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Le iniziative contro le fake news servono davvero a qualcosa?

Dagli editori ai social network, le iniziative contro le fake news sono tante. Sono davvero utili però nel dibattito sulla post-verità?

Le iniziative contro le fake news servono davvero a qualcosa?

Da quando l’Oxford Dictionaries lo considerò parola dell’anno (era il 2016, ndr), il termine post-verità è stato usato – e in qualche caso abusato – in qualunque discorso avesse come tema centrale la credibilità e la fiducia riposta nei media, la media literacy di lettori e ascoltatori e cioè la loro capacità di mantenere un approccio critico e consapevole di bias e routine editoriali che incidono sulla natura stessa di una notizia, non ultima la necessità di intraprendere e vincere una vera e propria lotta alle bufale. Da allora sono passati quasi due anni e le iniziative contro le fake news da parte di editori, soggetti istituzionali, community digitali nate appositamente sono state tante e animate da uno spirito in parte diverso. Tutte, però, sembrano scontare la stessa mancanza: quella di una chiaro quadro definitorio a cui far riferimento.

Di cosa si parla quando si parla di post-verità (che forse non esiste)

Lo stesso termine post-verità – come sottolinea anche il saggio “Vivere e non sapere. Fenomenologia della post-truth tra educazione e comunicazione” – è un termine ombrello, periferico, che non indica niente se non la constatazione che nella formazione dell’opinione pubblica i fatti oggettivi hanno ormai perso rilevanza rispetto alle convinzioni personali e alle emozioni. Non è certo una novità: chi ha provato a tracciare una storia delle fake news ha sottolineato, infatti, come verità e fatti alternativi abbiano un passato lungo e florido: Procopio, uno storico bizantino, scrisse una serie di “Aneddoti” basati su dati e informazioni di dubbia provenienza per inficiare la reputazione dell’imperatore Giustiniano ed è facile immaginare che persino “La Guerra dei Mondi” sarebbe stata bollata come bufala se non fosse stata riconosciuta nel frattempo come la più grande pièce radiofonica di Orson Welles. Neanche il problema della misinformazione è davvero nuovo, né la facilità con cui si diffondono bufale e fake news andrebbe  imputata esclusivamente a quell’overlad informativo che rende difficile orientarsi tra la molteplicità di fonti disponibili in Rete.

Già a fine Ottocento una riflessione sulle notizie false di Matilde Serao, co-fondatrice dell’allora Corriere di Napoli, faceva una distinzione tra diverse tipologie di bufale: c’erano quelle create ad arte e con cattive attenzioni, quelle nate quasi per caso e altrettanto per caso germogliate nonostante non fossero verosimili e non potessero esserlo mai. È facile da capire, allora, perché tutte le iniziative contro le fake news dovrebbero essere, innanzitutto, iniziative di stampo culturale.

Iniziative contro le fake news? Serve prima una cultura dei media

La propensione a credere alle bufale scientifiche, il successo delle teorie complottiste sono un chiaro sintomo di una cattiva conoscenza del mondo dei media: nonostante ci si creda consumatori smaliziati di informazioni e contenuti mediali, in altre parole si fa fatica a riconoscere davvero i principali meccanismi e bias su cui essi sono costruiti. Uno studio dell’Osservatorio NEWS-ITALIA sulla percezione delle fake news in Italia sottolinea, per esempio, come della percentuale di utenti che utilizzano Internet come fonte primaria d’informazione oltre il 60% si definisca “abbastanza sicuro” della sua capacità di riconoscere una fake news da una notizia verificata.

iniziative contro le fake news percezione Italia

Il dato è in contrasto con altri studi, su tutti quello del Pew Research Center che sottolinea come un utente su quattro abbia condiviso almeno una volta, consapevolmente o meno, una fake news. Il dubbio è, allora, che da un lato si tenda a sovrastimare le proprie capacità critiche e dall’altro l’ampio dibattito di questi anni su fatti alternativi e post-verità sia rimasto confinato tra gli addetti ai lavori, con quasi nessuna influenza positiva sull’opinione pubblica. Per questo si sta provando a correre ai ripari, con un’iniziativa come #BastaBufale, per esempio, voluta del MIUR e dalla Presidente della Camera Laura Boldrini – più volte del resto dimostratasi sensibile a temi come l’hate speech del discorso o gli abusi che avvengono in Rete – e che vedrà protagonisti gli studenti delle scuole italiane chiamati a completare un vero e proprio decalogo Anti-Bufala.

