Domenica 18 Novembre 2018
libri di Marketing e ComunicazioneFactfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo e perché le cose vanno meglio di come pensiamo

Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo e perché le cose vanno meglio di come pensiamo

Perché non capiamo il mondo? E perché nella maggior parte dei casi le cose vanno meglio di come immaginiamo? La factfulness secondo Rosling.

Factfulness: perché le cose vanno meglio di come pensiamo
EDITORERizzoli
PUBBLICAZIONE2018
LINGUAItaliano
AUTORE
Hans Rosling
VALUTAZIONE
Recensione Inside Marketing

Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

C’è un occidentale – Hans Rosling, l’autore del saggio – che, guidato a visitare il monumento dedicato alla Guerra del Vietnam, rimane profondamente colpito dalle sue dimensioni ridotte, soprattutto se paragonate a un altro monumento, quello con cui il paese omaggia le vittime delle antiche guerre cino-vietnamite. Il lettore di “Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo e perché le cose vanno meglio di come pensiamo” (edito da Rizzoli) si imbatte spesso in aneddoti come questi e sono aneddoti che hanno il potere di rendere iconiche, tangibili le idee che stanno alla base del testo e dell’intero lavoro di Rosling e del suo team: la visione che abbiamodel mondo è, nella stragrande maggioranza dei casi, una visione stereotipata e all’occidentale e ciò non può che indurci in errore, sia da individui sia come collettività, quando si tratta di prendere decisioni che hanno a che vedere con il futuro.

Perché tendiamo a vedere il mondo peggio di quello che è

Per mettere alla prova le proprie, reali capacità di comprensione del mondo così basta rispondere ad alcune domande fattuali su vaccini, riscaldamento globale, accesso all’istruzione, specie in via d’estinzione e altri temi su cui si gioca la partita della compliance di un Paese moderno, che l’esperto di salute sociale ha rivolto in questi anni a esperti, leader mondiali, esponenti del mondo accademico. Non contano livello di istruzione, QI, saperi specifici e settoriali: scimmie e scimpanzé riuscirebbero meglio degli uomini a indovinare le risposte giuste e quella che ne viene fuori dalle risposte medie è, invece, una visione «iper-drammatica» secondo cui le bambine non hanno ancora accesso all’istruzione primaria, le specie si estinguono a vista d’occhio, il globo terrestre continua senza sosta a riscaldarsi, ecc. Non che non siano preoccupazioni legittime e che, soprattutto, non si debba fare ancora molto per rendere il mondo un posto migliore e a portata di tutti, ma – prova a spiegare Rosling con un’abbondanza di dati, numeri e dati di fatto lucidamente organizzati in grafici di cui vengono fornite anche preziose versioni interattive – le cose vanno tendenzialmente meglio di come siamo abituati a pensare.

Alla base della factfulness insomma c’è la necessaria consapevolezza che quella che abbiamo del mondo è una visione limitata, di parte – la stessa che, da occidentali, ci porta a stupirci appunto di un monumento per i caduti della guerra del Vietnam più modesto di quello dedicato alle vittime di guerre più antiche e cruente che pure hanno visto coinvolto il paese – e insieme l’impegno, concreto e quotidiano, per rovesciare questa stessa visione. Non sono del resto gli strumenti di comprensione della realtà che mancano agli individui, ma c’è secondo Rosling una componente istintiva – quasi evolutiva, verrebbe da aggiungere – che continua a far avere una visione stereotipata e limitata dei fatti del mondo.

Come funziona la factfulness e perché dovremmo farne un metodo

A un primo sguardo, la nota curiosa di “Factfulness” sembrerebbe essere che, nonostante si tratti di un testo con l’obiettivo dichiarato di smentire gli errori di comprensione della realtà, non c’è (o quasi) riferimento a fake news, bufale, fatti alternativi. È innegabile, infatti, che i media contribuiscano a mantenere in vita oggi la visione stereotipa – e, in quanto tale, erronea – della realtà e lo fanno a volte per interessi economico-politici, più di frequente per logiche insite nel lavoro di desk. Sarebbe sbagliato, però, attribuire loro più responsabilità di quante effettivamente ne abbiano e i bias che si riscontrano nei racconti mediatici, del resto, non sono diversi da quegli errori di valutazione inconsci e così genuinamente umani che, anche a prescindere dalla versione che ne danno TV, radio, giornali, ci impediscono di vedere il mondo davvero com’è.

Rosling li indica, così, come «istinti» e dedica ai principali di essi interi capitoli e, ancora, una varietà di aneddoti, storie di vita vissuta, dati, grafici, statistiche. Sono istinti come quello – forse il principale – del divario che ci porta a distinguere tra fantomatici noi e loro e ad avere l’idea, drammatica ma altrettanto anacronistica, di paesi sviluppati e paesi ancora in via di sviluppo tra cui le differenze sono economiche e non solo. Ancora: istinti come quello dell’accusa ci spingono, nella maggior parte dei casi involontariamente, a cercare responsabilità laddove esistono invece soltanto sistemi causa-effetto tanto complessi quanto inestricabili oppure un istinto come quello della linea retta ci porta a credere – neanche a dirlo, erroneamente – che le cose continueranno a essere per sempre nello stesso modo. Altri istinti che ci guidano nell’interpretazione del mondo – quello dell’urgenza, quello della paura – possono risultare addirittura pericolosi per l’effetto che hanno nella gestione di grandi temi come la diversità o le emergenze.

Tutti, a guardarli bene e agli occhi di abbia una certa familiarità con la materia, hanno a che vedere con euristiche e bias cognitivi che funzionano da scorciatoie del pensiero e che hanno rappresentato fin qua la nostra via di sopravvivenza alla complessità. Se non capiamo il mondo in altre parole è, secondo quanto esposto nel saggio, perché continuiamo ad applicare schemi d’interpretazione, vecchi evolutivamente parlando sebbene abbiano assicurato la sopravvivenza della specie umana, a un mondo che non li regge più. La factfulness è, in questo senso, un esercizio di serendipità: guardare i fatti con un altro occhio, usare i dati giusti nel modo giusto, chiedersi perché e riuscire a risalire a ritroso alla catena di ragioni dietro a ogni fatto può portare del resto ad accorgersi che il mondo è, appunto, molto migliore di come lo immaginiamo. Solo quando da esercizio sporadico si sarà trasformata in metodica, però, la factfulness sarà realmente utile per la salute pubblica. Non c’è ricetta precisa per assicurarsi che ciò avviene – e nel minor tempo possibile – e quelli che offre Rosling sono del resto semplici spunti pratici da cui partire: come quella contro le fake news, anche la battaglia per una visione più reale del mondo e delle cose è una battaglia in primis culturale.

 

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