Lunedi 18 Giugno 2018
ComunicazionePolbusting: ovvero se la partecipazione politica è fatta di meme

Polbusting: ovvero se la partecipazione politica è fatta di meme

Cos’è il polbusting? E perché gli ambienti digitali e i loro linguaggi stanno rivoluzionando le forme della partecipazione politica?


Virginia Dara

A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Polbusting: ovvero se la partecipazione politica è fatta di meme

La Digital World of The Year 2017? Secondo l’American Dialet Society, che ogni fine anno si occupa di individuare la parola o la frase che meglio riassume il mood della vita online nei mesi passati, è “shitpost“. Letteralmente, “postare cacca”. Il giudizio di valore, però, è in questo meno pronunciato di quanto si potrebbe immaginare: il riferimento, infatti, non è tanto alla validità, veridicità, correttezza dei contenuti, quanto alla pratica sempre più diffusa tra gli internauti di postare contenuti irrilevanti, privi di valore per il contesto in cui si inseriscono e che sembrano avere il solo scopo di provocare o, peggio, di confondere e sviare la conversazione. In altre parole? Lo shitposting vive di cattivi contributi – scrive Quartz – alle discussioni online come brutti meme, battute poco divertenti, spam. Sicuri, però, che ciò sia sempre un male e che vizi pericolosamente e irrecuperabilmente gli ambienti digitali? Perché non potrebbe trattarsi di una forma, certo sui generis, di partecipazione e impegno politico-sociale? In tempi di fake news e post-verità il dibattito è interessante e meme e polbusting sembrano raccontare una versione in parte diversa della stessa storia.

Dalle origini alle applicazioni in Rete, il potere sovversivo del polbusting

Alla fine degli anni Ottanta artisti, scrittori, performer dalle ispirazioni anti-capitaliste si unirono idealmente sotto l’etichetta di adbuster e provarono a diffondere le loro idee contrarie agli eccessi di una società del consumo tramite azioni di guerriglia, che consistevano soprattutto nell’appropriarsi dei messaggi pubblicitari di brand e aziende sabotando le affissioni nelle metro di città come Parigi e Londra. Le origini del termine “polbusting, contrazione di political busting, con ogni probabilità, derivano proprio da qui. Si tratta di un messaggio politico invece che un messaggio pubblicitario o di brand, ma anche per un polbuster la sovversione – di un contenuto, un immaginario, un programma politico, ecc. – è il più potente mezzo espressivo. Non a caso, come ha sottolineato chi ha provato a definire il fenomeno, il polbusting vive di «immagini prodotte dai cibernauti al fine di denudare dapprima, di schernire in seguito e di oltrepassare i visi e i messaggi dei leader politici contemporanei».

polbusting casaleggio monnalisa

Un possibile esempio di polbusting. Casaleggio è Monnalisa nel disegno di Mauro Biani.

C’è qualcosa di quasi avanguardista in questo, ossia non c’è niente di scandaloso a pensare che chi prenda il faccione sorridente di un politico su un manifesto elettorale e lo trasformi in un meme di volta in volta simpatico o ridicolo faccia poco di diverso da quello che a suo tempo fece Duchamp, per esempio, con la Monna Lisa con pizzetti e baffi del celebre quadro “L.H.O.O.Q”. In entrambi i casi ci sono l’appropriazione di un simbolo culto dell’immaginario artistico, sociale, culturale, politico, economico, il suo remix con altri elementi di quello stesso immaginario, anche se apparentemente in netto contrasto con l’originale e, di conseguenza, un cambiamento radicale del messaggio veicolato che, nella maggior parte dei casi, coincide anche con una reificazione, una sorta di desacralizzazione, del candidato e del messaggio politico nel caso del polbusting che vengono presi di peso e riportati appunto a una dimensione marcatamente umana.

