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MacroambienteL’impatto dello smart working sulla salute mentale dei lavoratori: quali sono i rischi per chi lavora da casa?

L'impatto dello smart working sulla salute mentale dei lavoratori: quali sono i rischi per chi lavora da casa?

La pandemia ha portato molte aziende ad adottare modalità di lavoro a distanza. Quali potrebbero essere però gli effetti dello smart working sulla salute mentale dei dipendenti? E in che modo aziende e lavoratori possono contribuire a ridurre i rischi a esso connessi? Le risposte in alcune ricerche e nelle nostre interviste a Silvia Profili e Gabriele Giorgi.

Quali sono gli effetti dello smart working sulla salute mentale dei dipendenti? Come le aziende possono contribuire a ridurne i rischi?

Alcune ricerche hanno messo in evidenza gli effetti che la pandemia ha avuto non solo dal punto di vista economico e sociale ma anche psicologico. L’aumento improvviso di lavoro da remoto e smart working ha generato grandi cambiamenti, specialmente per le aziende poco abituate a queste modalità di lavoro a distanza. A essere cambiate di conseguenza sono anche le abitudini lavorative di molti dipendenti in tutto il mondo. Quali sono allora gli effetti di questi cambiamenti e qual è l’impatto dello smart working sulla salute mentale dei lavoratori?

l’impatto dello smart working sulla salute mentale dei lavoratori

Prima ancora di soffermarsi sulle nuove dinamiche lavorative – dettate in molti casi dal lavoro da remoto “forzato”, spinto esclusivamente dall’emergenza sanitaria – occorre soffermarsi su alcune delle più comuni abitudini quotidiane, come per esempio recarsi a lavoro, preparare l’abbigliamento da indossare il giorno seguente, accompagnare i bambini a scuola, ecc.: tutte abitudini che per molti lavoratori sono improvvisamente cambiate.

Quando non bisogna più uscire per andare a lavoro

Anche guardando al panorama italiano è possibile soffermarsi sull’impatto che il lockdown ha avuto sulla salute mentale dei cittadini. Come emerge da uno studio pubblicato su Scientific Reports (rivista di Nature), condotto a giugno 2020 su un campione di 6700 italiani, tra gli individui più colpiti da sintomi depressivi ci sarebbero quelli che non potevano uscire di casa per recarsi al lavoro.

«Anche se uscire di casa ha provocato ansia e paura di essere infettati […] chi ha continuato ad andare a lavorare ha avuto meno probabilità di sviluppare sintomi depressivi e di ansia» si legge in un estratto dello studio di Marco Delmastro e Giorgia Zamariola pubblicato sul portale di informazione Lavoce.info.

Simili dati rivelano come la rottura dei “normali” ritmi relativi agli spostamenti casa-lavoro ma anche in maniera più generale l’impossibilità di uscire di casa abbiano inciso negativamente sulla salute mentale dei lavoratori.

Lavorare in pigiama è controproducente?

Uno studio pubblicato su Medical Journal of Australia si è invece soffermato nello specifico sui ricercatori che durante la pandemia sono stati costretti a lavorare da casa, analizzando gli aspetti che avrebbero potuto incidere sulla loro salute mentale. Nello specifico, la ricerca condotta a aprile e maggio 2020 su un campione di 163 ricercatori australiani, ha messo in evidenza i potenziali effetti negativi derivanti dal lavorare da casa in pigiama, poiché, non dovendo uscire, molti sono i dipendenti che scelgono di rimanere in mise da notte anche durante le ore lavorative.

Se però questa pratica pare non sia associata alla riduzione della produttività, sarebbe invece connessa a un potenziale impatto negativo sulla salute mentale dei lavoratori: «diversi partecipanti che dichiaravano di indossare il pigiama durante la giornata almeno una volta a settimana riportavano anche un declino della propria salute mentale», come si può leggere nell’articolo pubblicato ad agosto 2020.

A questo proposito, gli autori hanno sottolineato che, sebbene non sia possibile stabilire «se l’uso del pigiama sia la causa o la conseguenza di un peggioramento della salute mentale, è in crescita l’apprezzamento degli effetti dell’abbigliamento sulla salute mentale». Alcuni studi realizzati su un campione di pazienti all’interno degli ospedali hanno rilevato come incentivare a indossare appena possibile degli abiti propri possa avere un impatto positivo, mentre l’uso prolungato del pigiama potrebbe addirittura rallentare il processo di guarigione, poiché questo indumento verrebbe collegato dai pazienti allo stato di malattia, portandoli di conseguenza a stare ancora peggio.

