Mercoledi 18 Luglio 2018
MarketingPersonal branding: quanto conta nel mercato pornografico e come farlo

Personal branding: quanto conta nel mercato pornografico e come farlo

Il mercato pornografico è in profonda trasformazione: per tutti gli attori della filiera, così, è indispensabile saper fare personal branding.


Virginia Dara

A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Personal branding: quanto conta nel mercato pornografico e come farlo

C’è una chiara definizione di personal branding, data da Wikipedia, che lo fa consistere in quel processo attraverso cui le persone trasformano se stesse e la propria carriera in un marchio di fabbrica, utilizzando come elementi di distinzione il corpo, il look, lo stile, le proprie conoscenze di settore e puntando a fare delle propria stessa persona appunto, nel suo complesso, quell’unique selling point indispensabile perché il prodotto sia riconosciuto e amato dal consumatore. Più pragmaticamente, il personal branding è per qualcuno la ragione più profonda grazie alla quale un partner, un cliente, un datore di lavoro sceglie un compagno, un professionista, un dipendente piuttosto che un altro.

La filiera del porno: cos’è cambiato e perché il personal branding è diventato indispensabile

In un contesto in cui c’è ormai troppa scelta e i potenziali competitor sono ovunque e disposti a tutto, insomma, fare branding sulla propria persona è diventato indispensabile. E i protagonisti della filiera industriale del porno lo sanno bene. Da più di dieci anni ormai, infatti, il web ha scardinato le regole dell’industria cinematografica per adulti, in parte democratizzandola. A livello di contenuti sicuramente: c’è chi sottolinea, infatti, come il grande pregio di siti per contenuti espliciti come YouPorn, PornHub e simili sia stato sdoganare un porno meno mainstream e adatto ai gusti di tutti, come del resto dimostrano le più svariate categorie sotto cui, al loro interno, sono organizzati gli stessi contenuti. La vera democratizzazione, se c’è stata, ha riguardato però più da vicino l’assetto del mercato pornografico: non più poche, pochissime case cinematografiche specializzate che avevano un monopolio della produzione e della distribuzione delle pellicole per adulti, ma una concorrenza più forte e rispettosa solo delle leggi del libero mercato. Concorrenza che, del resto, sembra aver fatto bene alla domanda se si considera che, secondo delle stime, il traffico generato dai siti porno supera oltre il 30% della quota globale. Non c’è da stupirsi insomma se, come sono cambiate più in generale le strategie di promozione cinematografica, siano profondamente diverse oggi anche le strategie di marketing e di comunicazione nel settore del porno.

Un settore con qualche criticità specifica ma con tante opportunità

È normale, quindi, che esistano criticità specifiche del settore non indifferenti. Basti pensare alla difficoltà per qualsiasi social media manager del campo di pensare a un calendario editoriale efficace per il proprio business di riferimento ma che non violi gli standard di comunità delle più comuni piattaforme. O a quella di mettere in atto una buona strategia SEO: a un livello zero, quanti altri siti accetterebbero in questo senso di mettere link in uscita verso siti porno? Senza contare che LinkedIn, per esempio, ha escluso per politica aziendale i profili professionali legati al mondo del sesso. A queste e altre criticità, piattaforme come PornHub hanno ovviato nel tempo con strategie di contenuto a misura per l’industria pornografica, ma la risposta più interessante è stata forse quella dei singoli protagonisti del settore che per sopravvivere al sovraffollamento hanno imparato, appunto, a fare personal branding.

Nel porno, come in qualsiasi altro settore, ciò significa analizzare punti di forza, anelli deboli, opportunità e minacce specifiche, quindi riuscire a guadagnarsi un posizionamento e differenziarsi rispetto ai propri concorrenti. Ancora una volta, come nel caso di prodotti e brand più tradizionali, si può riuscire a differenziarsi

  • puntando sulla qualità e sull’opportunità di offrire prodotti e servizi augmented e top gamma;
  • focalizzandosi su un settore specifico e puntando cioè sulle nicchie;
  • sfruttando un vantaggio cronologico, quello di essere arrivati per prima e di avere perciò una cerchia già fidelizzata di clienti;
  • facendo, allo stesso tempo, heritage marketing, valorizzando cioè la propria storia e puntando sulla nostalgia e sull’appeal del vintage e dei prodotti fatti proprio come una volta;
  • puntando, invece, eventualmente sull’innovazione e rivolgendosi a una nuova generazione di consumatori;
  • proponendosi come un’alternativa alle tendenze e ai trend più popolari.

