Mercoledi 18 Luglio 2018
MacroambienteInvestimenti cinesi in Italia tra sfide, opportunità e iniziative

Investimenti cinesi in Italia tra sfide, opportunità e iniziative

Quali sono le sfide e le opportunità che comportano gli investimenti cinesi in Italia? Un'analisi sul rapporto economico tra Italia e Cina.


Raquel Baptista

A cura di: Raquel Baptista Autore Inside Marketing

Investimenti cinesi in Italia tra sfide, opportunità e iniziative

L’importo corrispondente all’investimento delle aziende cinesi in Europa ammonterebbe a oltre 300 miliardi di dollari stando allo studio pubblicato ad aprile 2018 da Bloomberg che puntava ad analizzare la presenza del drago asiatico sul territorio europeo. Anche nei confronti del bel paese c’è un crescente interesse di aziende asiatiche e, per questo motivo, tanti sono gli investimenti cinesi in Italia. Come fanno, però, questi imprenditori ad adattarsi al mercato italiano? Come riescono a comunicare marchioprodotti o servizi all’interno di un mondo totalmente diverso dal loro? Inoltre, cosa significa lavorare per investitori cinesi in Italia?

La forza del drago asiatico in Europa

Prima di procedere con l’analisi del contesto italiano è opportuno fare qualche premessa sulla situazione generale in Europa e sui rapporti tra le parti. La “Nuova Via della Seta” (“Belt and Road Initiative“) – che prende spunto dal nome attribuito alle rotte commerciali che nell’antichità facilitavano gli scambi tra l’impero romano e quello cinese – è un progetto lanciato nel 2013 dal presidente Xi Jinping che riflette la dimensione e l’interesse crescente della Cina verso i mercati stranieri. Quest’iniziativa, promossa dal governo cinese per incentivare lo sviluppo di infrastrutture di trasporto e logistica, ha l’obiettivo di migliorare i collegamenti e la cooperazione tra i paesi nell’Eurasia e, oltre a essere un’iniziativa diplomatica improntata sulla globalizzazione, è un progetto economico senza precedenti che punta, lato Cina, a promuovere l’integrazione economica euroasiatica, coinvolgendo più di 65 paesi.

Tuttavia, le sfide sono tante e non poche sono le preoccupazioni dei diversi leader europei che temono l’impatto negativo di un investimento sfrenato da parte del gigante asiatico in Europa.

L’investimento cinese nei paesi dell’Unione Europea dal 2008 al 2018. Fonte: Bloomberg.

Per questo motivo, il 28 maggio 2018 la Commissione per il Commercio Internazionale ha approvato un parere sullo stato delle relazioni UE-Cina, destinato alla Commissione degli Affari Esteri, con l’obiettivo di tutelare gli interessi degli stati membri. L’Italia, la Francia e la Germania hanno rivelato una particolare preoccupazione riguardo alla possibilità che gruppi stranieri, «tra cui quelli cinesi, ottengano a basso costo e in maniera ritenuta sleale delle conoscenze e delle tecnologie moderne, grazie all’acquisto» di aziende europee, come riportato dall’agenzia di stampa portoghese ‘Lusa’. Diversi paesi dell’Unione Europea, così, si sono mostrati favorevoli alla creazione di una legislazione atta a regolamentare questi rapporti, poiché – come si legge all’interno del documento sui rapporti UE-Cina – «nel 2017 il 68% degli investimenti cinesi in Europa proveniva da imprese statali»; la Commissione, poi, avrebbe manifestato «preoccupazione per le acquisizioni orchestrate dallo Stato che potrebbero ostacolare gli interessi strategici europei, gli obiettivi di sicurezza pubblica, la competitività e l’occupazione».

