Mercoledì 02 Dicembre 2020
MacroambienteL’omicidio di Willy, Chiara Ferragni e la riflessione virale su cultura della violenza e fascismo parlano di nuove responsabilità per gli influencer

L'omicidio di Willy, Chiara Ferragni e la riflessione virale su cultura della violenza e fascismo parlano di nuove responsabilità per gli influencer

Chiara Ferragni che, dopo l'omicidio di Colleferro, mette sotto accusa una certa cultura violenta e fascista ancora dura a morire in Italia o, in altre occasioni, sottolinea l'importanza di prendersi cura della propria salute mentale è la metafora perfetta della crescente responsabilità degli influencer.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
L'omicidio di Willy, Chiara Ferragni e la riflessione virale su cultura della violenza e fascismo parlano di nuove responsabilità per gli influencer

Qualche ora dopo l’omicidio di Willy Chiara Ferragni è stata tra i personaggi famosi che non hanno avuto remore a manifestare pubblicamente sdegno per quanto successo e solidarietà alla famiglia della vittima. Le parole a cui si è affidata la (ex) blogger di The Blond Salad, presto diventate virali, sono state salutate da qualcuno come più efficaci, più dure persino di molte posizioni politiche e istituzionali espresse fin lì. Non è la prima volta, però, che l’ influencer interviene su temi di rilevanza sociale e questo attivismo ritrovato degli ultimi mesi non può che far riflettere, allargando lo sguardo, sulle crescenti responsabilità di influencer e content creator.

L’omicidio di willy, chiara ferragni e quella lezione contro una cultura della violenza a cui l’influencer non è nuova

Commentando nelle Storie di Instagram l’omicidio di Willy Chiara Ferragni ha prima ricondiviso un post sarcastico del marito Fedez su alcune dichiarazioni riportate dai giornali e attribuite ai parenti degli indagati per l’omicidio di Colleferro e poi usato un post di @spaghettipolitics per riflettere su come una certa cultura della violenza sia ancora largamente diffusa in Italia.

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(ENGLISH= second slide) I thought a lot about posting this (which is also in my stories), but realized that it is better to have it here permanently. Last night I read something about how this murder had a racist background and at the start I was skeptical, because I thought “well they would have killed anyone”, but then I decided to shut the f up and listen to what black Italians had to say about this. It’s not only the murder that is racist, but even the way in which it was portrayed. Italian newspapers are scared to say the R (racism) and F (fascism) word. But this time was the perfect time to scream it out loud. You have 4 fascists men beating to death a black man. What does the newspaper do? Focus on the life of the 4 men (not of the victim!) to show how good they were, to then move on into saying that MARTIAL ARTS ARE BAD because they teach you violence. No AMO, FASCISM TEACHES VIOLENCE AND RACIAL SUPERIORITY. These men come from a terrifying culture that is everywhere in italy, and this does not help me in wondering, if Willy had been white, would have he been alive today? It could be. If 4 black men had killed a white Italian, it would be complete chaos in Italy, people would march against immigrants. Many Italians see black people as without any story, personality or backgrounds; this explains why there were such a few articles about Willy’s life but so many articles about the aggressors’ lives. Normally when an Italian young person is killed, there are tons and tons of stories and articles about how good they were, what they were studying, what their passions were and so on.. We need to eradicate fascism and this cult of superiority from Italians, we need to educate Italians in school. We can’t let them grow in a country where fascism is still so widely accepted by the media. How many time there have been openly declared fascists on tv? How many times have you heard openly racist comments on tv or read them on social media? The acceptance of fascist discourse leads to this: men who kill someone based on superiority standards and the cult of violence. Stop fascism, educate.

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Umanizzare i presunti responsabili della morte di Willy Monteiro o additare le arti marziali da loro praticate come pure hanno fatto molti giornali – è il cuore della riflessione fatta propria dall’influencer – significa di fatto avallare una certa cultura della violenza, una cultura fascista forse mai scomparsa in Italia. La franchezza di queste parole, per quanto frutto soltanto di un endorsement , sono valse all’influencer, come già si accennava, il plauso della Rete, del resto sempre sull’attenti e pronta a giudicare qualsiasi mossa dei Ferragnez.

