Lunedi 20 Agosto 2018
ComunicazioneInfosfera 2018: spunti e criticità della ricerca sull’ambiente informazionale in Italia

Infosfera 2018: spunti e criticità della ricerca sull'ambiente informazionale in Italia

La ricerca dell'UNISOB sull'Infosfera 2018 in Italia presenta diverse criticità metodologiche ma anche alcuni spunti di riflessione.


Pina Meriano

A cura di: Pina Meriano Autore Inside Marketing

Infosfera 2018: spunti e criticità della ricerca sull'ambiente informazionale in Italia

Il 20 luglio 2018 è stata presentata la terza ricerca sull’infosfera italiana realizzata dall’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa (UNISOB) di Napoli.
Il voler analizzare lo stato dell’arte dell’infosfera nel nostro paese è indubbiamente una operazione interessante, motivo per il quale vale la pena soffermarsi a riflettere con attenzione sulla ricerca, considerandola sotto diversi punti di vista. È doveroso, ad esempio, attuare un confronto tra la ricerca sull’Infosfera 2018 in Italia e quella precedente del 2016 per comprendere cosa è cambiato in questo arco di tempo e chiedersi, inoltre, quanto l’utilizzo del termine specifico di ‘infosfera’ associato di volta in volta all’anno di riferimento sia appropriato per il tipo di studio effettuato.

Infosfera 2018: quali differenze rispetto al 2016?

Purtroppo, guardando alle due ricerche sembra quasi di trovarsi di fronte allo stesso studio, sia per l’impostazione che per quanto concerne parte dei dati riportati; entrambe, poi, restituiscono uno spazio ridotto di ciò che si intende con infosfera. Per comprendere meglio questi accenni critici occorre analizzare alcuni aspetti nel dettaglio.

Si tratta davvero di uno studio dell’infosfera?La focalizzazione sulle fonti di informazione e sul digitale

Pare opportuno, allora, partire da cosa si intende con ‘infosfera’, una parola macedonia introdotta da Luciano Floridi (esperto di filosofia dell’informazione) che ha unito ‘sfera‘ e ‘informazione‘. Il rimando però – come affermato dallo stesso Floridi in una intervista a “Il Sole 24 ore” – è anche a ‘biosfera’ e, allora, si potrebbe dire che con infosfera ci si riferisce allo spazio, o all’ambiente, in cui è possibile la vita comunicativa e informazionale, la «globalità dello spazio delle informazioni», che include tutti i mass media (sia old media che new media) e tutti gli agenti (da intendere sia come persone che come organismi artificiali, quali software e robot) che interagiscono tra loro.

In effetti, il testo – lo stesso usato in entrambe le ricerche – di esplicazione degli obiettivi parte proprio da una definizione del termine che, tra l’altro, risulta probabilmente troppo approssimativa, considerando che è proprio su questo argomento che si basa l’intera ricerca. Tuttavia, quel che colpisce maggiormente nel testo in questione è la focalizzazione sullo scenario digitale dell’informazione, come a voler ritagliare nell’ampio panorama dell’infosfera – come definita, appunto, da Floridi – uno spazio molto specifico (seppur rilevante nell’attuale scenario) che finisce con il dare poco peso a ogni altro medium o meccanismo comunicativo e informazionale tra gli agenti offline. L’obiettivo del lavoro di ricerca dichiarato a conclusione del testo è, inoltre, il seguente:

«cercare di comprendere quali siano i criteri di scelta delle fonti di informazione degli utenti italiani. In particolare essa ha l’obiettivo di comprendere quali siano i meccanismi di influenza dei media, in particolare quelli presenti su Internet, e la loro efficacia in termini di persuasione.»

L’obiettivo appare certamente molto ambizioso ma, appunto, orientato a un limitato ventaglio di aspetti che rendono il titolo della ricerca almeno in parte fuorviante.

Campione e metodologia: scelte poco qualitative/quantitative?