Nonostante la Cina venga riconosciuta come importante attore economico all’interno del contesto europeo, nel parere cui si è fatto riferimento in precedenza viene sottolineato come le società cinesi stiano da tanto beneficiando dell’apertura dei mercati dell’Unione, mentre «il mercato cinese degli appalti pubblici rimane in larga misura chiuso ai fornitori stranieri, cosa che discrimina le imprese europee e impedisce loro di accedere al mercato cinese». Il dialogo tra Cina e Europa in ottica ottimizzazione dei rapporti economici, però, prosegue e sembra essere ben avviato in base a quanto dichiarato dal vice presidente della Commissione Europea per l’Occupazione, la Crescita, gli Investimenti e la Competitività, Jyrki Katainen, a Pechino durante il settimo EU-China High-level Economic and Trade Dialogue. In riferimento al ventesimo China-UE Summit, che si terrà a luglio 2018 a Beijing, il vice presidente ha espresso la propria positività nei confronti delle negoziazioni sugli investimenti e sui rapporti economico e commerciali tra paesi eurasiatici, cosa fatta anche dal ministro degli esteri cinese Wang Yi, come si legge sul sito del ministero degli affari esteri della Repubblica della Cina: «la Cina si appresta a lavorare insieme all’UE per consolidare la fiducia politica da entrambe le parti, rafforzare la cooperazione economica e degli scambi, promuovere l’investimento reciproco, costruire insieme l’iniziativa “belt and road” e una forte cooperazione multilaterale».

Investimenti cinesi in Italia: opportunità o minaccia per gli italiani?

L’Italia sarebbe la terza destinazione europea per gli investimenti cinesi, come dichiarato da Angelino Alfano quando nel 2017 ricopriva la carica di Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. L’allora ministro ha sottolineato come la Cina sia diventata un «partner di primaria importanza» per l’Italia.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Provando a disegnare un quadro (non esaustivo) degli investimenti cinesi in Italia, è possibile affermare che la partecipazione azionaria di cinesi all’interno bel paese non è per niente modesta. Soltanto i titoli della People’s Bank of China, che comprende le azioni relative ad aziende come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Enel e Telecom Italia, valgono complessivamente 4 miliardi e 395 milioni di euro, come indicato da ‘Il Sole 24 Ore’ nel maggio del 2017; 398 imprese italiane contano su una partecipazione superiore al 10% e, come riportato dal sito di ‘Sky TG 24’, «nel 90% dei casi in cui una società è partecipata da capitali cinesi, questi ultimi detengono il controllo dell’impresa (come succede ad esempio con Milan e Inter)». All’interno di un articolo pubblicato sempre da ‘Il Sole 24 Ore’ ad aprile 2018 si afferma che nel 2017 un totale di 514 aziende italiane sono state partecipate da investitori cinesi e se si considerano soltanto gli investimenti cinesi (dunque escludendo quelli di Hong Kong) si parla di un totale di 26.039 dipendenti e di un fatturato di 13.991 milioni di euro.

I benefici per l’Italia, allora? C’è chi da una parte potrebbe interpretare questi dati come il segno di un’industria italiana in declino, vedendo in questi investimenti una minaccia e una sorta di “conquista straniera“; dall’altra, come si legge sempre nell’articolo di ‘Sky TG 24’, bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe se non ci fosse questo forte investimento straniero. Secondo Alberto Rossi, coautore del report “Cina 2017. Scenari e prospettive per le imprese” e responsabile marketing della Fondazione Italia Cina, «una mancanza di investimenti stranieri avrebbe conseguenze peggiori». In particolare, viene fatto riferimento a come si sia evitata la chiusura di diverse aziende italiane grazie proprio all’investimento cinese. Inoltre, come dichiarato dall’ambasciatore della Repubblica popolare cinese in Italia, Liu Ruiyu, a ‘Il Sole 24 Ore’, essi vogliono «che i due Governi valorizzino la complementarietà delle realtà economiche dei due Paesi, incoraggiando investimenti reciproci e la gestione delle aziende locali».

Lavorare per un investitore cinese in Italia: la situazione

Delineato il quadro degli investimenti cinesi in Italia, è opportuno chiedersi come comportarsi con un datore di lavoro proveniente dal gigante asiatico. L’opinione pubblica spesso ritiene che si tratti di una comunità troppo chiusa, che vive solo per lavorare, con orari di lavoro al limite di ciò che è umanamente accettabile e con una business culture poco flessibile e caratterizzata da una gerarchia molto marcata. Non si può, però, ridurre a uno stereotipo una realtà ormai affermata nel contesto italiano. Sicuramente è possibile riscontrare delle difficoltà quando si parla di adattamento dei dipendenti italiani (o europei) alla cultura lavorativa cinese, come messo in evidenza all’interno del reportage della RAI che mostra il lavoro di una donna italiana in un ristorante cinese.

