Martedi 18 Dicembre 2018
ComunicazioneOltre il like: quale futuro per il giornalismo digitale?

Oltre il like: quale futuro per il giornalismo digitale?

Il giornalismo digitale tra bufale e corse all’ultimo like. Ne ha parlato Carola Frediani al Festival della Comunicazione di Camogli.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
Oltre il like: quale futuro per il giornalismo digitale?

Usare i social media per capire dove sta andando il giornalismo italiano: è questa la proposta di Carola Frediani, giornalista e in passato social media editor de la Stampa al Festival della Comunicazione di Camogli, tenutosi dall’8 all’11 settembre 2016.

Nessun giornale, del resto, può più fare a meno di profili social ufficiali. Più difficile, invece, capire almeno in Italia l’esigenza di professionisti formati e competenti che se ne occupino: le maggiori testate si sono affidate solo di recente a social media editor ed esiste in materia – un po’ come per tutte le altre professioni digitali, nonostante siano le più ricercate del mercato – tanta confusione, linguistica e non. Eppure «i canali social sono la prima linea del giornale – spiega la Frediani –, è lì che hai a che fare da un lato con i lettori, senza alcun tipo di mediazione, dall’altro con il lavoro e la professionalità dei colleghi. È indispensabile, quindi, interpretare la linea editoriale del giornale, pensare a come la si presenta ai lettori».

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Il tutto è reso difficile da un modello di business che sembra incompatibile con la vera missione del giornalismo, anche online. Un modello di profittabilità che dipende dal traffico, infatti, “giustifica” alcuni dei bias più diffusi, ma non per questo meno pericolosi, del giornalismo digitale.

Lo spettacolo del dolore

Si tratta, per esempio, del dominio incontrastato della cronaca nera: le notizie, specie se di sangue, sono quelle che generano più traffico e interazioni su social. Il “popolo della Rete” si sente frustrato dietro l’ennesimo omicidio, l’ennesima rapina e ciò genera odio e frustrazione che si deducono facilmente dal sentiment dei commenti e delle interazioni.

Rimane da chiedersi, però, che effetto ha tutto questo sul lungo periodo. Al di là del picco di accessi, riesce a creare una community compatta e solida? L’esperienza sembra dire di no: la maggior parte degli utenti preferisce vivere all’interno di “spazi civili”, anche quando si tratta di spazi digitali, per questo apprezza social media policy molto chiare, ad esempio sulla moderazione dei commenti offensivi.

Le fake news…

L’altro effetto deleterio di un giornalismo che vive di traffico? Sicuramente il rischio fake news. Sul ciclo di vita di una notizia falsa che finisce sui profili social dei giornali, quando non direttamente sulla carta, si è detto molto. Secondo uno studio, una “vocenon vera che corre su Twitter impiega oltre 13 ore a essere verificata (contro le 2 nel caso in cui sia corretta). E c’è «una sorta di legge di Murphy del giornalismo digitale – racconta la giornalista –, la cosiddetta legge del tweet sbagliato, secondo cui un messaggio su Twitter che contiene informazioni scorrette avrà sempre più interazioni di quello postato a correzione». Sulle fake news qualcuno, soprattutto nell’ecosistema del giornalismo americano, ha creato addirittura un business: interi siti che condividono notizie false ma facilmente appetibili per il web, su cui neanche gli strumenti messi a disposizione di chi intende fare giornalismo di qualità sembrano aver effetto.

Lo stesso strumento anti-bufale di Facebook, del resto, ha dimostrato di essere fallibile. Con la scusa di non essere un’azienda media (come ribadito durante l’incontro con Zuckerberg alla LUISS di Roma, ndr), il team di Facebook ha messo a punto uno strumento che si basa essenzialmente sull’azione collettiva degli utenti: un menù a tendina permette di segnalare un post anche contenente link quando non lo si considera appropriato, ma non è un processo immediato che si adatta alla “velocità” dello stare su Facebook, né del resto è tra quelle azioni gratificanti per gli utenti come condividere o mettere like. Le stesse trending news, sia quando erano gestiste da un team editoriale ad hoc, sia dopo la sostituzione con un algoritmo, hanno più volte ospitato delle bufale. Se a questo si aggiunge che i social sono delle «eco-camere che riflettono il tuo mondo, le tue idee, ti impediscono di confrontarti con chi ha opinioni diverse dalle tue», continua la Frediani, si chiude il circolo vizioso di notizie troppo belle per essere vere, ma che generano traffico.

…e il fact checking che non c’è

Il giornalismo dovrebbe ritrovare, allora, il suo spirito di servizio, a partire dalla verifica delle notizie, per esempio. Iniziative di questo tipo esistono ovunque: ci sono community nate con lo scopo di scovare le fake news, giornali che fanno del debunking la loro missione e giornalisti che lavorano in questo senso anche individualmente. Sono iniziative indispensabili, soprattutto durante le emergenze – il terremoto del Centro Italia, ad esempio, con la scia di bufale sulla magnitudo falsata dal governo o anche la donazione del jackpot del Superenalotto e, ancora, gli immigrati negli hotel –, ma la lotta a un giornalismo “delle fake news” non può rimanere un’iniziativa isolata o dei singoli.

Alla guerra, col clickbaiting

Anche la guerra di titoli non giova alla qualità del giornalismo digitale. Secondo alcuni studi, almeno il 59% degli utenti condivide un articolo senza leggerlo: in questo senso il titolo diventa spesso la notizia in sé, per questo dovrebbe avere un titolo quanto più onesto possibile e coerente con il vero contenuto dell’articolo, non pensato per strappare like. Il clickbaiting, di cui sono vittime tra l’altro anche le testate di servizio pubblico, infatti, non è remunerativo sul lungo periodo: un lettore che intende leggere una notizia ma poi trova un contenuto completamente diverso dal titolo è un lettore deluso, difficile da fidelizzare. Senza contare, poi, l’impatto sulla credibilità dell’autore del pezzo e, per estensione, del giornale stesso.

E se il giornalismo fosse giornalismo esplicativo?

Un altro vizio, tipico soprattutto del giornalismo italiano, è quello di parlare soltanto agli addetti ai lavori. Anche nel trattare le questioni più difficili (il caso Brexit, l’affaire burkini, etc.) si tende a dare per scontato aspetti contestuali che servirebbero a una migliore comprensione di quanto successo. Il risultato? Notizie stereotipate, riprese quasi identiche da qualsiasi testata fino a diventare una sorta di commodity, senza alcun valore. La soluzione potrebbe essere allora, secondo la giornalista, un giornalismo esplicativo sul modello dell’americano Vox e di quello che in Italia fa in parte ilPost.

La tirannia dei video

L’uso imperante dei video, per finire, parla di come il giornalismo online sia schiavo di meccanismi esterni, spesso decisi da investitori e soggetti aziendali. Nel caso specifico, si tratta del dominio assoluto dell’algoritmo Facebook: i video native sembrerebbero essere i post che si posizionano meglio nella timeline, per questo anche chi fa notizia – quindi il mercato editoriale che sta dietro – non è disposto a rinunciarci. Emanciparsi dalle aziende tecnologiche e sperimentare con le proprie piattaforme potrebbe essere in questo senso la soluzione, conclude la Frediani.

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