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ComunicazioneÈ il momento “Big Tobacco” di Facebook secondo la stampa americana e c’entra l’ipotesi che il social sapesse di essere un ambiente tossico per le adolescenti

È il momento "Big Tobacco" di Facebook secondo la stampa americana e c'entra l'ipotesi che il social sapesse di essere un ambiente tossico per le adolescenti

Il sospetto è che Facebook sapesse che un'adolescente su tre si sente più a disagio con il proprio corpo dopo aver scrollato Instagram. Ora deve risponderne al Congresso e all'opinione pubblica americana.

Il blackout di diverse ore di Facebook, Instagram e WhatsApp, definito anche “Zuckerberg down”[1], che il 4 ottobre 2021 sembra sia costato alla compagnia oltre 220mila dollari al minuto e una chiusura in borsa in ribasso di quasi il 5%[2], non è la sola questione spinosa che a Menlo Park si trovano ad affrontare al momento. Da qualche settimana c’è chi, soprattutto tra la stampa e l’opinione pubblica americana, ha cominciato a parlare di un “momento Big Tobacco” di Facebook e a interrogarsi su come ciò possa influire sulla reputazione della compagnia, più in generale su quella delle piattaforme digitali e, soprattutto, sull’atteggiamento dei decisori pubblici nei loro riguardi.

Non sarebbe, comunque, la prima volta che i servizi di casa Zuckerberg si ritrovano nell’occhio del ciclone. È possibile far riferimento, infatti, allo scandalo Cambridge Analytica, alle polemiche a più riprese sulla presenza di contenuti complottisti e negazionisti, alle pagine naziste e fasciste su Facebook e, soprattutto, di gruppi no vax all’interno dei quali si sarebbe fatta propaganda contro le campagne vaccinali contro il coronavirus, ma anche al “caso” della depiattaformizzazione di Trump dopo i disordini al Congresso durante la ratifica della vittoria di Biden e agli ultimi studi sul maggiore engagement delle fake news su Facebook a cui la piattaforma avrebbe risposto impedendo ai ricercatori l’accesso ai dati completi: il “momento Big Tobacco” di Facebook, a ben guardare, dura già da un pezzo.

Perché Facebook è accusato di sapere di essere «tossico» per le adolescenti

Ciò che nelle scorse settimane ha fatto sì che almeno una parte almeno dell’opinione pubblica, americana soprattutto, tornasse a scagliarsi veementemente contro Menlo Park è stato un pezzo di whistleblowing journalism di The Wall Street Journal. La testata ha pubblicato, infatti, dei documenti interni fornitele da un insider della compagnia che sembravano dimostrare che Facebook ha sempre saputo che «Instagram è tossico per le adolescenti», come recita il titolo dell’articolo. Da una ricerca commissionata dal team di Zuckerberg sarebbe venuto fuori, infatti, che circa un terzo delle adolescenti si sentirebbe «peggio» con il proprio corpo dopo aver scrollato il feed Instagram.

A voler considerare validi e attendibili questi dati, c’entra con ogni probabilità il fatto che, nonostante il trend del momento sia quello degli account che inneggiano alla body positivity o quantomeno alla body neutrality e a non fare dei corpi argomento di confronto, commento e discussione, Instagram è sempre stato il luogo degli scatti perfetti, dove si è disposti a fare di tutto per un like in più e per mostrarsi al meglio di sé, anche quando ciò significhi ricorrere all’aiuto di filtri e ogni altra forma di editing e postproduzione delle foto.

Mentre le proposte da parte di istituzioni e autorità garanti per evitare che soprattutto bambini e adolescenti fossero esposti a un continuo confronto con gli altri, all’ansia sociale che ne può derivare e agli effetti deleteri sull’accettazione di sé e sulla salute mentale hanno spaziato dal vietare i filtri che simulano interventi di chirurgia estetica al segnalare le foto photoshoppate, sono stati proprio i più piccoli a difendersi dalla pressione sociale che dovevano vivere online con i “finsta”, account Instagram doppioni e a falso nome da cui si sentivano più liberi di raccontarsi nella propria, più vera, quotidianità. Come racconta The New York Times, insomma, gli adolescenti o, meglio, le adolescenti, pure al centro e per molti versi parte lesa della vicenda, non si sarebbero dette affatto «sorprese» all’idea che Facebook fosse consapevole di essere pericoloso per il benessere dei propri utenti[3].

