Domenica 24 Giugno 2018
MacroambienteMigranti: sui social domina la paura di contrarre malattie

Migranti: sui social domina la paura di contrarre malattie

Secondo Blogmeter, la paura delle malattie infettive domina le conversazioni social a tema migranti. Ma c'è anche un web sociale a portata di rifugiati


Virginia Dara

A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Migranti: sui social domina la paura di contrarre malattie

È stata l’estate delle tragedie dell’immigrazione, quelle che, ultime in ordine di tempo, hanno visto settanta migranti morire nel cassone di un camion in viaggio verso l’Inghilterra e la foto del piccolo Aylan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum fare il giro del mondo. Stando ai dati dell’osservatorio socio-politico Lorien Consulting, la reazione degli italiani davanti a notizie come queste è stata nella maggior parte dei casi (oltre il 52% del campione) un senso di insicurezza e minaccia. La paura maggiore? Quella dei rischi per la salute legati allo sbarco dei migranti. A confermarlo anche i risultati di un’indagine condotta da Blogmeter sul tono e i contenuti delle ‘conversazioni’ a tema immigrazione condotte dagli utenti social tra giugno e agosto 2015. In particolare, la questione salute sarebbe stata oggetto di discussione più in merito ai rischi di contagio, che alle condizioni sanitarie e l’accesso alle cure dei migranti stessi. La patologia più citata (in oltre il 60% dei messaggi) sarebbe la scabbia, considerata erroneamente dalla maggior parte degli utenti una malattia esotica quando, in realtà, il parassita è presente a tutte le latitudini. Le frequenti ricorrenze del tema scabbia non sono, comunque, casuali: proprio in quei mesi, infatti, le notizie dell’identificazione di alcuni casi di scabbia e malaria (la seconda patologia più discussa in Rete) al centro di prima accoglienza della Stazione Centrale di Milano erano state riprese da quasi tutti i siti di news e commentate con indignazione dai profili social di alcuni esponenti politici.

Proprio questo aspetto porta a una delle conclusioni chiave della ricerca di Blogmeter: anche nel caso dell’immigrazione, come per qualsiasi hot topic, un ruolo chiave sembrano averlo gli opinion leader. Politici e giornalisti, infatti, hanno preso in quelle ore posizioni nette attraverso i loro canali social, orientando il dibattito tra i propri follower e gli altri utenti. Si tratta di figure come Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Gad Lerner, Enrico Mentana. Gli approcci sono diversi: c’è chi come il leader del Carroccio con i sui commenti indignati provoca le reazioni “di pancia” degli italiani, chi usa l’argomento scabbia a sostegno delle critiche nei confronti della gestione dei migranti e chi, invece, cerca di ridimensionare la paura del contagio sanitario e aumentare la consapevolezza di un altro contagio non meno pericoloso, quello dell’ideologia del “me ne frego”.

Passando al sentiment delle conversazioni a tema immigrazione, Blogmeter ha provato ad analizzarle tramite un motore semantico in grado di identificare le emozioni definite primarie dalla letteratura psicologica (amore, gioia, stupore, tristezza, paura, disgusto, rabbia). Prevalgono, prevedibilmente, le emozioni negative ma con differenze significative tra un social e l’altro. Su Facebook sembra prevalere disgusto e rabbia: il primo per le precarie condizioni igieniche delle aree in cui si concentrano i migranti, la seconda per la (cattiva) gestione della situazione di emergenza da parte dei politici, la disinformazione che si riconosce esiste sul tema e l’ipocrisia tanto di chi, cristiano, non vuole accogliere rifugiati e migranti, quanto di quelli che si schierano a loro difesa minimizzando le legittime questioni di ordine pubblico. Su Twitter, invece, il mood principale sembra essere legato alla paura: qui la stessa facilità con cui si condividono notizie e aggiornamenti ingigantisce la portata dei fatti di cronaca (in questo caso del focolare di scabbia a Milano) e pare fomentare il dibattito sui rischi per la salute. Sulla piattaforma dei cinguettii più che altrove, però, è possibile trovare voci contrarie, come quelle degli esponenti del terzo settore e i volontari attivi sul campo in grado di smentire le informazioni sbagliate.

UN WEB SOCIALE– Mentre gli utenti si dividono tra paura del contagio e polemiche verso la gestione politica di una delle più grandi crisi umanitarie di sempre, però, c’è anche un Web social(e) che pensa a possibili soluzioni. Tra le belle storie provenienti da questa parte della Rete c’è, per esempio, quella di “Refugee Hero”, una sorta di Airbnb dei rifugiati che permette, registrandosi, di affittare temporaneamente stanze e abitazioni in ogni parte del mondo a un richiedente asilo in cerca di accoglienza. Senza fini di lucro, l’iniziativa si estende dalle case private alle proprietà di istituzioni come scuole, università, chiese e moschee, proponendosi come potenziale alternativa per le politiche di accoglienza. Persino Mark Zuckerberg, poi, durante un recente meeting alle Nazioni Unite, ha annunciato la volontà di Facebook di scendere in campo a favore migranti. Per questo sarebbe già in discussione con l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, un accordo  per fornire l’accesso a Internet a quanti più profughi possibile. “La connettività – avrebbe detto Zuckerberg – faciliterà l’accesso da parte dei rifugiati alle comunità di soccorso così come il mantenimento dei legami con le famiglie e i paesi d’origine”, aggiungendo che Facebook ha in questo senso “una posizione unica e può fare molto per aiutare queste persone”.

 

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