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Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online

Più spesso di quanto si immagini sono i genitori a esporre inconsapevolmente i minori a una serie di pericoli online: dal cyberbullismo al grooming, passando per la violazione della privacy. Nel saggio - che a guardare bene non si rivolge solo ai genitori ma a chiunque abbia a cuore il benessere digitale dei più piccoli - qualche consiglio pratico e immediato per evitare di sovraesporre i bambini con le proprie attività in Rete.

Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online
EDITORE Mondadori
PUBBLICATO 2020
EDIZIONE
PREZZO 10,45 su Amazon
PAGINE 116
LINGUA italiano
ISBN/ISSN 9788861848443
AUTORE
G. Bonanomi
VALUTAZIONE Inside Marketing
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Recensione Inside Marketing

Essere genitori di bambini in Rete, di bambini che passano cioè una fetta consistente della propria giornata connessi e impegnati in innumerevoli attività online, non deve essere semplice. Basta questo a spiegare perché negli anni sono proliferate le uscite editoriali dedicate a come essere perfetti genitori digitali, come cercare di mettere al riparo i propri figli dai rischi che possono provenire dalla Rete, come trasformarsi al bisogno persino in buoni insegnanti di educazione civica digitale. Nel saggio “SharentingGianluigi Bonanomi prova  ad andare oltre, però, il solito approccio “manualistico” – reso impossibile, peraltro, anche dal numero ridotto di pagine, perché il testo è snello e adatto soprattutto a chiunque si approcci per la prima volta a temi come questi – e a guardare più pragmaticamente a un aspetto spesso trascurato: come evitare che siano le abitudini digitali, quello che gli adulti fanno online a sovraesporre i più piccoli ai pericoli della Rete?

Nel corso della lettura si avrà l’impressione, del resto, che il titolo del saggio (edito da Mondadori Università nel 2020) avrebbe tranquillamente potuto essere «Oversharenting»: la tesi sposata dall’autore è, infatti, che non sia tanto la sporadica condivisione di una foto in vacanza con i figli o di uno stato che celebri piccoli grandi successi come la prima gattonata e, ancora, un TikTok simpatico a ora della merenda a minare la sicurezza digitale del bambino, quanto il fatto che i genitori lo rendano continuamente “oggetto” delle proprie attività online.

Vip o meno, spesso sono i genitori a esporre i figli in Rete (e non è sempre un bene)

Per sostenerla in “Sharenting” Gianluigi Bonanomi parte dalla cronaca: oggi non c’è (quasi) nessuno che non conosca Leone Ferragni, i figli di Gwyneth Paltrow, Mariano Di Vaio o persino di Mark Zuckerberg ed è perché questi genitori “vip”, come molti altri che così abituati ai riflettori decisamente non sono, non resistono alla tentazione di condividere con i propri follower scatti dall’album di famiglia, istantanee dalla vita di tutti i giorni. Qualche volta i risvolti sono persino grotteschi: è stata la stessa Apple (Paltrow), per esempio, a rimbrottare pubblicamente la madre su Instagram per aver continuato imperterrita a postare foto di entrambe dopo che le aveva esplicitamente chiesto di non farlo. Di aneddoti simili nel saggio non ne mancano e finiscono per renderne la lettura interessante e curiosa anche per chi non abbia impellenza di capire come prendersi (meglio) cura del benessere digitale dei propri figli.

Se una ricetta perfetta per essere dei bravi genitori del resto, si sa, non esiste, non esiste nemmeno quella per essere buoni genitori digitali: il saggio così apre interrogativi di più ampio respiro e suggerisce percorsi di riflessione di più ampia portata prima di provare a dare risposte definitive per genitori di nativi digitaliin affanno a comprendere che voglia dire e come si possa trascorrere la propria intera esistenza “onlife”.

Ciò non vuol dire che l’autore non offra spunti teorici interessanti. In “Sharenting” Gianluigi Bonanomi cita studi e ricerche che provano a spiegare cosa spinge mamme e papà a voler condividere a tutti i costi con i propri amici su Facebook o i propri follower di Instagram foto, video e altri contenuti che hanno per protagonisti i propri bambini: piccolo spoiler, c’entra quella stessa emozione della cura che ha reso i gattini le vere star della Rete.

Il testo fornisce inoltre numeri – stimati, va da sé – di quante vittime di cyberbullismo lo siano state anche “per colpa” di contenuti imbarazzanti (foro in pannolino, video in cui sporchi di pappa tentano disperatamente di portare il cucchiaio alla bocca) condivisi da genitori di certo più orgogliosi di mostrare al mondo quanto bravi in prima persona siano stati con spannolinamento e svezzamento che lungimiranti rispetto a come gli stessi rischiano di intaccare immagine e reputazione del figlio una volta cresciuto. E, ancora, accenna a possibili profili di responsabilità legale per genitori, tutori e altre figure chiave per il bambino quando gli stessi fanno “overposting” di contenuti e informazioni che lo riguardano.

Con “Sharenting” Gianluigi Bonanomi invita a riflettere sulla responsabilità (collettiva) del benessere digitale dei più piccoli

In un futuro – che per qualche ordinamento è già presente – ci potrebbero essere sempre più genitori portati davanti a un giudice dai figli ormai maggiorenni e chiamati a rispondere di quello che hanno postato quando erano piccoli. È possibile, però, che lo stesso avvenga con parenti, genitori di amici, insegnanti e via di questo passo?

Ancora una volta il saggio si rivela interessante anche per chi di figli piccoli di cui curare presenza, immagine, reputazione e benessere digitale non ne abbia. Crescere cittadini digitali consapevoli non può che essere, del resto, una responsabilità collettiva, proprio come come “con l’impegno di tutti” è la risposta più onesta alla domanda “come si costruisce un web a misura di bambini?”. In “Sharenting” Gianluigi Bonanomi, così, non dà ai genitori rimedi magici per tenere i propri figli completamente al riparo dai rischi della Rete (e sono rischi dei più svariati, che vanno dal cyberbullismo al grooming e il revenge porn , passando per l’ hate speech ) ma a tutti tracce utili da seguire perché le proprie abitudini digitali possano davvero da buon esempio ai più piccoli frequentatori della Rete.

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