Lunedi 13 Agosto 2018
IntervisteInVision: nuove forme di fruizione dell’arte

InVision: nuove forme di fruizione dell'arte

InVision presenta a Smau Napoli 2015 l'idea per ridare centralità alle opere d'arte all'interno dei musei senza l'intervento di protesi tecnologiche.


Angela Rita Laganà

A cura di: Angela Rita Laganà Autore Inside Marketing

InVision: nuove forme di fruizione dell'arte

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una particolare trasformazione dei luoghi d’arte, diventati degli habitat interattivi in cui i visitatori si rendono coprotagonisti di un sistema sensibile alle proprie intenzioni e alle proprie preferenze. InVision è un ambiente sensibile in cui sensori e interfacce naturali, trasformano gli utenti in attori in grado di creare e arricchire contenuti senza che dispositivi esterni si interpongano fra uomo e arte. Gli informatici Davide Calandra e Antonio Caso, illustrano a Smau Napoli il progetto che li vede coinvolti insieme alla designer Linda Sorrentino e ci spiegano le possibili applicazioni di questa tecnologia anche al di fuori dei beni culturali.

Nel corso della presentazione del vostro progetto, avete definito In Vision “come industria creativa che realizza ambienti sensibili alle interfacce naturali”: cosa significa?

InVision si colloca fra quelli che sono i trend del momento: i dispositivi indossabili, i visori che stanno andando molto nei musei, forme di realtà virtuale tramite caschetti che dovrebbero dare informazioni aggiuntive sulle opere d’arte e dovrebbero permettere viaggi sensoriali all’interno di un museo. Una soluzione di queste, secondo noi, distoglie l’attenzione dall’opera d’arte: chi sta indossando il visore, chi sta navigando all’interno della realtà virtuale, sta provando un gioco e si dimenticherà dell’opera d’arte ricordandosi invece dell’applicazione. Gli ambienti sensibili applicati ad ambiti museali, hanno l’obiettivo di ridare centralità all’opera d’arte eliminando le protesi tecnologiche. Parlando di ambienti sensibili intendiamo degli ambienti reali che in combinazione con proiezioni virtuali interagiscono con interfacce naturali quindi gesti, sguardi e comandi vocali.

Quali sono le possibili applicazioni di questa tecnologia?

Siamo partiti dai beni culturali ma possiamo applicare questa tecnologia a qualsiasi ambito. Nel nostro caso ci stiamo orientando verso mostre fiere e verso chiunque voglia promuovere in modo particolare un prodotto. Chiunque voglia attirare attenzione su determinati dettagli e creare un esperienza particolare rispetto all’utente. Non non miriamo a mostrare qualcosa ma a far interagire l’utente. Vogliamo che l’utente si senta protagonista ma che allo stesso tempo conservi i suoi gesti e il suo modo naturale di comportarsi. Semplicemente guardando qualcosa, utilizzando questo input, facciamo accadere qualcosa. Il nostro obiettivo è adattare al cliente l’esperienza che dovrà essere vissuta dall’utente.

Volendo fare un bilancio della vostra partecipazione a Smau, cosa portate a casa e quali sono i vostri progetti per il 2016?

Attraverso la nostra partecipazione al Creative Cluster, abbiamo avuto modo di smontare e rimontare la nostra idea individuandone le criticità e contestualizzandola al nostro target in ottica diversa. L’idea è nata all’interno del progetto “Orchestra.Smart city e applicazione delle tecnologie ai beni culturali”, un progetto del Dipartimento di Fisica dell’Universita Federico II di Napoli  e da lì abbiamo sviluppato dei prototipi applicati ai beni culturali. I nostri progetti per il 2016 prevedono la costituzione di un’azienda, un nostro miglioramento alla luce delle criticità individuate, l’ingegnerizzazione dei prototipi e la loro produzione. Una volta entrati in produzione, svilupperemo un parco demo  da proporre ai potenziali clienti. All’interno del percorso seguito a Smau, ci hanno suggerito di non limitarci a questo ambito ma di trasformarci in un’ industria creativa che crea ambienti sensibili applicabili ovunque.

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