Sovraesposizione degli adolescenti sui social network e benessere mentale: cosa dice la letteratura

Neanche agli addetti ai lavori il “momento Big Tobacco” di Facebook deve sembrare una novità poi così grossa. Il rapporto tra adolescenti e social media e i pericoli che i bambini corrono in Rete sono tra i filoni di studio più vasti e, soprattutto, con più eterogeneità di risultati, tanto che si potrebbe avere a volte l’impressione che l’unica certezza sia la necessità «urgente», come l’ha definita uno studio pubblicato su PNAS[4], di studiare meglio e più approfonditamente gli effetti dei social network sui comportamenti, non solo individuali, ma anche e soprattutto collettivi.

Per restare ai soli effetti dei social network sulla salute mentale di bambini e adolescenti, per esempio, c’è chi sottolinea che il rischio di essere vittime di cyberbullismo o grooming o la tipica ansia da FOMO e FOBO non possono non incidere su atteggiamenti e comportamenti e, più a lungo termine, sul carattere dei più giovani: basti pensare, in questo senso, a come il phubbing sia una diretta conseguenza della “paura di perdersi qualcosa” che sta avvenendo online mentre si è fisicamente in compagnia degli amici. C’è però allo stesso tempo anche chi con convinzione afferma che gli ambienti digitali possono avere effetti molto positivi nel superare timidezza e insicurezze tipiche dell’età adolescenziale, oltre che aver contribuito per esempio a mitigare il senso di isolamento durante i lockdown imposti come misure di contenimento del contagio durante la pandemia da coronavirus.

Difficile insomma pensare che di fronte a tanta abbondanza di studi Facebook e le altre big tech non siano a conoscenza dei potenziali rischi e conseguenze connessi all’utilizzo dei propri servizi.

Perché tutti parlano di un “momento Big Tobacco” di Facebook

Un lungo approfondimento di Bloomberg spiega la similitudine tra Facebook e le grandi multinazionali del tabacco e perché si è arrivati a soprannominare “momento Big Tobacco” di Facebook le vicende controverse in cui a Menlo Park sono stati coinvolti di recente[5].

Le aziende produttrici di sigarette conoscono da sempre la capacità di creare dipendenza della nicotina, eppure per decenni hanno provato a ignorarla se non addirittura a condurre una campagna di lobbying che mettesse in dubbio la correlazione tra fumo e cancro o suggerisse, al minimo, la necessità di condurre altri e più approfonditi studi. Le ragioni dietro a questo atteggiamento non sono difficili da indovinare: si trattava di evitare, o quantomeno di ritardare, che il settore venisse regolamentato e venissero imposti ai suoi player requisiti e il rispetto di determinati standard. Come è stato in passato per i produttori di tabacco, ora anche per Facebook e le altre big tech è vitale ritardare quanto più possibile un intervento regolatorio serio, corposo, internazionale a tema platform economy.

C’è almeno un’altra ragione, però, per cui il comportamento di Facebook sembra ricordare da vicino quello che hanno avuto in passato le big del tabacco: come scrive ancora Bloomberg, oltre a essere consapevoli che gli additivi chimici delle sigarette potevano creare dipendenza, queste multinazionali hanno fatto davvero molto poco per scoraggiare il consumo di tabacco anche tra gli adolescenti perché «sapevano che prima un bambino diventava dipendente [dalle sigarette] e con più probabilità guadagnavano un cliente per tutta la vita».

Abituare i bambini fin da piccoli a utilizzare i social network, al punto che gli stessi siano percepiti parte della “normalità” e come irrinunciabili, è anche la ragione per cui le big tech sono da sempre alquanto restie a una cosiddetta “real name policy” per l’iscrizione ai servizi digitali, hanno un atteggiamento lassista nel controllare che sia effettivamente rispettato il limite di 13 anni per l’apertura degli account – ed è questa una delle ragioni per cui i social network sono popolati da bambini che non avrebbero neanche l’età per avere un profilo – o insistono, con fortune alterne, nel proporre versioni “for kids” dei propri servizi principali.

