campagna Rakuten
Domenica 16 Dicembre 2018
MacroambienteL’era del digitale svela la vera natura del multitasking

L’era del digitale svela la vera natura del multitasking

Nell’era del digitale e dei mille impegni quotidiani, un’evidenza empirica mina la salute umana: il multitasking compromette il cervello


Giuliana Maria Volpe
A cura di: Giuliana Maria Volpe Autore Inside Marketing
L’era del digitale svela la vera natura del multitasking

Attualmente la capacità di fare mille cose insieme, comunemente definita multitasking, è ritenuta un must che viene assecondato dal costante progresso della tecnologia, basti pensare a tutte le app sviluppate proprio per consentire un controllo simultaneo e contemporaneo di tutte le applicazioni preferite e usate di recente.

Dunque, oggigiorno, è credenza diffusa che far migliaia di cose contemporaneamente e con un semplice clic sia sinonimo di grande capacità, competenza, adattabilità e flessibilità… ma in realtà non è così. Diverse evidenze scientifiche, infatti, mostrano proprio il contrario di questa credenza sempliciotta e popolare. Vediamo insieme il perché. Partendo dalla base, la definizione di multitasking si riferisce alla capacità, primariamente informatica e ormai anche umana, di svolgere più attività, eseguendo svariati processi insieme ed utilizzando anche diversi dispositivi tecnologici  contemporaneamente.

La questione, come è facilmente intuibile, è  strettamente connessa a un’abilità cognitiva alla base della vita quotidiana: l’attenzione divisa, ovvero la capacità di dirigere le risorse attentive a più attività nello stesso momento. Sebbene, secondo la teoria delle risorse multiple dell’attenzione, il fare più cose insieme sarebbe possibile perché nel nostro cervello sono disponibili diverse risorse che possono essere allocate in attività diverse e in tempi diversi, studi recenti hanno evidenziato il contrario.

Ha cominciato l’università di Standford, che già nel 2009 ha portato alla luce l’incapacità dei cosiddetti multitasker di ignorare i “distrattori” nello svolgimento corretto del compito richiesto: questo perché “non potevano fare a meno di pensare a ciò che non stavano facendo”, in accordo alle parole di Ophir.

Successivamente, nel 2014, l’università del Sussex ha dimostrato che le persone che utilizzano frequentemente diversi dispositivi multimediali contemporaneamente hanno una minore densità della sostanza grigia in una particolare regione del cervello rispetto a coloro che utilizzano un solo dispositivo alla volta. Nello specifico, lo studio ha dimostrato che la minore densità della materia grigia risiederebbe nella parte del cervello nota come corteccia cingolata anteriore (ACC), la regione responsabile delle funzioni di controllo  sia cognitivo che emotivo.

Ancor più recentemente, nel 2015, il neuroscienziato Daniel J. Levitin   direttore del Laboratory for Music, Cognition and Expertise alla McGill University si è espresso aspramente riguardo al multitasking. Egli asserisce, infatti, che fare più cose nello stesso momento rende meno efficienti e comporta un vero e proprio esaurimento delle funzioni cerebrali, dal momento che ci si trova a fare “i lavori di dieci persone diverse, cercando anche di tenere il passo con la nostra vita, i nostri figli e genitori, i nostri amici, le nostre carriere, i nostri hobby, e i nostri programmi televisivi preferiti”. Inoltre chiarisce che sia più corretto pensare al multitasking come la capacità di passare da un compito all’altro rispetto a quella  di fare più cose insieme. E continua ancora affermando che “la semplice opportunità di fare più cose contemporaneamente è dannosa per le prestazioni cognitive (…). La ricerca di Wilson ha scoperto che trovarsi in una situazione in cui si sta cercando di concentrarsi su un compito e si ha una e-mail non letta nella posta in arrivo, può ridurre il QI (Quoziente Intellettivo) effettivo di 10 punti”.

Da queste evidenze emerge la preoccupante consapevolezza di quanto l’ostinazione di fare molte cose insieme sia nociva per la salute umana, non solo perché contribuisce a ottenere performances insoddisfacenti in tutte le varie attività che si cerca di fare, ma soprattutto perché comporta una profonda modificazione del cervello e delle abilità cognitive.

In conclusione, in un’epoca in cui si è quotidianamente bombardati da mille stimoli diversi, da mille impegni tenologici e non da eseguire, una speranza nasce spontanea: si auspica un ritorno alla tanto cara e sana abitudine di fare solo una cosa alla volta, adottando così uno stile di vita improntato allo slow-tasking. Perché, in fondo, risulta sempre meglio fare poco e farlo bene che fare troppo e farlo male. Insomma, seguendo un saggio proverbio “chi va piano, va sano  e va lontano” e di conseguenza va anche meglio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA E' vietata la ripubblicazione integrale dei contenuti

Potrebbe interessarti

×

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

loading
MOSTRA ALTRI