L' Italia e il lavoro: intervista a Severino Nappi

Intervista a Severino Nappi, Assessore al Lavoro ed alla Formazione della Regione Campania, che ci parla di lavoro in Campania: tra presente e futuro.

L' Italia e il lavoro: intervista a Severino Nappi

A seguito dell’evento #jammafaticà, sviluppato a gennaio di quest’anno, la nostra testata ha realizzato un’intervista a Severino Nappil’Assessore al Lavoro ed alla Formazione della Regione Campania, che ha gentilmente risposto alle nostre domande e che ringraziamo per la disponibilità.

Come è sorta l’idea della manifestazione da lei organizzata a gennaio alla Mostra d’Oltremare?

Job è un format. Nasce per presentare alcune delle misure che abbiamo fatto già, realizzate e tangibili. Tutti sono capaci di fare annunci, ma non tutti poi sono disposti a mostrare i risultati, mettendoci la faccia. Noi con #jammafaticà abbiamo inteso fare anche un bilancio delle cose programmate e poi andate in porto. Ci siamo esposti ad un confronto a viso aperto ed abbiamo coinvolto nella manifestazione tutti gli attori del sistema produttivo e tutte le parti sociali con le quali abbiamo lavorato, gomito a gomito, in questi anni.

Che spunti ha potuto trarre da questa esperienza?

Confronto, dibattiti, scambi di punti di vista. Sono convinto che tutti noi ne siamo usciti arricchiti. Chiunque è stato presente, o sul palco, oppure con uno stand o comunque ha dato in altro modo un proprio contributo alla manifestazione, ha toccato con mano ciò che stiamo facendo e ha potuto dire la sua sulle cose che vanno bene, ma anche su quelle che vanno migliorate.

Secondo la sua esperienza e dall’alto della carica istituzionale da lei ricoperta, cosa va e cosa non va in Campania, ed in generale in Italia nel mercato del lavoro?

In Campania cinque anni fa le cose da fare erano davvero molte. A partire dalla realizzazione di strumenti indispensabili che non esistevano come un sistema informatico: tutto ciò che oggi per noi è fondamentale per la conoscenza e la gestione del flusso di informazioni sul mercato del lavoro, le comunicazioni obbligatorie e la rete dei servizi prima semplicemente non esisteva. Abbiamo creato strumenti di conoscenza che prima non avevano, elementi utili soprattutto alle aziende. In base a questi elementi abbiamo potuto programmare politiche mirate, concordate con le aziende, a misura dei lavoratori e dei nostri giovani. In Italia certamente la situazione è più complessa ed amplificata: se anche all’interno della nostra regione abbiamo diversi mercati del lavoro di provincia in provincia, figuriamoci in Italia.

Secondo lei cosa occorrerebbe fare per incentivare le aziende ad assumere? Come mai il governo italiano non cerca di attrarre investimenti stranieri ed il ritorno dei capitali dall’estero attraverso un abbassamento del gettito fiscale, secondo un modello di politica economica adottato dall’Irlanda?

In questo Paese, più che di incentivi, abbiamo bisogno di politiche industriali, studiate e realizzate a misura delle dimensioni delle nostre imprese, per la maggior parte piccole e medie. E’ inconcepibile che in Italia sia più facile avere un finanziamento di 30 M di euro piuttosto che di 100.000 euro! Un gigantismo da burocrati del tutto scollegato dalla realtà. E ancora. Dobbiamo far ripartire l’economia finanziando opere pubbliche. Questa ricetta, per esempio, ha fatto ripartire, e non una volta sola, l’America. Possibile che solo da noi non lo si capisce? Così le imprese ricominceranno ad assumere. Altro che pannicelli caldi.

Secondo lei le cure a questo immobilismo produttivo (il PIL stenta a crescere) potrebbero essere rappresentate da:
– Abbassamento sostanzioso del gettito fiscale (con stimolo al rientro dei capitali dall’estero, attrazione delle multinazionali e degli investimenti stranieri, stimolo all’apertura di nuove attività economiche da parte dei giovani)
– Riduzione dei tempi burocratici per ottenere permessi ed autorizzazioni
– Stimolo del sistema bancario ad ottenere una maggiore liquidità attraverso l’apertura di c/c presso banche italiane (e solo italiane) da parte dei lavoratori italiani e stranieri nel nostro paese, con accredito degli emolumenti direttamente sul conto
– Abbassamento sostanzioso del gettito fiscale (con stimolo al rientro dei capitali dall’estero, attrazione delle multinazionali e degli investimenti stranieri, stimolo all’apertura di nuove attività economiche da parte dei giovani)
– Riduzione dei tempi burocratici per ottenere permessi ed autorizzazioni
– Stimolo del sistema bancario ad ottenere una maggiore liquidità attraverso l’apertura di c/c presso banche italiane (e solo italiane) da parte dei lavoratori italiani e stranieri nel nostro paese, con accredito degli emolumenti direttamente sul conto
– Lotta all’evasione e alla criminalità
– Lotta al precariato e ai lavoratori in nero
– Aumento della competitività delle nostre imprese all’estero, anche attraverso i contratti di rete

Prima di tutto la lotta alla burocrazia che, a mio avviso, è anche strettamente collegata alla proliferazione di evasione fiscale e alla infiltrazione della criminalità organizzata. A me ha molto stupito, per esempio, il modello “Mafia Capitale”: a Roma, la criminalità organizzata faceva perlopiù affari con la dirigenza e molto meno con la politica. Forse il nodo vero della questione è proprio quello: la burocrazia gestisce il potere reale e può scegliere liberamente con chi fare affari, con chi dialogare e sempre più spesso abbiamo casi in cui la criminalità trova terreno fertile. Stesso discorso per l’evasione: molto spesso non si parte evasori, ma lo si diventa proprio per i diktat inflessibili della burocrazia. Infine, credo che un ruolo importante nella crescita del Paese possa averlo la competitività delle imprese e la capacità di essere presenti sui mercati internazionali. Abbiamo molte imprese di qualità: è su quello che dobbiamo puntare.