Per ora, infatti, dal Ministero hanno individuato otto principi chiave, principi che vanno dalla necessità di accertarsi della natura delle fonti a quella di rivolgersi a un adulto o a un esperto tutte le volte che si nutrono dubbi sulla veridicità di un’informazione, pensati per fornire ai più piccoli gli strumenti di base per il fact-checking e per potersi difendere da fake news e co., partecipare in maniera consapevole al dibattito pubblico e contribuire a mantenere sano l’ecosistema dell’informazione (digitale e non).

iniziative contro le fake news decalogo boldrini

Il ddl italiano contro le bufale e i dubbi sul possibile intervento legislativo

È l’impronta così marcatamente pedagogica di molte iniziative contro le fake news, italiane soprattutto, che sembra lasciare però perplessi gli esperti del settore. Sotto l’occhio del ciclone è stato, in particolare, il disegno di legge contro le bufale presentato in Senato a febbraio 2017 da un gruppo bipartisan. La missione dichiarata è di «prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica» e per farlo sarebbero previsti inasprimenti delle pene per chi «pubblica o diffonde» online «notizie false, esagerate o tendenziose che riguardino dati o fatti infondati o falsi» o ancora nel caso in cui quelle stesse notizie false siano mirate a «destare pubblico allarme» o «fuorviare settori dell’opinione pubblica», come recitano alcuni articoli del testo. Le critiche mosse al disegno di legge contro le bufale vertono intorno a

  • l’incompletezza e la natura confusionaria del testo, soprattutto quando si tratta di determinare di chi sia la responsabilità della pubblicazione/diffusione di notizie fake;
  • la separazione, ancora fin troppo stagna, tra online e offline: il disegno di legge, infatti, è dichiaratamente centrato sull’informazione online, ma non tiene conto che bufale e fake news sono un problema concreto anche di carta stampata e media tradizionali, né che sarebbe ormai auspicabile un approccio quanto più integrato possibile quando si parla di sistema mediatico;
  • la natura in parte censoria di un disegno di legge che prevede sanzioni anche per una fattispecie – quella che nel testo è sottintesa nella postilla «fuorviare settori dell’opinione pubblica» – che da qualcuno è stata considerata niente più che una normale propaganda.

In definitiva? L’accusa, quella mossa da Valigia Blu, tra gli altri, è che il ddl possa risultare in una «sorta di legge omnibus contro il lato oscuro di Internet».

Per approfondimenti su: "interventi legali in materia di fake news "
Fake news sul web: il drastico intervento della Germania

Google, l’etichetta contro le fake news e le partnership finalizzate al debunking

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Google News ha introdotto una particolare etichetta che permette di riconoscere le notizie verificate (e da chi).

Ben più adatte allo spirito del tempo e a un consumo di news sempre più social sembrano essere, in questo senso, le iniziative contro le fake news portate avanti dai giganti del digitale. Già da un po’ di tempo, per esempio, Google ha introdotto una speciale etichetta che, nella sezione News, distingue le notizie verificate e che hanno subito un processo di fact-checking da quelle che non lo sono: l’obiettivo, com’è facile intuire, è permettere a chiunque di orientarsi tra le fonti e discernerne la credibilità. Per la stessa ragione, più di recente Google ha chiuso una partnership con l’International Fact-Checking Network, un’organizzazione attiva a livello internazionale che non solo si occupa di debunking e verifica delle notizie ma fa anche formazione, partnership che dovrebbe permettere al motore di ricerca di minimizzare il numero di notizie poco attendibili tra i risultati di ricerca e, di conseguenza, rendere migliore l’esperienza utente.

Come (e perché) Facebook ha intrapreso una lotta contro le fake news

Quando si parla di iniziative contro le fake news, comunque, non si può ignorare il gran numero di operazioni intraprese da Facebook.

Dagli upgrade negli algoritmi che penalizzano le notizie non verificate né verificabili, alla formazione pensata ad hoc per i giornalisti e la possibilità di coinvolgere la community in un meccanismo crowdsourced di fact-checking con gli utenti che possono segnalare come fake notizie e link in cui incappano nel feed, l’impegno di Zuckerberg è andato chiaramente nella direzione di renderlo di nuovo un posto più abitabile e a misura d’uomo. Tra le ultime importanti novità in questo senso? È stata disabilitata, per esempio, l’opzione che permetteva a chi gestiva una pagina di modificare, prima di condividerle, le anteprime dei link su Facebook. I paratesti – titolo, snippet, immagine in evidenza – hanno un ruolo fondamentale infatti quando si tratta di attrarre visite e lettori: in molte occasioni, così, soprattutto i media outlet che vivono di clickbait li hanno manipolati ad arte in modo da rendere più accattivanti, credibili o semplicemente adeguate agli standard di comunità le loro notizie.