Quando un meme politico è espressione di creatività artistica

I meme politici, insomma, costringono a delle riflessioni sulle dinamiche della creatività e dell’espressività in Rete. Non sbaglia chi considera immagini divertenti, virali come queste come una delle tante forme della cosiddetta Internet Art: è una categoria vasta, entro cui convergono – come ha scritto qualcuno – molte «buone cose, dal pessimo gusto». Un Internet meme, infatti, è per sua stessa natura indefinito a livello formale, di contenuto: può essere un video, certo breve, realizzato con i migliori degli strumenti e delle capacità tecniche o una GIF, una semplice image macro creata con Paint. Chiunque, con gli strumenti che ha a sua disposizione, in altre parole può creare un meme, lanciarlo in pasto alla Rete e lasciare, a questo punto, che siano i meccanismi in parte incomprensibili della viralità a fare il resto.

Da un lato il polbusting vive, insomma, di quel (tanto) tempo libero che gli internauti sono disposti a spendere, ma in maniera creativa, in Rete; dall’altro appare per certi versi come un profondo atto di democrazia: al contrario di quanto avviene per le avanguardie artistiche non c’è cioè una genialità artistica imprescindibile per il risultato, chiunque come si diceva può creare un meme politico di successo o, se non ci riesce, appropriarsi di uno già pronto. Non esiste del resto una proprietà dei meme o, almeno, non esiste più. C’è stato un tempo in cui i più grandi distributori di immagini e contenuti divertenti per il web erano aggregatori come 4chan, 9gag: si trattava di un anonimato moderato, insomma, perché per chi avesse un po’ più di familiarità con le dinamiche del web 2.0 era facile risalire direttamente anche all’identità dei singoli contributor.

Oggi Facebook, Twitter e co. sono un grande serbatoio di meme, creati da chiunque grazie a un più facile accesso e alla semplicità dei mezzi creativi, per questo rispondere alla domanda “Chi sono i memers?” può risultare più difficile di quanto si immagini.

Chi (e perché) fa oggi polbusting?

Esattamente come difficile può essere rispondere alla domanda “Chi fa oggi polbusting e perché?Nella maggior parte dei casi, come si diceva, c’è un intento provocatorio e sovversivo quando ci si appropria di un messaggio, di un contenuto, di un programma politico e lo si trasforma in qualcos’altro, qualcosa di divertente, virale, ridicolo (è, grossomodo, quello che avviene in riferimento alle aziende con il brand hijacking, ndr). Non si può ignorare, però, la leggerezza e la naturale shareability di contenuti come questi. I meme politici sono, cioè, contenuti ad alto tasso di coinvolgimento: sono divertenti e di immediata comprensione; spesso bipartisan, cioè validi nella loro natura dissacrante anche al di là di schieramenti e idee politiche; senza contare che giocano nella maggior parte dei casi su elementi di facile presa per l’utente elettore come promesse elettorali non mantenute, errori grammaticali o concettuali del leader, ecc. Come quasi ogni fenomeno del web, insomma, il polbusting è tutt’altro che un fenomeno elitario. Anzi: vive della partecipazione degli utenti. Dalle rivolte di questi anni nei paesi del Medio Oriente alle ultime campagne presidenziali americane, del resto, numerosi momenti hanno dimostrato l’esistenza di slack activist, click activist, una folla cioè di attivisti da tastiera, le cui principali forme di partecipazione civica, politica sono appunto virtuali. In una prospettiva come questa, allora, anche la semplice condivisione di un political meme, per qualcuno, può diventare una forma di presenza, attiva, nella vita politica del Paese.

Tanto più che ogni elettore deve fare i conti, oggi, con una politica sempre più pop. Personalizzazione, sovraesposizione del candidato, disintermediazione sono concetti che, soprattutto in Italia, dominano il campo della comunicazione politica. In altre parole? Il polbusting è figlio della «lifestyle politic», una politica che scende sempre più in campo anche negli aspetti più quotidiani, leisure quasi della vita dell’elettore e che, proprio per questo, richiede forme di partecipazione altrettanto soft. E se il politico ha imparato a maneggiare lo logiche, i linguaggi dell’intrattenimento, anche l’elettore, di tutta risposta, si è adeguato a farlo.

