LibroNasci, cresci e posta. I social network sono pieni di bambini: chi li protegge?

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Nasci, cresci e posta. I social network sono pieni di bambini: chi li protegge?

Spesso i pericoli a cui sono sottoposti i bambini sul web sono sopravvalutati rispetto alle opportunità di crescita che derivano da questi stessi ambienti

EDITOREHoepli
PUBBLICAZIONE2018
LINGUAItaliano
AUTOREAlberto Rossetti, Simone Cosimi
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Recensione a cura di Inside Marketing

Solo delle imposizioni dall’alto, come quelle previste dal nuovo GDPR, sembrano aver convinto i big dei social network ad affrontare una volta per tutte la questione bambini sul web e loro tutela. Presto, così, WhatsApp potrebbe essere vietato a chi ha meno di sedici anni e anche su Facebook potrebbero essere necessari consensi speciali dei genitori per chi di anni ne ha tra i tredici e i quindici.

Per chi si stia chiedendo che utilità concreta possano avere misure d’emergenza come queste, la risposta è tra gli altri in un testo come  “Nasci, cresci e posta. I social network sono pieni di bambini: chi li protegge?” di Simone Cosimi e Alberto Rossetti (edito da Città Nuova, ndr)

Bambini sul web: da dove dovrebbe partire un dialogo costruttivo sul tema

A metà tra un excursus dei principali strumenti legali e di autoregolamentazione che provano a prendersi cura dei più piccoli quando stanno in Rete e una riflessione più sociologica – psicologica, a tratti – su come questi stati di iperconnessione possano influire sulla crescita di bambini e adolescenti, oltre che un utile prontuario per genitori di nativi digitali, il libro parte da una premessa: quello dei bambini sul web è un tema antico, contemporaneo almeno alla nascita o al boom di popolarità di piattaforme come Facebook e co. Da sempre, infatti, negli ambienti digitali vivono – indisturbati, invisibili, per questo non protetti – tantissimi bambini e quella che è mancata fin qua è stata quasi esclusivamente una chiara volontà, da parte dei gestori delle piattaforme ma non solo, di creare per loro una safe zone.

È presto spiegato, allora, perché quando si parla di bambini sul web – o, meglio, della loro sicurezza sul web – non si può pensare che i diretti interessati siano esclusivamente big del digitale e legislatori, né ci si può arenare su una sola prospettiva di interventi normativi, che per altro rischiano di rimanere sterili se non hanno il contraltare di un intervento culturale ed educativo. Le due anime del discorso convivono così in “Nasci, cresci e posta”. Da un lato i due autori provano a fare luce sugli strumenti che esistono già e che, con fortuna alterna, sono utilizzati quando si tratta di tutelare i minori in Rete: GDPR e COPPA (ossia un protection act statunitense che regola la raccolta dei dati dei minori online e a cui sono ispirate le policy dei principali social network, ndr), pur nella loro natura completamente diversa, sono in questo senso i due punti focali, insieme all’idea che più che di atti e provvedimenti ad hoc si abbia bisogno di imparare ad applicare ciò che esiste già, creando un ponte reale e percorribile tra vita online e vita offline, come dimostra, del resto, una famosa sentenza italiana che, in virtù del vecchio D.Lgs. 196/2003 sulla privacy, ha dato ragione alla (ormai ex) bambina che non sopportava l’idea delle troppe foto di lei da piccola condivise sui social dai genitori. Dall’altro la riflessione si fa più allargata e le responsabilità condivise tra piattaforme, istituzioni, società civile, genitori e via di seguito.

Educare i bambini stare sul web? Serve partire dai genitori

I bambini non sembrano conoscere, infatti, un mondo senza Internet. Molti di loro vedono i genitori toccare lo smartphone più di qualsiasi altro oggetto, tanto da prendere a considerarlo quasi un’estensione del loro corpo. Come raccontano gli autori, «i bambini […], ancora piccoli, trattano lo smartphone allo stesso modo di un paio di occhiali: quando il genitore ne è sprovvisto fanno in modo di farglielo riavere, riconoscendo così l’importanza di quell’oggetto per la vita di un essere umano». È facile capire, allora, come (e perché) il buon esempio dei genitori è fondamentale per i più piccoli che devono imparare a rapportarsi alla tecnologia. Il rischio è, secondo gli autori, che si responsabilizzi troppo i bambini, appellandosi a una maturità spontanea che non è detto comunque che abbiano o, al contrario, che si finisca per demonizzare gli ambienti digitali e far in modo che i bambini stiano sì sul web ma di nascosto o con un (immotivato) senso di colpa, quando non addirittura un vero e proprio sospetto nei confronti degli altri che li popolano.

Non ci sono ricette perfette per evitare questi stessi rischi o almeno gli autori non le hanno. Ci sono, semmai, buone pratiche da cui si potrebbe partire: evitare lo sharenting, per esempio, ossia la condivisione spasmodica di foto dei bambini sul web che, oltre a esporli a numerosi pericoli, impediscono loro di affacciarsi alla loro futura vita digitale in maniera davvero vergine. E, soprattutto, accompagnare i più piccoli alla scoperta consapevole del digitale, piuttosto che limitarsi a controllare quello che fanno. Servirebbe, insomma, una maggiore «educazione civica digitale», sostengono Cosimi e Rossetti. Il sottotesto (decisamente più esplicito, invece, nella prefazione di Giovanni Ziccardi a “Nasci, cresci e posta”, ndr) è la mancanza nelle giovani generazioni di una cultura hacker, intesa come profonda conoscenza della tecnologia, dei suoi meccanismi intrinseci e degli effetti allargati che questi possono avere.

Più che un gioco: così nascendo, crescendo e postando i bambini sul web creano la loro identità

Il saggio procede così per aneddoti (quello di un padre nato e cresciuto con la TV che si chiede cosa mai possa essere un canale YouTube, per esempio) e incursioni in un web per bambini che, se esiste, è fatto solo di versioni ridotte e tematiche di app e piattaforme più amate dagli adulti.

Interessanti, e per questo forse più meritevoli di spazio, sono infine le riflessione sugli effetti dei social media sulla psiche – e sulla crescita, quindi – di bambini e adolescenti. Dalla nomofobia alla vera e propria dipendenza dal digitale, passando per gli episodi di cyberbullismo e per il rischio di cadere vittima di mode e sfide insensate (Blue Whale e Tide Pod Challenge docet, ndr): in un discorso su bambini e web non possono certo mancare temi come questi che, in più occasione e con pretesti provenienti dalla cronaca, hanno acceso i riflettori su come gli ambienti digitali rischiano di essere paesi dei balocchi senza il presidio dei grandi.

Quello che di diverso fa “Nasci, cresci e posta” però è spostare l’asticella del discorso più su: per i nativi digitali non esiste distinzione tra vita online e vita offline, quello che succede in Rete è per loro il naturale continuare a svolgersi di quello che succede per strada, a scuola, al parco e, ancora, i social assumono il valore di un gioco attraverso cui sperimentarsi. Al contrario dei grandi, però, i bambini possono non avere ancora tutti gli strumenti critici e analitici che gli permettano di costruire e vivere al meglio le proprie identità (digitali): è proprio questa l’unica suggestione da cui dovrebbe partire qualsiasi intervento per proteggere i bambini sul web per non cadere in posizioni apocalittiche tanto quando anacronistiche. Ché forse non è tanto di protezione ma di educazione che hanno bisogno i bambini sul web.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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