MacroambienteSui social vecchie foto imbarazzanti e post controversi hanno creato problemi a un lavoratore su tre secondo Kaspersky

Sui social vecchie foto imbarazzanti e post controversi hanno creato problemi a un lavoratore su tre secondo Kaspersky

In molti cancellano o modificano vecchi post o tag consapevoli che le aziende usano (anche) i social per fare selezione tra i vari candidati: è il "diritto di essere dimenticati", come definito da uno studio di Kaspersky.

Quasi una persona su tre in Europa ha avuto problemi sul lavoro a causa di qualcosa che ha condiviso sui social network secondo lo studio di Kaspersky “The right to be forgotten”. Il titolo, che tradotto vuol dire letteralmente “il diritto di essere dimenticati” e richiama l’istituto giuridico del diritto all’oblio, è esplicativo dell’atteggiamento che la maggior parte degli internauti ha nei confronti dei propri vecchi post o di post anche più recenti ma pubblicati da altri e il più delle volte senza consenso che minano l’immagine e la reputazione di cui godono, come professionisti e non solo: vorrebbero poterli cancellare e una volta per tutte.

I social lasciano poca possibilità di controllo sullo storico della propria presenza digitale

Non sempre gli utenti dei social network sentono di avere pieno controllo sulla propria presenza digitale: quasi un intervistato su quattro nell’indagine di Kaspersky è convinto di non avere a disposizione abbastanza opzioni per cancellare permanentemente attività e informazioni che ha precedentemente condiviso sulle varie piattaforme. È una percentuale che verosimilmente cresce soprattutto per gli internauti più adulti: oltre l’80% dei 16-21enni partecipanti allo studio Kaspersky The right to be forgotten” è convinto, infatti, di avere completa possibilità di controllo sullo storico delle proprie attività online.

Una certa differenza anagrafica ci sarebbe anche per quanto riguarda l’arco temporale su cui esercitare questa forma di “diritto all’oblio”: se l’84% degli intervistati vorrebbe poter cancellare qualcosa che ha condiviso in un generico «passato» sui propri profili social, tra i giovanissimi della generazione z sono oggetto di revisione soprattutto i post dell’ultimo anno, con l’86% che dice che ne cancellerebbe almeno uno (contro una media dell’82% relativa all’intero campione).

Le tipologie di post, contenuti e interazioni che più infastidiscono gli utenti sui social

Dal punto di vista dei contenuti, i post che gli utenti vorrebbero cancellare sono soprattutto foto in cui compaiono in atteggiamenti poco lusinghieri o in cui sono stati taggati senza che lo desiderassero (entrambe citate da almeno un intervistato su cinque), seguite da informazioni che rischiano di essere fraintese (citati dal 17% del campione) o imbarazzanti (16%).

Scende più nel dettaglio, però, lo studio di Kaspersky “The right to be forgotten” nell’individuare la tipologia di contenuti che rischia di avere effetti deleteri sulla propria sfera personale e relazionale e, soprattutto, sulla propria vita lavorativa. Offese e post denigratori nei confronti di ammalati e disabili sono in cima alla classifica, con il 38% degli intervistati che li cita tra quelli che mai vorrebbe vedere condivisi da amici, partner o candidati alle vacancy della propria azienda. Subito dopo, citati dal 34% del campione, vengono i post contrari alla vaccinazione contro il COVID-19: i vaccini contro il coronavirus sono stati un tema piuttosto caldo e discusso sui social, del resto, per mesi e con toni tutt’altro che equilibrati. Anche l’uso in Rete di un linguaggio poco rispettoso nei confronti della comunità LGBTQIAP+ infastidisce aziende e recruiter, oltre che amici e familiari degli utenti (su questo si dice d’accordo il 32% del campione).

Nonostante siano azioni che si compiono con molta leggerezza e quasi sempre senza pensarci su molto, anche i like possono incidere negativamente sull’idea che si dà di sé in Rete. Gli intervistati da Kaspersky hanno citato, infatti, like e mi Piace a post che mostrano crudeltà nei confronti degli animali (lo ha fatto il 60% del campione, una percentuale che cresce soprattutto tra gli italiani fino al 66%) o in cui sono usati toni e argomentazioni razzisti (59%) o che contengono giudizi estetici sull’apparenza delle persone (56%) tra quelli che più finiscono per rovinare l’immagine che si ha di amici, conoscenti, dipendenti e collaboratori o che contribuiscono a crearsene una di segno negativo per potenziali partner o candidati a una posizione lavorativa.

Secondo lo studio Kaspersky “The right to be forgotten” due persone su tre hanno cancellato vecchi post social per ragioni lavorative

L’unica soluzione è, come già si accennava, cancellare post e condivisioni social che non sono più «socialmente accettabili», come li definisce Kaspersky. Lo hanno già fatto almeno una volta due intervistati su tre e lo ha fatto soprattutto chi (il 16% del campione) aveva condiviso notizie e informazioni poi rivelatesi non vere o aveva postato o era stato taggato in foto da ubriaco (nel 14% dei casi).

È un tentativo, a tratti disperato, di ripulirsi l’immagine per evitare quegli incidenti di carriera causati dalle attività poco avvedute fatte in passato sui social network . Anche chi non è stato direttamente licenziato o scartato dal processo di selezione per qualcosa che aveva condiviso sui social network, infatti, secondo lo studio di Kaspersky “The right to be forgotten”, conosce qualcuno a cui è successo (è così per il 42% del campione). Non è un mistero del resto che, anche se non fa propriamente social recruiting , la maggior parte delle aziende e dei responsabili risorse umane ormai controlla i profili social dei candidati durante il processo di selezione alla ricerca di esperienze, hobby, interessi che li rendano quelli più idonei per la vacancy e più in linea con la missione e la filosofia del brand : nel farlo inevitabilmente il rischio è che si accorgano anche di episodi o aspetti del proprio carattere poco lusinghieri se non si è avuto remore a “esporli” in Rete.

Non solo potenziali datori di lavoro, però, anche i colleghi sono spesso delusi o spiazzati e tendono a giudicare i propri vicini di scrivania a partire da quello che scoprono una volta che cominciano a seguirli sui social (di questo si dice convinto il 40% del campione) e ciò potrebbe avere effetti deleteri sulla capacità dei singoli di integrarsi al meglio nella cultura aziendale o di fare la propria parte per ricreare un ambiente di lavoro stimolante e positivo.

È anche per questo che sempre più aziende preparano social media policy accurate da sottoporre ai propri dipendenti e collaboratori e che li aiutino a gestire al meglio la propria presenza digitale, in una forma di professional branding che fa bene tanto all’azienda quanto al singolo lavoratore e all’immagine di sé come professionista che riesce a veicolare. Secondo Kaspersky, del resto, la ragione per cui gli utenti rivendicano a gran voce il “diritto a essere dimenticati” sui social network è perché sentono che i propri profili non li rappresentano pienamente e nella materia più autentica (è così per il 42% del campione).

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