Un articolo del ‘Corriere della Sera’, invece, presenta diversi casi di italiani con un’esperienza molto positiva con datori di lavoro cinesi.

Lo stereotipo di cui sopra, allora, andrebbe allontanato, soprattutto  sulla base di quello che è lo scenario milanese attuale, dove ci sono sempre più dipendenti italiani che vengono assunti da datori di lavoro cinesi che gestiscono piccole e medie imprese come ristoranti, centri estetici e negozi di gadget. Andando a sfatare, dunque, alcuni dei miti a riguardo, nell’articolo sopracitato si fa riferimento a contratti regolari, molti a tempo indeterminato, a «stipendi che vanno in media dai 1200 ai 2500 euro, a seconda della posizione»,ma anche a rapporti tra capi e dipendenti sempre più«diretti e meno gerarchici».

Come ha spiegato il professore Daniele Cologna, sociologo che si occupa di migrazioni, sempre di più i datori di lavoro cinesi, specialmente quelli che investono in negozi di prossimità, hanno bisogno di dipendenti (spesso anche di soci italiani) dato che questi hanno delle competenze specifiche che possono essere essenziali per il successo del business e anche per un adattamento effettivo al contesto europeo. L’esperto parla, ad esempio, di agenzie di viaggi che hanno bisogno di rapportarsi con delle aziende italiane oppure di ristoranti cinesi che vogliono avere dipendenti italiani (e non solo) per rafforzare l’idea di locale multietnico.

Sheng Song, presidente dell’Unione Imprenditori Italia Cina, ha detto invece al ‘Corriere della Sera’ che, relativamente alla situazione di Milano, «i numeri sono destinati a crescere».

Cosa dire, allora, dell’integrazione dei lavoratori e investitori cinesi nel bel paese?

«Il 70% circa delle imprese cinesi in Italia oggi è costituito da imprese che operano nel terziario, sono imprese di servizi, sono negozi che hanno spesso una clientela assai diversificata, non sono negozi etnici nel senso vero e proprio del termine, cioè non è che i cinesi vendono solo ai cinesi, anzi, nulla potrebbe essere più falso, i cinesi vendono a tutti: vendono a persone di ogni età, di ogni condizione sociale, di ogni gruppo etnico. In questo senso sono gli imprenditori più capaci di promuovere l’integrazione anche semplicemente dal punto di vista dello scambio di beni e di servizi»come spiegato dal professore Daniele Cologna.

Come costruire un ponte tra l’Italia e la Cina?

Per quanto riguarda gli investimenti cinesi in Italia, l’adattamento e l’integrazione all’interno di una realtà culturale e sindacale così diversa da quella cinese rende il compito ovviamente più difficile per gli investitori stranieri che cercano di avvicinarsi a questo mercato. È possibile tuttavia agevolare questo processo facilitando la comunicazione tra questi investitori e i diversi interlocutori europei. Un esempio, per quanto riguarda il settore del digital marketing, è quello della digital marketing agency Ploomia che ha ufficializzato una partnership con Eviom, agenzia digitale tedesca, proprio con l’obiettivo di costruire un “ponte digitale” con la Cina. Per gli investitori cinesi che intendono sviluppare una strategia di comunicazione digitale multicanale e vendere i propri prodotti o servizi in diversi paesi dell’Europa, dunque, l’agenzia Eviom offre la possibilità di interfacciarsi con un solo interlocutore, avendo scelto l’azienda come partner per portare avanti il progetto nel contesto italiano.

Per chi invece sia ancora in fase di decisione e intenda conoscere il mercato italiano e sapere come avviare rapporti commerciali e di investimento, la Camera di Commercio Italo Cinese mette a disposizione la “Guida per gli investimenti cinesi in Italia”. Questa può essere scaricata gratuitamente dal sito e fornisce informazioni utili sui settori produttivi italiani e sui trend di collaborazione tra Cina e Italia. La guida può essere particolarmente utile non solo per le informazioni relative al quadro normativo italiano (essenziali per avviare un business nel nostro Paese), ma anche per le dinamiche che caratterizzano la business culture italiana.

Va menzionata, in conclusione, la rivista “Cina in Italia“, nata nel 2001 come primo mensile bilingue cinese-italiano e pubblicata in Italia proprio per promuovere l’integrazione della comunità cinese nel Paese.

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