Cosa ne pensa circa l’aumento dei tassi di emigrazione da parte dei nostri talenti, che ormai si spingono sempre più lontano dall’Italia, in cerca di occupazioni più consone ai propri studi e alle proprie ambizioni (o comunque per lo meno avere dei contratti di lavoro onesti e meglio retribuiti)?

Il problema di questa nuova emigrazione è soprattutto il costo del lavoro. Non è possibile che, ad un imprenditore, la stessa persona costi molto di più in Italia che non persino in altri Stati europei. Questo produce non soltanto una fuga dei cosiddetti cervelli, ma anche un aggravio notevole di costi. Il nostro Paese investe non poche risorse per istruire i nostri giovani, ed è un peccato poi disperderle perché gli stessi giovani poi vanno a produrre ricchezza altrove.

Cosa ci può dire circa i futuri impegni del governo e delle istituzioni in generale sul tema lavoro? Ci saranno altre manifestazioni che hanno come tema il lavoro?

Per parte nostra abbiamo scelto la strada delle cose concrete: non pensiamo che le soluzioni stiano all’interno delle riforme e quindi delle leggi. E allora sicuramente faremo altri incontri in cui, suddividendole per filiere, metteremo insieme le eccellenze della nostra terra, insieme ai giovani imprenditori emergenti, alle start up e a chi ha scelto di restarci in Campania.

Bello il nome della manifestazione “#Jammafaticà”: chi ha avuto l’idea del nome? Sembra esserci l’associazione al presente/futuro (l’hashtag che richiama i cinguettii di Twitter e quindi il mondo dei social) e la cultura napoletana (il dialetto e la sostanza propria della cultura napoletana).

Esatto, è stato proprio questo il messaggio a cui un giorno, seduto a tavola con un gruppo di miei collaboratori, abbiamo pensato. Tradizione ed innovazione si sarebbe detto un tempo. Ormai i nostri giovani parlano sempre meglio l’inglese, e ahimè sempre meno attenzione viene riservata al dialetto. Ma qui siamo di fronte al dialetto napoletano: una vera e propria lingua. Anche durante l’evento abbiamo avuto dei momenti in cui, con le canzoni o con altri pezzi di tradizione, abbiamo rievocato la nostra identità napoletana. Anche il lavoro, che apparentemente può sembrare un tema tecnico e distante, deve invece servire ad avvicinare i giovani al proprio futuro e alle Istituzioni.

Io ho una mia visione del mondo del lavoro che vorrei condividere con lei: da esperto in marketing e comunicazione credo che in questo paese ed in questa città in particolare si tenda ad associare il lavoro come qualcosa di faticoso, di sofferto. Il dialetto napoletano per esempio ha coniato il termine appunto di “Fatica” con il quale si indica il lavoro. Non crede forse che occorrerebbe migliorare gli ambienti di lavoro e far aumentare la produttività dei lavoratori e ridurre i tassi di assenteismo (alti in tutt’Italia e il caso dei vigili urbani di Roma ne è stato una dimostrazione), attraverso un maggior coinvolgimento dei lavoratori nei piani aziendali e un ambiente più rilassato e stimolante come nel caso per esempio degli ambienti di lavoro anglosassoni (mi viene in mente Google ad esempio, oppure Facebook).

La tragicomica differenza tra “posto” e “fatica”. Altro folclore negativo napoletano che dimostra la straordinaria capacità del nostro popolo di farsi male. Stiamo lavorando per superarla, attraverso una lotta “feroce” all’inutile assistenzialismo e alla formazione tanto per fare, per esempio. Altro discorso quello dei servizi alla persona, nella vita come nel lavoro. Ne abbiamo un bisogno straordinario e non ci riusciamo ancora perché ci si nasconde dietro l’assenza dei soldi. Non è del tutto vero. Per esempio, in materia di welfare aziendale, per garantire alternanza tra tempo di vita e tempo di lavoro, a partire da un asilo nido aziendale, si può tranquillamente ricorrere, attraverso la contrattazione collettiva, a forme di organizzazione del lavoro flessibili che fanno risparmiare l’impresa senza toccare il salario dei lavoratori. Si può chiedere all’impresa che una parte di quel risparmio sia reinvestivo in servizi per i lavoratori e le loro famiglie. Abbiamo nel mondo tanti esempi positivi. Dobbiamo farlo anche da noi e, le assicuro, nel mondo del nostro sindacato e dell’impresa campana il terreno è fertile. Occorre iniziare a parlarne per stimolarli. I risultati verranno. E presto.

L’ultima domanda: come mai nella nostra città si fa fatica a fare marketing e comunicazione? La nostra capacità di inventiva e creazione, che sono proprie anche del marketing e della comunicazione, non dovrebbero essere sfruttate meglio?

Sicuramente. A Napoli abbiamo la fortuna di essere più creativi degli altri, con un pizzico di campanilismo dico che abbiamo molti punti di ispirazione in più rispetto ad altri luoghi e ad altre città. Ma evidentemente non basta. Forse non tutti, a partire dalle Istituzioni, credono abbastanza nella creatività dei giovani che, invece, impiegata nel marketing e nella comunicazione, può farne “pane” per il loro futuro.

L’intervista a Severino Nappi dimostra la volontà della regione e delle istituzioni in generale ad uscire dalla crisi economica nella quale ci siamo ritrovati negli ultimi anni.


A firma di: Francesco Corvino Contributor
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