Gli autori dello studio sui ricercatori hanno sostenuto che la semplice azione di vestirsi la mattina, prima di iniziare a lavorare da remoto, può contribuire in parte a «proteggere [i lavoratori] dai potenziali effetti delle restrizioni legate alla pandemia sulla salute mentale».

Tali esempi mostrano alcuni cambiamenti relativi a semplici compiti del quotidiano, come vestirsi per andare a lavoro, abitudine che se si lavora da casa – salvo in situazioni come meeting online in cui la webcam è accesa – sembra non essere più necessaria, anche se secondo alcuni esperti potrebbe fare la differenza nel ridurre i potenziali effetti negativi dello smart working sulla salute mentale.

i principali rischi per chi lavora da remoto

Cambiamenti nella routine quotidiana possono incidere notevolmente sul benessere dei dipendenti. Vi sono altri aspetti però che possono rappresentare fattori di rischio e che contribuiscono ad aumentare ansia e stress degli smart worker e di tutti i dipendenti che lavorano esclusivamente da remoto a causa della pandemia.

Sovraccarico di lavoro e difficoltà nel bilanciare vita personale e lavorativa

Impossibile non citare le alterazioni delle routine familiari (specie per i lavoratori con figli piccoli alle prese con la DAD) e del work-life balance, con le conseguenti difficoltà nel ritrovare un equilibrio tra vita personale e vita lavorativa.

I dipendenti con figli o altre persone a carico potrebbero aver bisogno di più tempo per terminare il proprio lavoro, come emerge dalla guida pratica “Telelavoro durante e dopo la pandemia di COVID-19” dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. È dunque importante che i datori di lavoro siano pronti a «definire insieme ai lavoratori modelli e orari di lavoro individuali che favoriscano l’assolvimento delle loro responsabilità assistenziali. I datori di lavoro sono inoltre chiamati a supportare i lavoratori e a evitare che un eccessivo carico di lavoro incida sulla loro salute e sul loro benessere».

La gestione dei dipendenti da remoto comporta necessariamente anche un maggior carico di lavoro per i dirigenti: come emerge da uno studio condotto da Microsoft sui propri manager in Cina, queste attività richiedevano ai dirigenti circa 90 minuti in più alla settimana a causa di chiamate e riunioni individuali necessarie per gestire le attività da remoto.

Risulta dunque essenziale definire obiettivi, «aspettative e scadenze fattibili rispetto al contesto altamente insolito in cui si svolge il telelavoro, garantendo al contempo la prosecuzione delle attività e i livelli di prestazione richiesti».

Isolamento sociale e difficoltà nei rapporti interpersonali tra colleghi

Silvia Profili, professoressa ordinaria di Organizzazione Aziendale ed esperta di Hr management presso l’Università Europea di Roma, ha parlato ai nostri microfoni della «sensazione di isolamento sociale che molti home worker provano, con conseguenze negative sullo stress, sulla soddisfazione e sulla performance lavorativa».

In effetti, la pandemia ha avuto notevoli ripercussioni sui rapporti interpersonali a causa della necessità di limitare gli incontri in presenza, cosa visibile anche nel contesto aziendale. «Sviluppare legami e relazioni di fiducia e di amicizia a distanza non è così naturale, anche se i sistemi di videoconferenza aiutano a recuperare il valore delle espressioni facciali e del body language» ha spiegato l’esperta.

Ansia e stress collegati all’uso della tecnologia

«Il lavoro da remoto rischia di ingenerare connessione permanente con l’attività lavorativa dovuta a un sovraccarico tecnologico definito technostress»ha dichiarato Gabriele Giorgi, professore associato di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni dell’Università Europea di Roma in un’intervista ai nostri microfoni.

Tale tipologia di stress può comportare, tra i tanti disturbi, «ansietà, pensieri negativi e ossessivi, perdita di qualità del sonno, agendo inoltre come fattore destabilizzante per il benessere. Inoltre, può aprire anche la porta della dipendenza da tecnologia quando l’individuo non riesce a liberarsi da tutti quei pensieri relativi al mondo lavorativo che ostacolano un sano recovery (riposo)».