Il campione di persone preso in esame per il 2018 è stato in numero superiore rispetto al 2016: 1520 vs 1157. Non volendo entrare nel merito della questione relativa alla effettiva rappresentatività del numero e della composizione del campione rispetto alla totalità degli utenti italiani, non si può però ignorare che la metodologia adottata per il 2018 resta la stessa del 2016: limitata alla sola somministrazione di questionari, il che rende inevitabile chiedersi se questa scelta restituisca dei dati qualitativi e quantitativi oggettivi.

Questo aspetto, tra l’altro, è stato evidenziato da diversi esperti – come Mario Morcellini, commissario AGCOM, e Marco Delmastro, autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – che sono intervenuti nella mattinata di presentazione della ricerca stessa all’UNISOB di Napoli. Da alcuni di loro è stata anche evidenziata la mancanza di un’interdisciplinarità, che sarebbe necessaria per la realizzazione e per l’analisi dei dati, un aspetto che pesa non poco all’interno di una ricerca che aspira a restituire informazioni complesse relativamente agli italiani e al loro rapporto con le fonti di informazione nonché all’influenza esercitata su di loro dai mezzi di comunicazione (soprattutto digitali). Lo studio è infatti stato coordinato e portato avanti dalle sole cattedre e dai soli studenti di Teorie e Tecniche delle Analisi di Mercato e di Social Media Marketing.

I dati?

A seguito di tali considerazioni, soffermarsi su un’analisi dei dati emersi potrebbe essere quasi un controsenso. Non possiamo però non riportare che diverse testate giornalistiche di rilievo nazionale hanno ripreso, comunque, i dati dello studio Infosfera 2018, quasi tutti ponendo enfasi su quelli riguardanti le fake news, senza (o quasi) fare riferimento a quanto trattato sopra.
Il Fatto Quotidiano ha, ad esempio, pubblicato un articolo dal titolo “Fake news, social network non più credibili: l’87% degli italiani non si fida e dice di non saper riconoscere una bufala”; sul sito di SkyTG24, invece, il titolo è  “L’82% degli italiani non riconosce una fake news” – simile a quello dell’Ansa “L’82% degli italiani non sa riconoscere una fake news” – e il breve articolo ha anche un piccolo paragrafo, “Un campione attendibile” che riprende quanto scritto anche nel report di ricerca, ovvero che «presenta il 2,5% di errore statistico nelle stime»; “Secondo il rapporto, l‘82% degli italiani non sa riconoscere una bufala” è, poi, il sottotitolo dell’articolo postato sul sito Agi.

La parte teorica della ricerca: interessante spunto di riflessione su diverse tematiche

In occasione della presentazione abbiamo però colto diversi spunti di riflessione interessanti, alcuni dei quali esposti anche nella parte teorica della ricerca.

Se è vero che molti stimoli per una riflessione sul rapporto degli utenti con le informazioni (specie online) erano già arrivati dalla ricerca del 2016, in quella del 2018 risultano, in generale, più approfonditi, e – questa è una delle novità del più recente studio, peraltro impaginato con molta più attenzione all’aspetto grafico ed estetico, funzionale per una più scorrevole lettura – tutte le tematiche sono introdotte da un testo redatto dalla professoressa Natascia Villani. Il titolo di questo testo è “Ragione e sentiment”, chiaro indizio di una considerazione su cosa guidi gli utenti nei loro comportamenti in rete.

Tutta la parte teorica di accompagnamento allo studio è una sintesi dei principali aspetti che caratterizzano l’attuale società, di cui giudizio e atteggiamento sono fortemente influenzati dalle più svariate fonti di informazione online e dai nuovi mezzi di comunicazione. Si tratta, in altre parole, di indagare le conseguenze dell’information overload, il fenomeno della disintermediazione, i limiti dello sviluppo della rete come luogo di democratizzazzione di massa, la povertà di attenzione e la diminuzione delle capacità di memorizzazione, le abitudini quotidiane degli utenti nel consumo di informazioni e tempo di permanenza in rete e sui social network – con un ruolo predominante occupato ancora, nonostante alcuni cali, da Facebook –, nonché l’incapacità di distinguere tra vero e falso e, quindi, la percezione di credibilità, anche verso le fake news.

