meglio, dalle innumerevoli attività che gli internauti di tutto il mondo svolgevano online – era pari a quella prodotta dall’industria dell’aviazione. Ci sono altri dati, però, che danno meglio un’idea di ciò di cui si sta parlando: solo Google produrrebbe cinquecento chili di C02 in un secondo. Come avrebbe spiegato su Quartz Joanna Moll, infatti, ogni secondo vengono effettuate su Google oltre 47mila ricerca diverse e, per ognuna, il motore di ricerca emette 0.01 chili di anidride carbonica. Per rendersi conto visivamente di cosa vuol dire, l’artista e ricercatrice ha creato una pagina, CO2GLE, in cui un contatore dinamico continua a segnare la quantità di emissioni prodotte da Google dal momento esatto in cui è iniziato il caricamento.

CO2GLE

CO2GLE mostra, in tempo reale, le emissioni di gas serra prodotte da Google.

Un esperimento simile, e forse ancora più riuscito a livello di impatto visivo-emotivo sull’utente è quello di DEFOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOREST: una volta aperta, la pagina si riempie in tempo reale di ventitré figure di alberi al secondo, numero di piante necessario per compensare le emissioni di gas serra prodotte da Big G nello stesso arco temporale.

deforest google

Si dovrebbero ripiantare 23 alberi al secondo per compensare le emissioni di CO2 prodotte da Google. La schermata di DEFOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOREST.

Il colosso di Mountain View, comunque, non è certo l’unico responsabile dell’inquinamento da Internet, nonostante altri studi sottolineino come il 40% delle emissioni di gas serra sia riferibile proprio a Google e negli anni tante sono state le iniziative per rendere più sostenibili le attività del motore di ricerca.

Un’alternativa eco-friendly ai classici motori di ricerca?

Anche fuori dall’universo Google, il tema di un’informazione sostenibile sembra preoccupare diversi soggetti digitali (e non). Qualche tempo fa, per esempio, la storia di Ecosia, il motore di ricerca che permette di piantare degli alberi mentre si effettuano le proprie ricerche su Internet – questa la mission chiaramente espressa nel sito – ha fatto molto discutere. Partner di Yahoo! e Bing e grazie ai suoi server green, il motore di ricerca aiuterebbe a salvare due metri quadrati di foresta pluviale per ogni ricerca effettuata. Al di là delle strategie di comunicazione almeno all’inizio spregiudicate e che sono costate a Ecosia non poche critiche, come quelle mosse da Paolo Attivissimo de Il disinformatico, il progetto – che non potrebbe definirsi davvero un motore di ricerca perché non ha server propri e si appoggia su di esterni, stessa ragione per cui è difficile immaginare che le sue infrastrutture siano davvero più eco-sostenibili di quelle dei competitor e che, a guardarlo bene, guadagna solo sui click alla ricerche sponsorizzate e quindi salva solo in media due metri quadrati di verde ogni volta che viene effettuata una ricerca – ha contribuito a piantare quasi trenta milioni di alberi (a giugno 2018, ndr) e ha investito la cifra consistente di oltre 6,5 milioni di euro in progetti di riforestazione in Marocco, Brasile, Indonesia e diverse altre parti del mondo.

ecosia

Le statistiche, a giugno 2018, di Ecosia.

E se una volta letto il giornale andasse piantato? La ricetta giapponese per un’informazione sostenibile

the mainichi giornale piantabile

Una delle iniziative più curiose, se dall’online si passa all’analogico, è infine quella di The Mainichi. Il noto quotidiano giapponese, da anni già disponibile in versione digitale, ha studiato una versione completamente green, realizzata con materiali riciclati, un inchiostro ottenuto da sostanze vegetali e semi pressati e resi compatti tra le pagine, pronti a germogliare una volta che le copie già lette saranno interrate. Quasi a smentire il vecchio mantra secondo cui il giornale del giorno prima è buono solo per incartare il pesce, infatti, The Mainichi può essere piantato nel giardino di casa, in un parco pubblico, ecc. L’idea editoriale alla base è precisa: «il mondo è oppresso da riscaldamento globale, stress e inquinamento – spiega l’editore nel video di presentazione del giornale piantabile – e noi vogliamo limitare i danni. Abbiamo capito che molti problemi possono essere risolti incrementando la quota di verde».

Il giornale green, quindi, altro non è che un incentivo per i suoi lettori a intraprendere uno stile di vita sostenibile, anche a partire da gesti semplici come appunto riciclare la carta su cui è stato stampato il quotidiano di fiducia. Non a caso The Mainichi ha progressivamente aumentato anche il numero di notizie dedicate a piante e giardinaggio, ambiente e sostenibilità, puntando, attraverso una strategia di contenuto, a un target più sensibile ai temi del verde. I benefici di un’operazione come questa? Sono molteplici: si pensi solo al fatto che, da un punto di vista pratico, piantare The Mainichi significherà non solo rendere più verde il proprio balcone, il parco preferito, la propria città, ma anche tagliare notevolmente sul numero di rifiuti. Non è sbagliato pensare allora che l’idea di un giornale tutto green si porti dietro anche nuove opportunità economiche, come testimoniano i numeri: da quando The Mainichi è diventato piantabile ha visto aumentare la sua tiratura a 5 milioni di copie giornaliere e i nuovi lettori hanno fruttato 80 milioni di yen, circa 600mila euro, di guadagno extra. Senza contare l’impatto sociale di un giornale verde già adottato da numerose scuole giapponesi per trasmettere ai più piccoli una dovuta sensibilità verso i temi del riciclo, del rispetto della natura e dell’ambiente, che vada di pari passo al piacere di leggere e a quello di un’informazione sostenibile.

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