Lo stress connesso all’uso della tecnologia può dipendere anche alla necessità improvvisa di imparare a utilizzare strumenti digitali mai usati in precedenza da molti lavoratori, come per esempio i tool per le videochiamate o altre piattaforme funzionali alla gestione del lavoro da remoto.

Un altro aspetto che è possibile richiamare è il monitoraggio dei dipendenti che lavorano da casa tramite appositi strumenti che consentono al datore di lavoro di tenere sotto controllo aspetti come le presenze, il numero di ore di lavoro, ma anche le attività svolte dal dipendente al computer (movimenti del mouse, frequenza con cui si digita sulla tastiera, uso dei social network): secondo alcune ricerche queste attività potrebbero contribuire ad aumentare i livelli di stress dei lavoratori.

Considerate nel complesso le questioni sopra richiamate, non si può non sottolineare che i leader aziendali hanno il compito di favorire buone pratiche di lavoro a distanza. In effetti, come messo in risalto da Silvia Profili, «in un’epoca di grande incertezza che genera ansia e insicurezze personali, i manager saranno sempre più chiamati a mettersi al fianco delle persone, a mostrare la loro umanità e le loro emozioni per alimentare un senso di condivisione e vicinanza».

Consigli e buone pratiche per lavorare da remoto

Per rispondere alle differenti sfide elencate, il professore Gabriele Giorgi ha proposto alcuni consigli per favorire buone pratiche di smart working o di lavoro a distanza. Nella puntata di Inside Talk, nostro format di dirette video, dell’11 marzo 2021, l’esperto ha posto particolare enfasi sulla necessità di creare dei momenti di confronto e di condivisione da remoto, non legati al lavoro (come un «caffè o un aperitivo virtuale»), ricordando così alle imprese l’importanza di «uscire dall’ambiente aziendale e di ritrovare quell’ambiente informale che tutti i giorni sperimentavamo» in ufficio durante i momenti di pausa e che, con il lavoro a distanza, tende a non esserci.

Smart working e lavoro da remoto: come incidono sui lavoratori
Smart working e lavoro da remoto: come incidono sui lavoratori

A questo proposito, Silvia Profili si è soffermata sul ruolo delle imprese nell’adottare pratiche volte a «recuperare il valore della socialità», come per esempio l’uso della tecnologia per «organizzare eventi virtuali e alimentare comunità di pratica a distanza». In uno scenario post COVID, con lavoro da remoto e smart working eventualmente ancora in voga, potrebbe essere utile «prevedere occasioni di socializzazione in presenza, ripensare gli spazi di lavoro in modo che le ore che si trascorreranno in ufficio siano davvero produttive in termini di scambi di idee, incontri anche non programmati e costruzione di legami sociali».

Per cercare di mitigare quel senso di isolamento provato da molte persone, dall’inizio della pandemia, Gabriele Giorgi ha proposto l’adozione di alcune abitudini semplici, che potrebbero fare la differenza, come accendere la telecamera durante le riunioni a distanza invece di tenerla spenta e preferire le videochiamate alle chiamate normali.

Pensando invece alle problematiche connesse all’uso prolungato della tecnologia, potrebbe essere utile per esempio cercare di organizzare la propria giornata definendo degli orari per il tempo di lavoro ma anche per i momenti di pausa, come avviene quando si è in ufficio.

Anche le aziende però devono essere attente ai potenziali rischi del technostress per i propri dipendenti. A questo proposito, Gabriele Giorgi ha menzionato una ricerca dell’Università Europea di Roma, al quale ha partecipato, che ha portato allo sviluppo di un test per misurare il livello di stress tecnologico negli individui (tramite dei questionari che tengono conto di dimensioni come il carico di lavoro tecnologico, l’autonomia nell’uso della tecnologia, ma anche la maggiore o minore facilità nell’adattarsi ai cambiamenti tecnologici).

Come ha sottolineato il professore, le aziende devono affrontare il problema del «technostress al pari dei rischi psicosociali richiamati dal decreto 81/2008», creando dunque dei programmi pensati per prevenirlo e per valutarlo, in modo da individuare eventuali casi di rischio all’interno dell’azienda.

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