MacroambienteLegge sul cyberbullismo, la protesta: è contro la libertà del web

Legge sul cyberbullismo, la protesta: è contro la libertà del web

Anche la senatrice che l'ha promossa è contro la legge sul cyberbullismo, giudicata come una minaccia alla libertà del web. Ecco perché

Legge sul cyberbullismo, la protesta: è contro la libertà del web

Tutto è nato con una nobile causa: evitare che i minorenni siano oggetto di insulti e minacce sul web. Poi il testo della legge sul cyberbullismo è stato modificato e adesso, dopo l’approvazione definitiva in Parlamento, rischia di avere conseguenze gravi.

La proposta era pervenuta più di un anno fa ai deputati e ai senatori italiani a seguito di gravi casi, che hanno afflitto e continuano ad affliggere il nostro paese, di minori presi di mira, scherniti e in alcuni casi persino istigati al suicidio, tramite chat, social network e siti Internet. Uno di questi casi aveva particolarmente colpito la senatrice Elena Ferraro, nella vita docente di musica: Carolina, la quattordicenne novarese che si tolse la vita a seguito della pubblicazione e diffusione del video delle moleste da lei subite, era una sua alunna.

La Ferraro così ha deciso di proporre una legge che potesse tutelare i minori contro i pericoli del web e le mille insidie che vi sono nascoste. La legge, però, arrivata in Parlamento ha subito un grave cambio di rotta fino a diventare quello che qualche giorno fa è stato approvato dalla Camera con 242 sì, 73 no e 48 astensioni. Il nuovo testo sulla “Tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo” in realtà di minorenni si occupa ben poco: la platea dei destinatari del provvedimento è stata allargata anche ai maggiorenni e a tutte quelle situazioni in cui vi sono aggressioni «al fine di provocare sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione, attraverso atti o comportamenti vessatori, pressioni e violenze fisiche o psicologiche, istigazione al suicidio o all’autolesionismo, minacce o ricatti, furti o danneggiamenti, offese o derisioni, anche aventi per oggetto la razza, la lingua, la religione, l’orientamento sessuale, l’opinione politica, l’aspetto fisico o le condizioni personali e sociali della vittima» anche attraverso il mezzo Internet.

Della parola “minori”, insomma, nemmeno l’ombra e questo potrebbe essere, secondo molti detrattori della legge, un grave problema per la libertà di opinione in Rete e per la satira, come ha voluto sottolineare proprio la senatrice Elena Ferrara, autrice del testo: «La legge è stata compromessa nella sua efficienza. Volevamo uno strumento centrato sui minori e focalizzato sulla prevenzione e la formazione: una linea che anche l’Europa stava guardando con attenzione, dando giudizi positivi sull’alleanza che in Italia si è riusciti a creare con le aziende e i social network. E invece quello che è uscito è un provvedimento con aspetti punitivi e censori, che quando il testo tornerà al Senato verranno messi sotto una grande lente». 

La legge per il reato ora prevede l’oscuramento dei contenuti e una pena che va da 1 a 6 anni di reclusione; inoltre, a giudicare la validità o meno delle offese sul web saranno i servizi provider, ai quali chi si ritiene leso dovrà far ricorso, e il Garante della Privacy, che vedrà così aumentare le richieste di intervento in maniera esponenziale, con il rischio che i minori che ne abbiano realmente bisogno aspettino più di prima per vedere finire la loro pena mediatica.

La legge nata quindi come contrasto al cyberbullismo a tutela dei minori adesso si occupa in via generale del bullismo e tutela anche i maggiorenni (questi ultimi non erano già tutelati dai reati di diffamazione, stalking o violenza privata?), ma cosa ancor più grave rischia di essere un bavaglio alla libertà di opinione in Rete, dal momento che chiunque provi anche solo “ansia” nei confronti di quel contenuto può chiederne la rimozione.

La battaglia, però, non è ancora conclusa: alla Camera hanno già detto di sì, ora tocca al Senato e molti prevedono che non diventerà mai legge dello Stato a causa dei criteri di incostituzionalità che porta con sé.


A firma di: Carla Panico Contributor
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