Radio e digitale: un approfondimento con Alfredo D’Agnese

Come cambia la radio? Che ne è di speaker, ascoltatori, pubblicità nell’era del digitale? Ne parliamo nel secondo episodio di Smart Sofà.

Radio e digitale: un approfondimento con Alfredo D’Agnese

La radio è tra i media tradizionali” quello che è riuscita a sopravvivere meglio alla rivoluzione imposta dal digitale e dagli ambienti 2.0, in parte adattandosi alle nuove esigenze d’ascolto, in parte non rinunciando a quel suo «cuore romantico e alla capacità di essere diretta, emozionale, arrivando al cuore delle persone», come ha sottolineato Alfredo D’Agnese, direttore di RUN Radio, la radio universitaria dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e del Master in Radiofonia dello stesso ateneo.

L’occasione? Il secondo appuntamento con gli approfondimenti di Smart Sofà, dedicati appunto alla comunicazione radiofonica. Al centro dell’attenzione le nuove dinamiche d’ascolto, le strategie imposte dal passaggio dalle radio “analogiche” alle web radio e, ancora, quei cambiamenti indispensabili se si guarda al mondo delle professioni radiofoniche o al rapporto con gli ascoltatori, siano essi singoli o community.

Quello della radio in Italia, del resto, è ancora un panorama variegato e per questo interessante. Da un lato ci sono dati come quello presentato durante il Festival Internazionale del Giornalismo del 2016, secondo cui l’ascolto delle “vecchie radio analogiche è ancora in crescita del 2% e il merito è solo in parte del drive time, dall’altro ci sono le evidenze, meno rassicuranti, sugli investimenti pubblicitari in calo, anche se probabilmente come conseguenza di un più generalizzato calo degli investimenti in pubblicità in questi anni di crisi.

Come sempre quando si tratta di consumi mediatici, però, le vere dinamiche interessanti sono quelle che riguardano il comportamento degli utenti. Nel caso specifico si tratta di considerare, per esempio, quel 14,5% di italiani che già abitualmente ascolta le web radio, in buona parte via smartphone e altri dispositivi mobile.

infografica web radio
Come ha influito tutto questo sul modo di “fare” radio in Italia? A questa domanda hanno cercato di rispondere i nostri autori Virginia Dara e Domenico Garofalo, con l’aiuto del professore D’Agnese. Si tratta di andare oltre quello che l’esperto ha definito un «sistema culturale datato» e di considerare il ruolo nuovo che speaker, ascoltatori e “sperimentatori” radiofonici possono avere. Come è venuto fuori più volte durante Smart Sofà, del resto, quello della radio è ancora uno degli ambienti in cui si riesce a sperimentare di più: il merito è delle realtà universitarie, dei festival dedicati alle web radio, dei programmi – e sono tanti anche in Italia – che provano ad andare oltre le formule standard e di successo.

Il segreto della radio è sempre stato, in questo senso, «agganciarsi a esigenze nuove su cui la televisione, per esempio, non può agganciarsi», sottolinea D’Agnese. L’esempio più concreto? I podcast che non solo permettono oggi, molto più agilmente di come avveniva in passato, di creare grandi teche di contenuti radiofonici, ma che risolvono anche il problema di una comunicazione asincrona.

L’altra idea chiave? Tenere in considerazione il valore della common people. Si tratta, in concreto, di badare alla rilevanza che anche gli influencer più “amatoriali” riescono avere tanto quando si tratta di scegliere cosa votare per la Brexit, tanto quando si tratta di scegliere cosa ascoltare in radio. Numerose ricerche, del resto, hanno dimostrato proprio come la fiducia” sia uno dei driver fondamentali nella scelta dei consumi, dell’intrattenimento, della dieta mediatica.

La gente “comune”, però, diventa una risorsa indispensabile per chi si occupa di radio anche quando si guarda agli aspetti creativi. I palinsesti delle radio italiane sono pieni, infatti, di programmi crowdsourced”, costruiti grazie all’apporto di idee e di contenuti degli ascoltatori. Come ha sottolineato il professor D’Agnese, insomma,

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