Le polemiche e qualche scivolone seguiti all’articolo di TWSJ spingono Facebook a frenare sul lancio di Instagram Kids

Prima che finisse accusato di sapere che nuoce alla salute mentale delle ragazze e travolto delle polemiche, anche Facebook stava lavorando a una versione di Instagram per under 13: un social network senza pubblicità, a cui potersi iscrivere solo con il consenso dei genitori e in cui, soprattutto, i contenuti e le impostazioni avrebbero dovuto essere pensati appositamente per un pubblico di giovanissimi, almeno stando alle prime indiscrezioni circolate riguardo a Instagram Kids.

Il team di Zuckerberg si dice ancora convinto che «dare accesso ai bambini a una versione di Instagram appositamente ideata per loro […] sia meglio di contare sulla capacità di un’app di verificare l’età di bambini troppo piccoli per avere un account»: la realtà con cui fare i conti volenti o nolenti è, del resto, quella di un gran numero di minori che ormai frequenta la Rete e lo fa quotidianamente e anche fuori dai radar del controllo dei genitori.

Nonostante continui a credere nella validità del progetto Instagram Kids, però, Facebook lo ha messo momentaneamente in pausa[6], come scrive sul blog aziendale Adam Mosseri (head of Instagram), per poter lavorare più e meglio sugli strumenti di parental control: è questa la motivazione ufficiale, ma con ogni probabilità c’entra anche la volontà di provare a placare le polemiche generate dall’articolo di The Wall Street Journal.

Qualche passo falso nella gestione di questa crisi da parte di Menlo Park non è mancato. Chiamato a commentare quanto stava succedendo e quando ci si aspettava da lui qualche rassicurazione in più sulla sicurezza degli adolescenti su Instagram e più in generale sui servizi dell’universo Facebook, parlando con Peter Kafka, il conduttore del podcast “Recode Media”, lo stesso Adam Mosseri aveva usato la metafora dell’automobile, in verità poco felice, come gli era stato fatto notare subito sia dall’anchorman e sia sui social network, Twitter soprattutto.

Le vittime degli incidenti stradali diminuiscono forse il valore del servizio che le macchine garantiscono ogni giorno?[7] Era stata questa l’argomentazione usata dal capo di Instagram in quell’occasione per giustificare come fisiologico qualche utente che sentisse di essere stato danneggiato dall’uso dei social network.

Cosa dice davvero la ricerca che ha fatto pensare che fosse arrivato il momento Big Tobacco di Facebook

Più tardi, e forse anche per provare a ristabilire una sorta di “benevolenza” dell’opinione pubblica verso Facebook, i suoi servizi e la sua leadership, la virata sembra essere stata verso una maggiore trasparenza. Facebook ha rilasciato la versione integrale della ricerca sugli effetti di Instagram sulla salute mentale degli adolescenti[8]. Lo ha fatto tenendoci a precisare però, in un lungo post pubblicato sul blog aziendale, che si trattava di una ricerca destinata in origine a un uso esclusivamente interno alla compagnia e che se c’era una conclusione da trarre riguardava al massimo l’attenzione che la stessa ripone da sempre al benessere dei suoi utenti, specie se minori, e che ancora il campione di quaranta utenti Instagram, coinvolto nello studio, non può certo essere considerato rappresentativo.

Nello stesso post la vicepresidente di Facebook, Pratiti Raychoudhury, ha risposto punto per punto alle accuse mosse nell’articolo di WSJ e sostenuto, in breve, che alcune forti mistificazioni da parte dei media sono alla base del presunto “momento Big Tobacco” di Facebook di cui ora tutti parlano.