Abbiamo dibattuto alcuni di questi temi nel corso di due interviste con i due direttori scientifici della ricerca, i professori Umberto Costantini ed Eugenio Iorio. Quanto a fake news e capacità di percezione di queste da parte degli utenti, soprattutto online, Iorio si è così espresso:

«C’è una bassissima capacità da parte degli utenti in Internet di percepire una fake news, così come i profili falsi, sia su Facebook che su Twitter, ma anche di distinguere i blog di informazione da quelli che sono invece blog di bufale. Questo avviene perché sostanzialmente c’è un confezionamento dell’informazione che non risponde solo all’informazione stessa ma che ha più caratteristiche, che spesso gli utenti tendono a percepire come vere. Questo ovviamente non fa che creare un grosso problema, perché oggi gli utenti trovano su Internet tutto e il contrario di tutto e ognuno tende a credere e confermare quello in cui crede già

Quest’ultimo concetto è stato ripreso anche da Costantini:

«Le persone pensano di informarsi essenzialmente con i mezzi offline, poi in realtà sui mezzi online, quindi Facebook, etc., ripercorrono quello che hanno sentito e lo commentano. Quindi, a un certo punto, c’è una amplificazione dei rumori di fondo di quello che si è percepito o che si è pensato di percepire nei mezzi offline. Sono, perciò, sempre i mezzi offline che comandano, però l’interpretazione è amplificata e diventa quella reale da parte dei fruitori dei mezzi online. Questa è una cosa molto complessa. Alla fine si fa una selezione: accettiamo quello che condividiamo e siamo contro quello che non condividiamo, quindi, l’amplificazione della ricerca espone in maniera molto forte questa dicotomia – che è poi quello che incide sulla democrazia – tra fazioni opposte, perché appoggiamo tutto quello che crediamo. E vale anche per le fake news: se condividiamo l’idea di fondo di una fake news la diffondiamo, non andiamo a verificare che si tratti di fake o meno perché al limite non ci interessa poiché conferma i nostri pensieri.»

Si può, allora, comprendere anche il peso dato nella ricerca all’analisi dell’online e dei social media, perché, come dichiarato da Iorio, «il peso dei social media nell’attuale infosfera è centralissimo e negli ultimi 10 anni hanno accelerato in maniera prepotente la diffusione delle fake news oltre che trasformare le relazioni tra i soggetti e il modo di percepire la realtà».

Tutte le ore che gli utenti trascorrono in rete e sui social media portano, inoltre, una serie di problematiche, collegate principalmente a un deficit attentivo e di memoria.

Colpa del sovraccarico cognitivo causato dalle informazioni che comporta, come si accennava, pure una diminuzione di allenamento della memoria: basti pensare agli smartphone/device mobili che diventano «veri e propri depositari della nostra memoria, protuberanze cibernetiche del nostro corpo» – ha affermato ancora Iorio ai nostri microfoni – che, essendo a nostra disposizione 24 ore su 24 rendono molto più “agevole” la consultazione delle informazioni, richiedendo uno sforzo cognitivo minimo.

lo studio dell’unisob come punto di partenza

Alla luce di quanto detto in merito alla rilevanza delle tematiche trattate, la ricerca Infosfera 2018, seppur lontana dall’essere un punto di riferimento per uno studio completo ed esaustivo sull’infosfera italiana, resta, comunque, uno spunto di riflessione interessante per continuare a studiare i cambiamenti in atto nell’attuale società dell’informazione, un punto di partenza per indagare più a fondo, utilizzando magari anche metodologie di ricerca più complete e coinvolgendo un team di esperti e studenti provenienti da discipline differenti. Un punto di partenza per lo studio dell’ambiente comunicativo in cui si sviluppa l’informazione e in cui gli agenti sono sempre più sistemi di informazione interconnessi o – per usare ancora un termine coniato da Floridi – inforgs.

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