MacroambienteMigranti: nuova narrativa grazie a giornalismo interattivo e realtà virtuale

Migranti: nuova narrativa grazie a giornalismo interattivo e realtà virtuale

Perché l’informazione a tema migranti rischia di essere parziale e scorretta? Come formule interattive e realtà virtuale possono aiutarla?

Migranti: nuova narrativa grazie a giornalismo interattivo e realtà virtuale

“Hanno fatto riaccendere ceppi di malattie epidemiche“, “ci costano quaranta euro al giorno”, “dormono in alberghi a quattro stelle e si lamentano per il Wi-Fi lento”: se siete frequentatori abituali dei social è probabile che frasi come queste vi suonino familiari. Sono, infatti, tra le bufale più virali quanto alla questione migranti, zoccolo duro di qualsiasi operazione di debunking. A guardarle bene, però, sono soprattutto il corollario di un tema, l’immigrazione appunto, per cui non si è riusciti ancora a trovare uno storytelling efficace e in grado di bilanciare il naturale interesse umano che storie come queste generano – sia in positivo, sia in negativo – con la necessità di un’informazione più corretta e obiettiva possibile.

Leggere i commenti che accompagnano le notizie su migranti e immigrazione basta a farsi un’idea di ciò di cui si sta parlando. Quasi sempre sono il trionfo del hate speech: offese gratuite, deduzioni erronee, leggende metropolitane si mischiano a un odio – una paura, forse – razziale fomentato dall’anonimato della Rete e dalla sostanziale impunità dei loro autori. La soluzione? Non è tanto andare alla ricerca di responsabilità legali (per l’utente, il gestore della pagina, etc.) che funzionino da deterrente, ma si tratta di cercare una narrativa nuova e più coerente.

Perché notizie come queste tornino ciclicamente alla ribalta della cronaca, del resto, è una domanda dalla facile risposta. Sociologi, massmediologi, esperti del settore la chiamano agenda setting: con le dovute semplificazione, è colpa di un presidente neoeletto che banna dal proprio paese normali cittadini di stati mediorientali, di stati che chiudono le proprie frontiere, di candidati populisti che fanno dell’espulsione dei migranti un punto del loro programma elettorale.

Per fortuna, però, dove c’è la malattia ci sono anche i migliori anticorpi e gli ambienti digitali, in più di una occasione, si sono già dimostrati terreno fertile per la (buona) informazione a tema migranti. Si è trattato, in qualche caso, di progetti sperimentali con cui blogger, youtuber, grafici hanno provato a creare consapevolezza in materia. Neanche i grandi dell’informazione, però, si sono fatti sfuggire l’occasione per contribuire in maniera sana al dibattito e lo hanno fatto sfruttando i più moderni mezzi a disposizione delle loro newsroom o le declinazioni più innovative del giornalismo stesso.

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Da qui parte il “Syrian Journey” della BBC.

Una delle iniziative che hanno ormai fatto storia, in questo senso, è il “Syrian Journey” della BBC. Si tratta di un pezzo interattivo sul conflitto che ha costretto centinaia di siriani a intraprendere il viaggio verso l’Europa: interattivo perché lascia al lettore l’onere di prendere le decisioni che, passo dopo passo, fanno andare avanti la storia. Pochissime informazioni iniziali, giusto il tempo di decidere cosa portarsi con sé (se un paio di scarpe di riserva, un libro, pochi spicci, etc.) e, magari, twittarlo e il lettore si ritrova, infatti, nella pelle di un migrante siriano, costretto a prendere una serie di decisioni (proseguire via terra o via mare? Pagare migliaia di euro per un tratta in barcone o affidarsi a un trafficante? Fidarsi dello scafista o provare a chiedere aiuto alla guardia costiera?) da cui dipende la sua stessa vita e quella dei suoi familiari. La dimensione partecipativa e di gioco, quella che alla fine dell’avventura di “Syrian Journey” spinge per esempio a condividere su Facebook l’esito del proprio viaggio, sembra aver assicurato la riuscita, in termini di coinvolgimento e attenzione alla causa dei lettori, dell’operazione della BBC.

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Un frame di “Com’è profondo il mare”, la web serie su migranti di la Repubblica.

Più di recente in Italia un’operazione simile l’ha provata la Repubblica con “Com’è profondo il mare”, web serie dedicata a una delle più grandi tragedie che hanno coinvolto i migranti. Nell’aprile 2015 un barcone con a bordo centinaia di persone si ribaltò nel Canale di Sicilia e morirono almeno 900 migranti: nei cinque episodi messi disposizione dei lettori si prova a ricostruire la tragedia a partire da materiale originale come le registrazioni delle chiamate ai soccorsi, le riprese e le testimonianze di chi è intervenuto. Il riferimento a certo giornalismo d’indagine e l’impostazione da reportage è qui piuttosto spiccata, ma c’è una formula che sembra puntare al totale coinvolgimento dello spettatore: la web serie è girata, infatti, completamente in formato verticale per meglio adattarsi agli schermi degli smartphone e permettere un’esperienza quanto più realistica e immersiva possibile.

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Con “We Wait” la BBC ha raccontato la tragedia dei migranti in realtà virtuale.

Quanto a immersività che si fa narrazione di un tema complicato come quello dell’immigrazione, uno degli esperimenti migliori è però “We Wait”, l’esperienza virtuale della BBC. Per viverla serve un visore di realtà virtuale: una volta indossato e scaricata l’app dallo store, l’utente si ritrova letteralmente nei panni di un migrante su un barcone. Il portato fisico è tutt’altro che indifferente: gli schizzi dell’acqua sul visore, la limitatezza dei movimenti (si può solo ruotare la testa o spostare lo sguardo), le voci degli scafisti e le grida e i lamenti degli altri migranti rendono “We Wait” tutt’altro che un semplice racconto, anche se costruita sulle testimonianze di decine di veri migranti. E se la partecipazione è fisica non può che farsi pure emotiva. Come a dire, non immedesimarsi nei protagonisti di queste storie è impossibile una volta che qualcosa, un visore VR, ha rotto l’ultima barriera che ci separa da loro.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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