Gli attori del porno alle prese con il personal branding: qualche caso di scuola

La parabola di alcune icone del settore è molto esplicativa in questo senso e rende bene l’idea di quanto sia importante fare personal branding anche quando si opera nel porno. Ron Jeremy, per esempio, ha capito benissimo come entrare nell’immaginario pop di tutti i tempi ed essere ben conosciuto da tutti, in America almeno, anche al di là della sua attività principale. La sua faccia è ovunque, sulle etichette di una salsa piccante come sull’insegna di un nightclub tanto amato dagli estimatori dello swing, per non parlare degli innumerevoli servizi fotografici, interviste, ospitate televisive, comparse in film commerciali, campagne che lo hanno visto come primo sostenitore. Nel Capodanno del 2017 ha suonato addirittura l’armonica durante un live della CNN. In un’intervista in cui ha provato egli stesso a spiegare il successo di Ron Jeremy, l’attore ha offerto due chiavi di lettura importanti: se nessuno ti conosce è dura vendere qualcosa e, soprattutto, è fondamentale imparare a distinguere Ron Jeremy da Ron Jeremy Hyatt. La prima osservazione ha a che vedere con la sovraesposizione di cui sono oggetto ormai gli attori dell’industria cinematografica per adulti. In Italia è successo in piccolo con Rocco Siffredi, protagonista di recente di campagne pubblicitarie, reality show, serie TV. E, più in generale, è una tattica che obbedisce al primo e più semplice comandamento del personal branding: farsi conoscere. Il secondo principio sottolineato dall’attore americano ha a che vedere, invece, con la necessità di distinguere il personaggio pubblico dalla persona: diversamente da quanto avviene per un brand vero che ha la necessità di disseminare i propri valori, la propria immagine in ogni attività in cui è coinvolto, non si può chiedere neanche a una persona che si sia fatta brand di rinunciare completamente alla propria dimensione intima e privata, anche fosse a tratti completamente discordante dalla sua immagine pubblica.

Jeremy, poi, sembra avere un suggerimento importante anche sui tool da utilizzare se si vuole fare personal branding nel settore del porno: avere Internet a proprio servizio aiuta. E non poco, verrebbe da aggiungere. Gli ambienti digitali offrono, infatti, molte opportunità inedite per tutti gli attori di questa filiera.

Lo sanno bene personaggi come Valentina Nappi che devono proprio al web gran parte della loro popolarità. Più di una volta la starletta nostrana si è ritrovata nell’occhio del ciclone, sommersa da polemiche, commenti al vetriolo degli haters, attacchi mediatici. In altrettante occasioni, però, la porno-attrice napoletana e il suo staff hanno dimostrato di saper ben padroneggiare gli strumenti offerti dagli ambienti digitali. Lo hanno fatto qualche tempo fa, per esempio, con un contest dal (tutt’altro che ambiguo) titolo “Passa una giornata di sesso con me”: ai fan era chiesto di realizzare un video di presentazione e caricarlo su YouTube, ottimizzato nei metadati perché potesse essere facilmente ritrovato e valutato dall’attrice. I fortunati, graditi alla porno-star, avrebbero vinto un’intera giornata da passare con lei, soddisfacendo ogni proprio desiderio. Un doppio esperimento di personal branding a costo (quasi) zero, si direbbe. Per la Nappi, infatti, quel contest sui generis è stato di certo un modo per rafforzare il coinvolgimento presso la propria community e, insieme, la propria immagine di professionista del porno. Per i partecipanti al contest, invece, si è trattato di una buona palestra per imparare a vendere al meglio le proprie doti e la propria personalità, attirando l’attenzione della porno-attrice: se non è personal branding questo!

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