MacroambienteRecensioni false su Amazon: arriva la prima azione penale in Italia

Recensioni false su Amazon: arriva la prima azione penale in Italia

La compravendita di recensioni positive per prodotti o servizi venduti online è fenomeno noto da tempo. Per la prima volta Amazon ricorre anche in Italia alle vie legali querelando un broker: l'ipotesi è di truffa e non solo.

È di questi giorni la notizia della prima azione penale di Amazon in Italia: nel mirino della compagnia uno dei tanti network, composto da «più di undicimila siti web e canali social» come si leggerebbe in una nota diffusa alla stampa, che alimentano il mercato delle recensioni false.

I dettagli della prima azione penale di Amazon in Italia contro la compravendita di false recensioni

Il broker italiano operava convincendo gli utenti a pubblicare su Amazon recensioni a cinque stelle in cambio del rimborso totale degli acquisti. Identificato dalla compagnia, che ormai da tempo ha un team globale di avvocati, analisti e altri esperti con cui prova a contrastare il fenomeno del boosting illecito, è stato querelato, dando vita a quella che non è solo la prima azione penale di Amazon in Italia ma anche a livello europeo.

Le ipotesi di reato, su cui ora ha il compito di indagare la procura di Milano, sembrerebbero essere secondo le prime ricostruzioni principalmente truffa e/o turbata libertà dell’industria e del commercio. Non è escluso, però, che il fatto integri altri reati come quello di frode informatica o di sostituzione di persona.

Come ben spiega Agenda Digitale, anche in considerazione della novità della materia, potrebbe non essere facile dimostrare soprattutto l’ipotesi della truffa[1]. Le recensioni false non necessariamente integrano, infatti, i tre elementi strutturali del reato così come previsto dal Codice Penale italiano, ossia l’induzione in errore, l’ingiusto profitto e l’altrui danno.

Basti pensare che solo se i prodotti con recensioni fasulle sono di scarsa qualità si configura effettivamente un danno nei confronti dell’acquirente e che non è detto che un rating di cinque stelle “gonfiato” induca automaticamente in errore il consumatore: potrebbe non accadere se per esempio ci sono altri elementi (foto, schede prodotto, informazioni fornite dal venditore, altre recensioni, ecc.) sulla base dei quali l’ultimo può valutare la natura effettiva del prodotto o il rapporto qualità prezzo e consolidare in questo modo la propria intenzione d’acquisto. È più facile che le recensioni false o pubblicate in cambio di denaro o prodotti omaggio creino un danno ingiusto nei confronti dei concorrenti, oltre che un eventuale danno d’immagine per la piattaforma.

Non è però facile per le aziende dimostrare che, se non distratti da un gran numero di recensioni positive “gonfiate” dei prodotti dei competitor , gli utenti Amazon acquistano proprio i propri e né per Amazon è facile dimostrare che le recensioni false minacciano la credibilità e la reputazione di cui la piattaforma gode agli occhi degli eShopper.

Contro il fenomeno del boosting? Servono interventi legali, un atteggiamento proattivo e collaborazione

Ragionamenti come questi spiegano perché non è stato facile fin qui per alcun operatore arginare il fenomeno delle recensioni false. Per quanto più frequenti su Amazon, come diretta conseguenza del fatto che è uno dei marketplace più utilizzati[2] a livello internazionale, recensioni fake o gonfiate e rating che non corrispondono al valore effettivo dei prodotti sono un male comune della platform economy. Non a caso, dove un atteggiamento «proattivo», come Amazon ha definito il proprio, e l’uso delle più moderne tecnologie di machine learning e intelligenza artificiale non bastano servirebbe uno sforzo condiviso, come sembra far notare la compagnia che non è certo la prima volta che prova a tutelarsi per vie legali.

Negli Stati Uniti Amazon ha intrapreso diverse volte azioni legali contro i network per il boosting, l’ultima proprio negli stessi giorni in cui ha sporto per la prima volta querela in Italia. La prima azione penale di Amazon in Italia è venuta insieme a un procedimento civile, il primo in Spagna, contro un broker che operava soprattutto via Telegram e a cinque lettere di diffida inviate ad altrettanti siti tedeschi che rinviavano gli utenti verso reti di boosting.

Contro le recensioni false, però, si sono mosse nel tempo anche associazioni di categoria e per la tutela dei consumatori: come racconta Il Sole 24 Ore, per esempio, prima che arrivasse la prima azione penale di Amazon in Italia Altroconsumo aveva fatto luce sul fenomeno dello scambio e della compravendita delle recensioni false inviando un esposto[3] a quattro diverse procure e una segnalazione all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, facendo notare come si trattasse di una pratica scorretta a danno non dei soli consumatori ma anche di chi vende online.

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