Se già allora il team di Facebook aveva motivato la scelta come la necessità di supportare e dare vita a una community più e meglio informata, in questa direzione va anche una nuova feature che dovrebbe permettere a chiunque di avere a portata di tap informazioni aggiuntive sui link che si trovano sul proprio feed Facebook. Da Menlo Park starebbero testando, cioè, la possibilità di cliccare sul menù a scomparsa di ogni notizia condivisa tramite link per ricevere una serie di highlights aggiuntivi rispetto all’autore di quella notizia, per esempio, o ad argomenti correlati e su cui si stanno basando le principali discussioni in materia, ecc. Ancora una volta, l’intento sembra essere quello di facilitare chi si informa, e lo fa soprattutto o esclusivamente su Facebook, a valutare se una notizia è affidabile, se i dati riportati sono verificati, se l’autore della notizia o la testata che la riporta rappresentano fonti attendibili, ecc.

Article Context

Pubblicato da Facebook su Mercoledì 4 ottobre 2017

A cosa stanno portando sforzi come questi? A risultati concreti: appositamente interpellato sull’efficacia degli strumenti contro le fake news di Facebook, il team di Zuckerberg avrebbe rivelato infatti a BuzzFeed che da quando è stata introdotta la possibilità di taggare come fake una notizia o un link è crollata di oltre l’80% la probabilità che una notizia palesemente falsa o manipolata venisse condivisa. La sfida ancora da vincere, invece, sarebbe la velocità del processo: al momento sarebbero necessari, infatti, almeno tre giorni perché una notizia venga riconosciuta come fake news e penalizzata per questo, ma per rendere Facebook un posto migliore anche per quanto riguarda l’informazione ciò dovrebbe avvenire molto più velocemente.

Software, intelligenza artificiale e chatbot vs post-verità

Anche la tecnologia, comunque, sembrerebbe poter dare un apporto non indifferente alla lotta contro le fake news. Da ottobre 2017, per esempio, dovrebbe essere a disposizione uno speciale software che da The Guardian hanno già definito una sorta di «sistema immunitario» dell’informazione: dovrebbe essere scritto, infatti, per controllare quasi in tempo reale le informazioni fornite dai politici durante i comizi o durante le ospitate televisive, quelle veicolate dai programmi, dai notiziari in TV o dai giornali e per dare un responso altrettanto veloce sulla loro attendibilità. C’è chi propone, però, di utilizzare anche l’intelligenza artificiale per scovare, tra le news, quelle che non hanno subito un processo di verifica o che risultano chiaramente manipolate. Un’idea potrebbe essere sfruttare i chatbot: utilizzati in ormai tantissimi ambiti diversi, dal social care all’assistenza sanitaria, i bot di Messenger e co. sono ormai bravi nell’analisi semantica e non dovrebbero avere alcun problema a individuare termini offensivi o espressioni dispregiative ricorrenti. Nell’ipotesi più semplice potrebbero limitarsi a bannare i contenuti in cui queste espressioni sono ricorrenti, anche se la sfida più grande sarebbe un approccio più costruttivo, con chatbot che siano in grado di virare in positivo il tono delle conversazioni o offrire contenuti, informazioni, dati attendibili sui temi in questione.

Non manca, però, chi fa notare che l’AI è già – e potrebbe esserlo ancora di più in passato – almeno in parte responsabile della diffusione di notizie false. The Economist tratteggia in questo senso un futuro in parte distopico in cui si potrebbe utilizzare l’intelligenza artificiale per creare fake news: nello specifico, osservati speciali sono i programmi che permettono di sintetizzare audio e immagini in digitale. Utilizzando le reti neuronali, infatti, si potrebbero imparare le proprietà statistiche di un campione audio, per esempio (come la voce di un politico), e riprodurle a piacimento (per costruire ad arte false dichiarazioni su temi di scottante attualità, ecc.). I rischi di manipolazione, in questo senso, appaiono assolutamente concreti, specie all’inizio di un’era – l’era Trump – che, dalle posizioni poco chiare sui temi ambientali ai rapporti con la stampa, sembra destinata a essere davvero il trionfo dei «fatti alternativi» (proprio questa espressione è stata utilizzata da una consigliera del neopresidente USA per giustificare alcune informazioni scorrette sulla cerimonia di insediamento fornite durante la prima conferenza stampa di Trump, ndr).

Le iniziative contro le fake news servo davvero a qualcosa?