Tanto sull’attenti che, anche questa volta, Chiara Ferragni e Fedez sono finiti al centro di un’immancabile polemica social che ha coinvolto tra gli altri un esponente di Fratelli d’Italia e non è mancata di toni accesi e irrispettosi. L’influencer si è vista così accusata, in nome dell’intera categoria, di fomentare atteggiamenti narcisisti più dannosi – a detta dello stesso politico – della subcultura fascista e il rapper Fedez intervenire sottolineando quanto sia inopportuno tingere di sfumature partitiche una lotta, quella contro il fascismo, che dovrebbe essere «solo di buon senso», prima che a condannare le parole e i toni del dirigente di FdI con argomenti simili arrivassero altri personaggi ben noti in Rete.

Francesco Filini è un blogger, sulla sua pagina pubblica si definisce Dirigente Nazionale e Coordinatore dell'Ufficio…

Pubblicato da Prof. Guido Saraceni su Venerdì 11 settembre 2020

Ben prima però dell’omicidio di Willy Chiara Ferragni si era più volte fatta paladina della lotta all’odio sui social e negli ambienti digitali. Fin dall’inizio della propria carriera come blogger e influencer prima e come imprenditrice digitale poi, è stata del resto ripetutamente oggetto in prima persona di commenti al vetriolo, hate speech , body shaming , ma senza mai perdere occasione di ricordare ai propri follower l’importanza di non avallare né alimentare gli atteggiamenti violenti degli hater, quanto piuttosto provare a trasformarli in occasioni per diffondere positività.

Solo qualche settimana fa, per esempio, a un utente che, sotto a un post zeppo di commenti sessisti per un vestito a fazzoletto considerato «un po’ troppo minimal», le chiedeva perché si mettesse “mi piace” da sola, l’influencer ha dato una risposta che è un vero e proprio inno alla body positivity: «il self love è la cosa migliore che si possa desiderare», ha chiosato alle polemiche.

chiara ferragni risposta perché ti metti like da sola

Da tempo paladina della lotta all’hate speech, al cyberbullismo e agli atteggiamenti violenti sui social, Chiara Ferragni ha risposto a un utente, che le chiedeva perché mettesse spesso like da sola ai propri post, che “il self love è il miglior amore che si possa desiderare”: una lezione di body positivity. Fonte: Instagram/@ChiaraFerragni

 

E a proposito di positività, appena qualche giorno prima di condannare duramente la cultura della violenza dietro all’omicidio di Willy, Chiara Ferragni si era fatta portavoce dell’importanza di prendersi cura della propria salute mentale, senza aver paura di pregiudizi e stigmi ingiustificati. Lo aveva fatto con un racconto piuttosto emozionale e intimo, rivelando ai propri follower su Instagram di essere in cura presso un terapeuta specializzato per provare a superare un trauma subito qualche anno fa ma, cosa non meno importante, «per conoscermi meglio». Queste le parole dell’influencer che, del resto, ha raccontato anche di ricevere ogni giorno messaggi e richieste di aiuto da parte di fan che hanno subito abusi. Le Storie in cui Chiara Ferragni ha parlato di EMDR e psicoterapia hanno dato il la, così, a numerose testimonianze da parte di follower e fan dell’influencer, ma anche a qualche precisazione tecnica da parte di addetti ai lavori che si sono imbattuti in questi contenuti: il dialogo, aperto e pacato, ha dimostrato che non ci sono temi tabù sui social o argomenti di cui anche chi non faccia il divulgatore di professione non possa parlare in Rete.

Quali responsabilità per l’influencer se è sempre meno influencer e sempre più modello d’aspirazione?

Sicuramente parlare di sé, mettere le proprie esperienze a servizio della propria community, non andare mai oltre le proprie esperienze personali e le proprie conoscenze sembra essere la regola fondamentale per gli influencer che vogliano affrontare questioni complesse, temi caldi del momento o rilevanti per la vita di tutti. La pandemia del resto ha costretto, e costringerà in futuro, a fare i conti con molti dubbi. Tra questi anche: quale sarà il futuro dell’influencer marketing? E a quali nuove responsabilità vanno incontro influencer e content creator?