Dall’Italia e non solo: esempi di polbusting che hanno fatto scuola

Il risultato? Sono pagine Facebook come “L’Esercito della Libertà”, creata in occasione delle elezioni politiche del 2013, quando un sostenitore di Silvio Berlusconi ideò un sito (vero) che avrebbe dovuto servire per arruolare elettori giovani affascinati dalle proposte politiche del Cavaliere. Sulla pagina Facebook del (finto) esercito di Berlusconi, allora, si giocò di ironia e sarcasmo, mixando le proposte vere del candidato di destra con topoi, espressioni, scelte linguistiche dei più tradizionali della comunicazione politica, da Che Guevara a Napoleone.

polbusting elezioni politiche italiane 2013

Un meme dalla pagina Facebook “L’Esercito della Libertà”.

polbusting pisapia milano 2011

Questo uno dei meme che circolarono durante la campagna per le comunali di Milano, nel 2011.

Già prima, in realtà, durante le elezioni comunali milanesi del 2011 diversi profili Facebook avevano animato la campagna elettorale con meme e post ironici sulle nefandezze, ovviamente fake come rubare la foto del profilo, compiute dal candidato sindaco Giuliano Pisapia (il riferimento era a una delle accuse ingiustificate mosse dagli avversari politici, ndr). Più tardi, nel 2016 e nel pieno della campagna per le amministrative, comunque, gli ideatori di un’altra pagina Facebook provarono a fare polbusting nei confronti anche dell’altra area politica: i meme di “Matteo Renzi che fa cose”, che giocavano sulla sovraesposizione di quei giorni del leader della sinistra e divennero allora molto virali, un vero e proprio fenomeno che non passò inosservato neanche al diretto interessato.

 

polbusting matteo renzi che fa cose

Un esempio di meme dalla pagina “Matteo Renzi che fa cose”.

Ancora più recente è la storia di Spelacchio, l’albero di Natale installato nel dicembre 2017 in piazza Venezia a Roma: seccato troppo presto, è diventato soprattutto un vero e proprio personaggio con tanto di account social attivi e seguitissimi (oltre 6200 follower solo su Twitter a gennaio 2018, ndr) da cui vengono postati contenuti divertenti, ironici con (non molto velati) riferimenti critici al mandato pentastellato di Virginia Raggi.

Non è la prima volta, del resto, che chi fa polbusting sfrutta l’artificio retorico della personificazione. A metà tra fenomeno di costume e forma di ironia politica, “Baby George ti disprezza” è uno dei personaggi più irriverenti e più amati dalla Rete, grazie al suo modo disincantato e un po’ snob di guardare all’attualità ispirato alla verve del piccolo di casa Windsor.

polbusting baby george ti disprezza

Così “Baby George ti disprezza” ha commentato l’introduzione anche in Italia dei sacchetti biodegradabili e a pagamento nei reparti ortofrutta dei supermercati.

Pepe The Frog, la rana verde protagonista del fumetto “Boy’s Club” è stata, invece, uno dei meme più popolari durante la campagna per le presidenziali americane del 2016, con Donald Trump che volontariamente o meno sembra averne fatto un simbolo della filosofia dell’America first (spesso usata dal movimento di estrema destra Alt Right, è stata addirittura identificata come un nuovo simbolo razzista, ndr).

polbusting pepe the frog

Pepe the Frog diventa un meme di Donald Trump durante la campagna per le presidenziali americane 2016.

Dal panorama politico americano, però, vengono esempi certo migliori di comprensione e accettazione dei linguaggi e delle dinamiche della Rete. I meme su di lui hanno spopolato, sia negli anni di mandato che dopo il passaggio di consegne all’amministrazione repubblicana, ma nella (modernissima) strategia di comunicazione di Obama c’è stato spazio anche per una sorta di meta-appropriazione, una ri-appropriazione di questi manufatti della Rete: più volte, persino per fare gli auguri al suo vice Biden, l’ex presidente americano ha usato nei suoi post, dai suoi account social, meme che avrebbero potuto essere creati – e forse lo erano – da internauti qualsiasi. A dimostrazione, forse, che quel cortocircuito che è nella natura del polbusting è nell’anima stessa della Rete.

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