Su un punto in particolare riguardo la compagnia ha tenuto a dare qualche chiarimento in più: la body image è l’unica voce per cui qualche utente ha detto di essersi sentito «peggio» con se stesso dopo aver scrollato il feed Instagram contro innumerevoli altre – dall’ansia al senso di solitudine e passando per i problemi familiari –rispetto alle quali il social visivo di casa Facebook sembra invece essere stato d’aiuto o aver avuto un qualche effetto positivo e, soprattutto, dire che per una ragazza su tre stare su Instagram peggiora anche solo momentaneamente il rapporto con il proprio corpo significa dire che ci sono, allo stesso tempo, due ragazze su tre per cui il social o migliora il rapporto con la propria immagine o non ha alcun effetto.

facebook sapeva di essere rossico per le adolescenti

Una scheda grafica della ricerca da cui è nata la polemica tra Facebook e “The Wall Street Journal” riguardo alla presunta consapevolezza, da parte del primo, di essere “tossico” per molte adolescenti. Fonte: Facebook Newsroom

Anche sul tema del suicidio Facebook ha voluto rispondere puntualmente a The Wall Street Journal: secondo la ricostruzione effettuata dal giornale, dal social sarebbero stati a conoscenza del fatto che il 13% tra i teenager inglesi e il 6% tra quelli americani avrebbero avuto pensieri suicidi nati su Instagram, ma come ha risposto il team di Facebook la percentuale corretta è in realtà dell’1%, per quanto «ogni persona che senta questo è una persona di troppo», chiosa la compagnia ricordando che sulla piattaforma sono state rilasciate da tempo feature ad hoc per la prevenzione dei suicidi giovanili[9] che permettevano, tra l’altro, di poter chiedere anonimamente aiuto per sé o per altre persone.

Cosa è successo durante l’audizione di Facebook al Congresso sulla questione Instagram e salute mentale degli adolescenti

Di tutte queste questioni comunque la compagnia, nella persona del global head of safety, Antigone Davis, è stata chiamata a rispondere davanti al Congresso americano.

Durante la seduta del 30 settembre 2021[10], la sottocommissione che si occupa di diritti e protezione dei consumatori ha avanzato preteste piuttosto concrete, almeno quanto sconvenienti per gli affari di Facebook, come non permettere ai minori di visualizzare il numero di like e di follower per ridurre la pressione social a cui sarebbero sottoposti (già in passato, in realtà, Instagram ha provato a nascondere i like per ragioni simili ma con risultati non del tutto apprezzabili) o vietare alle aziende di condurre campagne di influencer marketing quando il proprio target di riferimento sia un target di minori. La compagnia ha risposto, in parte prevedibilmente, con un vago impegno ad approfondire ciascuna di queste questioni.

L’occasione è stata però soprattutto quella d’oro perché venisse ritirato in ballo il KIDS Act[11], una sorta di regolamento concernente i contenuti online destinati a un pubblico di minori e le responsabilità dei gestori di piattaforme e siti che li ospitano che una parte della politica americana cerca da tempo di far approvare, ma su cui finora i consensi non erano unanimi.

Forse il più imprevedibile effetto del “momento Big Tobacco” di Facebook è, come scrive The Guardian, una «rara bipartisanship»[12], ossia un inedito quasi più che raro trovarsi d’accordo di democratici e repubblicani su questioni che riguardano il digitale e le big tech. La ragione – o, almeno, una delle ragioni – sembra intuirla, su Mashable Italia, Gabriele Di Donfrancesco:

«stavolta ci sono di mezzo i bambini. La mega-causa contro Big Tobacco (a proposito ancora del perché si è arrivato a parlare di un “momento Big Tobacco” di Facebook, ndr) vinse anche grazie alle associazioni contro il tabagismo giovanile. La forza delle battaglie per i minori non va sottovalutata in America, nel bene e nel male. Negli ultimi anni di presidenza Trump la teoria del complotto Qanon e i suoi fedeli hanno interferito fortemente con la politica americana e la stabilità sociale del Paese. Basavano le proprie convinzioni e traevano la propria grinta dall’idea di star difendendo i bambini americani, vittima nel loro immaginario complottista di un traffico di bambini satanico portato avanti dalla controparte politica. […] Finora i repubblicani sono stati interessati solo dall’assicurarsi che le piattaforme non li “censurino” perché “politicamente scorretti”. E se erano d’accordo sul discutere dei monopoli di big tech, Facebook incluso, era anche per ripicca sulla moderazione dei contenuti, bollata come troppo ‘liberal’. Sui bambini, però, i repubblicani sono stati talmente accesi da convertirsi in massa in complottisti: potrebbe essere un terreno bipartisan. Quando si tratta di minori, l’America si infiamma»[13].

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