Venerdì 27 Novembre 2020
MacroambienteDavvero si può misurare quanto siamo felici sui social e a partire da quello che twittiamo?

Davvero si può misurare quanto siamo felici sui social e a partire da quello che twittiamo?

I ricercatori del Computational Story Lab hanno messo a punto un algoritmo che analizza le ricorrenze linguistiche di almeno il 10% dei tweet postati ogni giorno e che da anni viene utilizzato per poter dire quanto si è felici in media. I dati riguardanti il 2020 non sono rassicuranti.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Davvero si può misurare quanto siamo felici sui social e a partire da quello che twittiamo?

Misurare quanto siamo felici sui social? È la sfida che si sono posti i ricercatori del Computational Story Lab dell’Università del Vermont: il loro Edonometro esiste dal 2008 e ogni giorno analizza circa il 10% dei tweet che gli utenti pubblicano in una dozzina di lingue, alla ricerca di marcatori linguistici o, meglio, «tracce digitali» – così le chiama The New York Times in un articolo dedicato all’iniziativa – della nostra felicità.

Naturalmente si tratta di un’analisi tutto tranne che ineccepibile da un punto di vista scientifico e una delle obiezioni che potrebbero subito essere sollevate è che Twitter non è da solo un ambiente davvero rappresentativo di cosa succede su Internet in un solo minuto o della fenomenologia dei social network. Questo non vuol dire però che alcuni insight non siano interessanti o non possano essere utilizzati, come il team che da tredici anni lavora all’Edonometro della University of Vermont prova a fare, per indagare meglio gli effetti dei social media sulla salute mentale di chi li frequenta.

Se twitter incorona il 2020 come l’anno più triste del lustro

Un buon campo di prova per l’efficacia dello strumento nel misurare quanto siamo felici sui social sono stati, così, questi mesi di emergenza sanitaria. Guardando il grafico che registra come è variato il livello medio di felicità in quasi tredici anni di ricerche da parte del Computational Story Lab, ci si accorge anche visivamente che da inizio 2020 sono stati toccati alcuni dei picchi più bassi di sempre.

quanto siamo felici sui social risultati edenometro

La parte bassa dell’Edonometro dell’Università del Vermont mostra come sono variati, negli anni, i livelli medi di felicità misurati a partire dall’analisi computazionale dei tweet condivisi ogni giorno. A partire dai primi mesi del 2020 si notano alcuni dei picchi più bassi di sempre. Fonte: Computational Story Lab

Quest’anno è stato però – spiegano i responsabili dell’Edonometro ancora a The New York Times – anche l’anno in cui si è registrato un intero mese di giorni più tristi di quello dell’attentato alla maratona di Boston del 2013 (nello storico dello strumento, uno dei giorni più infelice di sempre). L’algoritmo del Computational Story Lab calcola in media quanto è felice ogni giorno, a partire dai tweet raccolti e dalla variazione settimanale nell’uso, all’interno di questi, di termini riconducibili al campo semantico della felicità o del suo esatto contrario. Aggregati ed elaborati, insomma, i tweet degli utenti contribuiscono a eleggere il giorno più triste dell’anno o, com’è successo quest’anno, il giorno più triste dal 2015: il 31 maggio 2020 sarebbe stato infatti, almeno a leggere quello che gli utenti hanno pubblicato su Twitter, il giorno più triste da cinque anni a questa parte, in gran parte per via degli scontri violenti in America tra forze dell’ordine e manifestanti per la morte di George Floyd, che si sono sommati a una situazione sociale già tesa a causa degli effetti della pandemia.

giorno più triste dell'anno edonometro

Secondo l’Edonometro dell’Università del Vermont, il 31 maggio 2020 è stato uno dei giorni più tristi dal 2015 a oggi: a renderlo tale hanno contribuito gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti del Black Lives Matter, una campagna elettorale per le presidenziali americane dai toni infuocati e la condizione di tensione sociale legata all’emergenza sanitaria. Fonte: Computational Story Lab

A proposito di marcatori linguistici che aiutano a misurare quanto siamo felici sui social, il Computational Story Lab avrebbe individuato in termini come “terrorista“, “violenza“, “razzista” quelli più ricorrenti da inizio 2020 tra i tweet in lingua inglese.

Sono dati perlopiù in linea, tra l’altro, con quelli condivisi da Twitter UK e riguardanti cosa è stato twittato durante il lockdown. La maggior parte delle persone, in casa in lockdown per evitare il contagio da coronavirus, avrebbe fatto «emotional tweeting» – così lo chiama la piattaforma – e ciò ha contribuito a far crescere del 17% il volume delle conversazioni riguardo a gioia e felicità. Oltre una volta su cinque in più rispetto ai mesi precedenti, nelle settimane di lockdown i twitterer avrebbero usato, poi, «descrittori emotivi» nei loro post e, non di rado, si è trattato di emoji.

cosa abbiamo twittato durante il lockdown

Durante il lockdown, secondo Twitter UK, sarebbero stati utilizzati 31 milioni di “descrittori emotivi” e sarebbe aumentato del 17% il numero di conversazioni a proposito di gioia e felicità. Fonte: Twitter/@TwitterMktgUK

Anche per le faccine che da sempre usiamo per esprimere quanto siamo felici sui social – ma anche tristi, ansiosi, preoccupati e via di questo passo – sono stati questi, del resto, mesi di profonda trasformazione sia nell’uso, sia nell’estetica.

Misurare quanto siamo felici sui social: si può? e cosa dice della nostra salute mentale?

Secondo altri dati, insieme a un generico aumento del tempo trascorso sul web durante il lockdown, Twitter ha registrato il 24% di utenti giornalieri medi in più solo nel primo trimestre 2020 (facendo sì che, nei mesi di emergenza sanitaria, l’incremento di utenti Twitter segnasse a propria volta un +34%, come sottolinea The New York Times). Per i ricercatori del Computational Story Lab già questo sarebbe – riporta la testata – un indicatore non indifferente del senso di soddisfazione generale e della felicità delle persone: «senza la nostra normale vita sociale come antidoto e àncora, i nostri social media ci sembrano ora più che mai simili alla vita reale». Isolamento e distanziamento sociale, cioè, avrebbero solo inasprito e reso più diffusa una condizione di dipendenza dai social network che non è, però, una vera novità.

Quelli della nomofobia e del digital wellbeing sono temi, infatti, che questi stessi ricercatori affrontano fin dalla nascita dell’Edonometro e i risultati non sono per certi versi molto rassicuranti. Stando almeno a quello che condividiamo via tweet, sembrerebbe infatti che dopo il 2015, uno degli anni più felici di Twitter, sia stato un crescendo di tristezza e ansia diffusa e generalizzata. I ricercatori dell’università del Vermont abbozzano, in questo senso, anche l’ipotesi che il continuo incremento, a partire da quella data, dell’uso su Twitter di pronomi come “io” e “mio” possa essere indicativo di forme di narcisismo potenzialmente legate a disturbi dello spettro depressivo. Per questo, oltre a misurare quanto siamo felici sui social grazie a esperimenti computazionali come questo, servono iniziative – anche digitali – per sensibilizzare sui temi della salute mentale e professionisti che sfruttino canali e ambienti 2.0 per essere di supporto a chi affronta un periodo difficile sotto questo punto di vista. Dalle sedute psicoanalitiche su Zoom alla terapia di gruppo su Animal Crossing, il lockdown è stato un buon terreno di sperimentazione anche in questo senso.

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