Professioni digitali, la situazione in Italia: pochi candidati idonei

Le professioni digitali sono molto richieste dal mercato del lavoro. In Italia, però, mancano candidati con competenze e curriculum idonei.

Professioni digitali, la situazione in Italia: pochi candidati idonei

Non solo fanalino di coda nell’Europa del digitale, l’Italia sembra essere ultima anche sul mercato delle nuove professioni digitali. A dirlo? Diversi studi di settore.

Secondo una rilevazione di Adecco, per esempio, nel nostro Paese almeno il 22% delle posizioni aperte nel campo delle nuove professioni digitali rimangono vacanti: manca chi abbia formazione, curriculum ed esperienze adeguate al ruolo. Il risultato? I giovani italiani che lavorano nel digitale sono oggi appena il 12%, contro una media europea del 16%.

Proprio dall’Europa arrivano, tra l’altro, dati non più rassicuranti. Secondo la Relazione sui progressi del settore digitale in Europa (EDPR) 2016, infatti, appena il 43% degli italiani avrebbe competenze digitali di base e i professionisti dell’ICT rappresenterebbero una percentuale di poco superiore al 2% degli italiani occupati nel 2015. Di questi, quelli in possesso di una laurea triennale attinente alla posizione che occupano sono solo il 32%, contro percentuali come quella spagnola del 77% e quella belga del 73%.

Il ritardo italiano nel mercato delle nuove professioni digitali è da attribuire, allora, almeno in parte alle carenze del sistema educativo italiano. L’Università, soprattutto, non sembra stare al passo con i bisogni del mondo del lavoro, riflettono gli esperti del settore. Con poche eccezioni a livello nazionale mancano, infatti, corsi di laurea o programmi di formazione post-laurea che preparino per esempio social media manager o community manager, figure indispensabili quando si guarda agli ambienti social e alla necessità dei brand di “vivere” al loro interno. Mancano, inoltre, anche esperti di dati che sappiano gestire, in maniera efficace e utile, la grande mole di big data a disposizione delle aziende. Basti guardare, in questo senso, ad alcuni altri dati forniti dalla EDPR: i laureati nelle discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica, ndr) sono oggi circa l’1,4% di giovani tra i 20-29 anni.

Il risultato? Secondo alcune stime della Commissione Europea, entro il 2020 almeno 900mila posti di lavoro nel campo delle nuove professioni digitali resteranno scoperti (contro i 275 mila già vuoti nel 2012), proprio per la mancanza di professionisti adeguatamente formati e con le giuste esperienze in materia.

Richiestissime dal mercato, insomma, ma non altrettanto valorizzate nel campo della formazione, le nuove occupazioni digitali richiederebbero uno sforzo d’investimento. In questa direzione, però, sembrano cominciare a muoversi sia le istituzioni, sia i soggetti privati più sensibili in materia.

Dal 2015 esiste, per esempio, la Coalizione Nazionale per le Competenze Digitali: fa parte di un progetto più ampio della Commissione Europea per lo sviluppo e l’integrazione delle professioni digitali e ha come obiettivo non solo quello di accrescere e migliorare le competenze degli specialisti dell’ICT, ma anche quelle di cittadini comuni, imprenditori, lavoratori impiegati anche in altri settori e dipendenti pubblici.

A questo si aggiunge il Piano Nazionale per la Scuola Digitale, una serie di investimenti finalizzati al miglioramento delle infrastrutture per l’ICT nelle scuole pubbliche, la formazione degli insegnanti e l’aggiornamento dei programmi di studio scolastici con specifici slot dedicati allo sviluppo di e-skill. Nello specifico, i 355 milioni del piano scuola digitale serviranno a promuovere percorsi di formazione digitale già nelle scuole primarie (secondo gli esperti, del resto, ci sarebbero per esempio enormi benefici, sia a livello tecnico-professionale che non, nell’insegnare il coding ai bambini piccolissimi) e l’introduzione di almeno 25 nuovi curricula digitali nelle scuole superiori, oltre che l’implementazione di programmi per l’alternanza scuola- lavoro, l’apertura di atelier creativi anche per i nuovi professionisti del digitale e una serie di corsi e percorsi di formazione universitaria dedicati al mondo dell’ICT e delle nuove frontiere imprenditoriali.

Proprio in materia di nuove forme dell’imprenditoria, merita di essere segnalato infine il Piano Imprenditoria 4.0 del Ministero dello Sviluppo Economico. Sulla base di questo l’Italia dovrebbe investire, entro il 2020, almeno 13 miliardi (per lo più di investimenti privati) in ricerca e sviluppo, dotandosi di 200mila studenti universitari e di tremila manager specializzati nei settori della quarta rivoluzione industriale, di circa 1.400 dottorati di ricerca in materia e di centri nazionali (e qualificati) per lo sviluppo di competenze digitali.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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