L’emergenza sanitaria ha direttamente chiamato in causa qualcuno, come gli healt influencer e gli science influencer, nel tentativo di comunicare la scienza online nel modo più accurato possibile e di sfruttare quei meccanismi fiduciari che sono alla base di tutto il marketing dell’influenza per divulgare idee per prevenire meglio il rischio di contagio o vivere tranquillamente la quarantena. Con le industrie di settore quasi completamente paralizzate dall’emergenza sanitaria, però, ci sono stati influencer, come i fashion influencer, che hanno dovuto completamente rivedere il loro modo di stare online e di offrire ai propri pubblici contenuti di valore. Mentre calavano richieste di collaborazioni con le aziende e retribuzioni, come rivelano molti studi su chi ha parlato di coronavirus sui social e come, numerosi influencer hanno sostituito a preview degli shooting e  backstage delle passerelle post motivazionali o con cui provavano a ispirare le proprie community, motivarle, condividere positività. L’emergenza coronavirus, insomma, potrebbe aver accelerato un trend che qualcuno aveva già individuato: il futuro dell’influencer marketing è nelle persone comuni o perlomeno nella capacità che avranno anche content creator professionisti e personaggi della Rete di mostrarsi come tali. Nella nuova normalità potrebbe esserci sempre meno bisogno di trend setter e sempre più bisogno di riscrivere i meccanismi della fiducia anche in Rete: è possibile così che, più che per le loro esperienze esclusive, gli influencer diventino dei modelli d’ispirazione (e aspirazionali) per il loro stile di vita, per le loro scelte in fatto di consumi (basti pensare, a proposito, all’eco che ebbe la visita di Chiara Ferragni agli Uffizi e, ancor più, il documentario sul suo viaggio in Puglia in occasione della presentazione della collezione Cruise di Dior) ma anche per i valori in cui credono. In altre parole, in un futuro prossimo, gli influencer saranno sempre meno solo influencer e sempre più figure guida.

Il corollario è che sarà indispensabile per loro lavorare, più di quanto abbiano fatto fin qua, sul proprio brand personale e, soprattutto, arricchirlo di valori, missioni, cause da sostenere (proprio come le aziende chiamate a fare brand activism ) e, da parte di utenti e fan, pretendere più responsabilità per gli influencer. Fino a qui, infatti, la partita si era giocata perlopiù sul campo della trasparenza: un codice etico per gli influencer li aveva costretti a usare hashtag come #sponsored o #adv per segnalare post frutto di collaborazioni commerciali con i brand e le cose erano andate bene, tanto che secondo un paper di Buzzoole nel 2019 rispetto all’anno precedente sono cresciuti del +29% i post degli influencer segnalati come post sponsorizzati, senza che questo abbia avuto effetti significati sull’ engagement registrato dagli stessi.

Ora che l’influencer sarà anche e soprattutto un modello guida per le proprie community, semplicemente segnalare che si sta guadagnando da un post su Instagram o da una serie di tiktok potrebbe non bastare più. Che succede, infatti, se un influencer condivide, consapevolmente o meno, malintenzionatamente o meno, una fake news o una notizia manipolata? O se mente e crea allarmismo su una questione, come i vaccini o il rispetto delle misure anti-contagio da COVID-19, rilevante per la salute pubblica? Sono domande a cui al momento è ancora difficile rispondere, se non tenendo conto che ogni ordinamento sta provando ad adattare strumenti legali già esistenti o a crearne di nuovi per dirimere questioni come queste che chiedono di bilanciare libertà d’espressione con sicurezza nazionale, diritto alla reputazione e via di questo passo. Al momento, insomma, la prima responsabilità dell’influencer sembra essere quella verso le proprie community: dovrebbero essere loro le prime a punirlo – smettendo di seguirlo, smentendolo pubblicamente, ecc. – se mente sapendo di mentire, se sbaglia e non ripara allo sbaglio, in tutte le occasioni in cui tradisce la loro fiducia.

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