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Uno studio italiano mostra, tra l’altro, come i commenti sotto ai post che provano a fare debunking di notizie false o manipolate siano nella maggior parte dei casi negativi.

Il moltiplicarsi di soluzioni e iniziative contro le fake news, comunque, rende spontanea una domanda: servono davvero e a cosa? La risposta è incerta. Uno studio italiano su disinformazione ed echo chamber ha dimostrato, per esempio, che i post che fanno debunking di notizie false, mal interpretate o manipolate registrano in genere bassi livelli di engagement, soprattutto da parte di chi vive in una bolla complottista ed estremizzata (l’ipotesi di fondo dello studio, infatti, è che gli ambienti digitali siano omofili, cioè chiusi in compartimenti quasi stagni fatti di persone che la pensano nello stesso modo ed esposte quindi a contenuti e opinioni largamente confermative delle proprie posizioni, ndr). Anche quando l’interazione avviene, tra l’altro, ha un’impronta per lo più negativa, come confermerebbe il sentiment dei commenti: chiaro sintomo che siamo tutti vittime di quella che è stata definita sindrome di Don Chisciotte, cioè schiavi delle nostre stesse (false) credenze tanto da risultare ciechi davanti alle prove evidenti della loro fallacia.

A questo si aggiungono risultati come quelli della seconda parte della Ogilvy Media Influence 2017 Survey che sottolineano come il proliferare di fake news non abbia inficiato o quasi la fiducia attribuita ai vecchi media, non dai professionisti dell’informazione almeno. Se in riferimento agli utenti comuni si registra infatti una progressiva perdita di fiducia nei media tradizionali, gli addetti ai lavori sembrano nutrire ancora abbastanza speranze. Nello specifico, il dilagare di bufale sarebbe da attribuire secondo chi lavora nel campo ai social media (25%), a una copertura mediatica tendenziosa (14%) o a degli errori di valutazione alterati da opinioni e pregiudizi (14%). Allo stesso tempo, però, buona parte di loro sembra credere che solo alleandosi con i giganti del social networking – e riscoprendo una certa vocazione pubblica del fare giornalismo – si può vincere la lotta alle fake news.

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Perché, forse, non è di una lotta alle fake news che abbiamo bisogno

A patto, certo, che ci sia effettivamente una qualche battaglia da vincere. Quello che le iniziative contro le fake news non dicono è infatti che la post-truth, ammesso che esista, potrebbe rendere più di valore il discorso pubblico. Un’interessante riflessione di Andrea Coccia di Slow News su Linkiesta sottolinea, per esempio, la pericolosità dell’espressione post-verità: indicherebbe infatti l’esistenza di un prima in cui esisteva una sola Verità. Una negazione, insomma, dei principi di base del pensiero moderno, tanto più grave se si considera che è «su quella consapevolezza dell’inesistenza di una verità oggettiva che abbiamo potuto costruire il metodo scientifico», scrive l’esperto.

Abituarsi a diffidare di una Realtà unica e poter credere persino nelle sirene potrebbe essere, così, l’unico vero antidoto per sopravvivere in un mare di fake news — come suggerisce Andrea Fontana, esperto di storytelling e media, nel testo #iocredoallesirene. In altre parole? Serve riconoscere alle fake news almeno un valore di costrutto narrativo e, da uomini narrativi, pensarle come sfida e ausilio allo stesso tempo alle nostre capacità critiche e predittive.

Ciò non toglie comunque che chi si occupa per professione di informazione dovrebbe orientare i suoi sforzi nel tentativo di guarire gli «information disorder», letteralmente malattie dell’informazione. Così si è espressa la First Draft Coalition, la prima community online contro le bufale, nel tentativo di fornire a giornalisti e comunicatori una serie di linee guida contro la misinformazione.

Differenziati a seconda dei diversi stakeholder – soggetti IT, media outlet, soggetti pubblici, società civile – sono consigli che hanno come temi centrali la trasparenza nel fornire le fonti e descrivere i processi, per esempio, la necessità di una proficua collaborazione tra tutti i soggetti che a diverso titolo fanno parte del circolo mediatico, quella di prevedere interventi normativi e (auto)regolativi ad hoc e quella di garantire per quanto possibile un approccio etico ai big data e, ancora, l’impegno nel riscoprire la sacra arte del fact-checking e puntare a fornire contenuti di qualità e che siano davvero di valore per il pubblico, oltre a quello di educare ancora il pubblico a un atteggiamento critico verso media e informazione.

iniziative contro le fake news consigli contro la disinformazione

I 35 consigli contro la misinformazione della First Draft Coalition.

Libri sul tema dell'articolo


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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