ComunicazionePubblica amministrazione: sfide per una comunicazione trasparente e partecipata

Pubblica amministrazione: sfide per una comunicazione trasparente e partecipata

Social e digitale: come hanno cambiato la comunicazione pubblica? Le sfide per la pubblica amministrazione nello Smart Sofà con Nunzia Arillo

Pubblica amministrazione: sfide per una comunicazione trasparente e partecipata

Trasparenza, accessibilità, diritto all’informazione inteso sia come diritto a informarsi che come diritto a essere informati: sono mantra che da ormai quasi un ventennio scandiscono i tentativi di rendere la pubblica amministrazione più aperta verso i suoi diretti destinatari. Eppure il rapporto tra Stato e cittadino sembra ancora prigioniero di un labirinto di leggi, decreti, regolamenti che lo rendono macchinoso e ingestibile, dal punto di vista della comunicazione soprattutto.

Cosa può servire, allora, per rendere più diretto e disintermediato il rapporto con i cittadini? E quali possibilità inedite offrono, oggi, i social, gli ambienti digitali e, più in generale, la cultura delle condivisione? A rispondere a queste e ad altre domande sulla sorte della pubblica amministrazione digitale ha provato, durante l’ultimo appuntamento con Smart Sofà, il nostro format di approfondimento, Nunzia Arillo, community manager e coordinatrice di Campania Competitiva, insieme alla nostra autrice Virginia Dara.

Il punto di partenza è comprendere che «la comunicazione pubblica non può ridursi a essere una comunicazione corporate con cui le amministrazioni comunicano se stesse come aziende – ha spiegato l’esperta ai nostri Virginia Dara e Domenico Garofalo –. Se così fosse se ne dimenticherebbe la mission essenziale che è quella di creare un rapporto con il cittadino e permettergli di esercitare una cittadinanza attiva».

La tanto discussa trasparenza, in altre parole, non può limitarsi a essere semplicemente una mole, pur sconfinata, di dati messi a disposizione dell’utente. Spesso, infatti, si tratta di informazioni grezze per cui il cittadino non ha abbastanza e validi strumenti interpretativi. Più semplicemente? Non sa che farsene, se non c’è chi gli mostra per esempio come gli open data possano essere utilizzati per dar vita a una startup o trasformare in business un’idea innovativa.

Il principio che deve guidare la pubblica amministrazione nella transizione al digitale, insomma, deve essere generare valore per il cittadino. Per farlo? A sentire Nunzia Arillo servirebbe soprattutto un certo grado di omogeneizzazione, a patto che ciò non si traduca in ulteriori regolamenti e burocrazia. Se si guarda, infatti, a come la pubblica amministrazione italiana è andata sui social in questi anni e a come sta continuando a farlo, si trovano delle punte di diamante: sono il bot dei musei del MiBACT che, tramite geolocalizzazione, segnala su Telegram i luoghi di interesse artistico-culturale che puoi visitare intorno a te o il profilo Snapchat dell’Università di Pavia. Fino a quando, però, anche i social non diventeranno un canale di comunicazione obbligatorio per tutte le PA, non sarà raggiunta la vera dimensione di servizio per il pubblico. Entro certi limiti, insomma, come sembra suggerire la riflessione dell’esperta durante SmarSofà, la standardizzazione è sinonimo di uguale opportunità di accesso: per questo servirebbe una sorta di documento programmatico a cui tutti gli amministratori possano far riferimento per evitare di esporsi inutilmente e di incappare in crisi comunicative e simili.

Crisi come quella che, non molti mesi fa, ha travolto il Ministero della Salute e la sua campagna per il #fertilityday, per esempio. Tra le worst practice analizzate durante il nostro appuntamento con gli approfondimenti di Smart Sofà, è la metafora più evidente secondo l’esperta di come non testare la propria strategia comunicativa e non rendere il cittadino partecipe di ogni fase operativa –dall’ideazione (attraverso focus group, etc.) alla sua realizzazione tramite, per esempio, il riutilizzo di user generated content – possa ritorcersi contro il soggetto pubblico e il messaggio che vuole fare passare.

L’ideale, insomma, sarebbe passare dal «pensarsi come semplici cittadini, al pensarsi come membro di una comunità – ha sottolineato la Arillo – e imparare il valore della restituzione: tutti dobbiamo dare qualcosa indietro alla società da cui prendiamo tanto e sentircene parte con orgoglio».

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