Mercoledi 17 Ottobre 2018
MacroambienteIntelligenza artificiale: quando si abusa dell’espressione?

Intelligenza artificiale: quando si abusa dell'espressione?

L'intelligenza artificiale è uno dei trend del 2017. Quando è possibile definire un sistema in questo modo, senza abusare del concetto?


Giuseppe Petrellese

A cura di: Giuseppe Petrellese Autore Inside Marketing

Intelligenza artificiale: quando si abusa dell'espressione?

Quando si parla di intelligenza artificiale è quasi automatico fare un bilancio di tutti i prodotti che si avvicinano al concetto di fantascienza prodotti dall’industria culturale nell’ultimo secolo, in particolare ci si sofferma sul rapporto tra uomo e macchina coscienteCosa ha a che fare, però, tutto questo con l’intelligenza artificiale che ci viene proposta dalle aziende, dai media e dalla tecnologia stessa? Attualmente i veicoli a guida autonoma rappresentano il tipo di sistema che più si avvicina al concetto classico di A.I., mentre tutti gli altri sistemi cui viene data questa definizione in realtà non possiedono consapevolezza e autonomia, quindi sono semplicemente dei programmi.

Facebook avrebbe annunciato un tool in grado di prevenire suicidi, definito da molti media come un sistema di A.I.. Peccato però che un attento esame riveli come in realtà si tratti di un algoritmo di pattern matching

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: COMPUTER COME NEI FILM

Un’osservazione interessante, riportata da The Atlantic, è quella che vede i media trasformare alcune caratteristiche di base delle A.I. in veri e propri miracoli tecnologici. Twitter, ad esempio, ha aggiornato alcuni parametri per salvaguardare gli utenti da tweet offensivi e di bassa qualità; numerose testate hanno riportato la notizia di questo aggiornamento descrivendolo come una nuova implementazione di intelligenza artificiale del social network, quando in realtà non è stato così. È stato chiesto, allora, a George Isbell, ricercatore che si occupa di A.I., di dare una definizione che spieghi esattamente il significato del termine e le sue parole sono state: «Permettere ai computer di comportarsi come accade nei film».

Le due caratteristiche che un sistema deve necessariamente possedere per essere considerato A.I., dunque, sono:

  • captare e apprendere istantaneamente ciò che accade nel contesto in cui si trova. Anche un sistema ad apprendimento automatico, come ad esempio quello utilizzato da Netflix, che migliora la qualità dello streaming in base alla connessione dell’utente e consiglia contenuti in base a ciò che si è visto precedentemente, può essere considerato tale.
  • avere autonomia: un robot che sostituisce un operaio nella costruzione di un’automobile è una macchina programmata per svolgere un ciclo ripetuto di operazioni, mentre un’intelligenza artificiale deve essere autonoma.

SISTEMI INFORMATICI ATTUALI, NIENTE DI SPECIALE

I sistemi ad apprendimento automatico sono destinati a crescere sempre più e, insieme alla loro struttura tecnologica, anche la loro popolarità. Una crescente potenza di elaborazione di dati e calcolo, poi, richiede anche maggiore controllo e consapevolezza.

Ian Bogost sostiene che il termine algoritmo” è diventato una sorta di feticcio culturale, spesso utilizzato per descrivere qualsiasi software o servizio come qualcosa di incredibile e inspiegabile, quando in realtà si tratta sostanzialmente di un programma per computer scritto da un programmatore umano. Il timore è che anche l’espressioneintelligenza artificiale” possa essere associata a qualcosa del genere, soprattutto perché rappresenta uno dei maggiori trend del 2017.

Jerry Kaplan, informatico della Stanford University, paragona l’A.I. ad una fiaba composta dagli strumenti e dalle tecniche più disparate; la comunità condivide questa visione, definendo la disciplina ancora troppo frammentata. Considerato questo, Kaplan suggerisce come alternativa l’anthropic computing, cioè software capaci di interagire e comportarsi come gli esseri umani.

Alan Turing ha scritto circa 70 anni fa un articolo in cui parlava di macchine intelligenti: un sistema si può definire tale se riesce ad ingannare un utente facendogli credere di essere un umano. Oggi i computer ingannano le persone continuamente in diversi modi, non devono necessariamente fingere di essere ciò che non sono, ma possono convincere gli utenti a credere di trovarsi di fronte ad una valida alternativa a quello che offre l’ambiente fisico. I social network, Google, le librerie, i negozi e i giornali non sono delle alternative, ma realtà completamente diverse, eseguite da un computer, con i loro pro e i loro contro.

La maggioranza delle cose classificate come intelligenza artificiale – e che in realtà non lo sono – dovrebbe essere inserita in un contesto differente o anche definita come una semplice implementazione del software da parte dell’azienda sviluppatrice. Kaplan sostiene che un progressivo abbandono dell’utilizzo di questa parola potrebbe rivelarsi come una soluzione per esorcizzare l’aura demoniaca che ha questa tecnologia nella cultura contemporanea. Isbell, invece, sostiene che l’A.I. può ricordare ai creatori e agli utenti che la tecnologia attuale continua a non essere qualcosa di speciale, considerando che gli odierni sistemi continuano ad essere apparati creati da umani che eseguono software programmati da umani.

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