La radio digitale? Offre opportunità inedite, di lavoro e non solo

Il digitale ha cambiato anche il modo di fare radio: tante nuove opportunità ci sono però per chi vuole lavorare con successo in questo mondo.

La radio digitale? Offre opportunità inedite, di lavoro e non solo

Lo stato di salute della radio? Lo dicono i numeri e, ancora meglio, trend come quelli presentati durante un panel sul tema al Festival del Giornalismo di Perugia 2017: l’ascoltato radiofonico è cresciuto nel 2016 dell’1,4% rispetto all’anno precedente, per raggiungere un totale di oltre 35,5 milioni di ascoltatori. Ancora più importante, però, è che a crescere è stato quest’anno l’investimento pubblicitario – di circa il 2,3% rispetto al 2016 – persino maggiore, in proporzione, rispetto alla spesa per stampa, TV, web.

Se si considera, poi, che nonostante la sfiducia generalizzata nei confronti dei media tradizionali, la radio rimane al terzo posto tra le fonti d’informazione preferite dagli italiani dopo la televisione e Facebook (secondo l’annuale rapporto Censis – Ucsi, ndr), sembra evidente come la radiofonia e tutto il mondo che gira intorno ad essa siano assolutamente lontani da una eclissi.

totale ascolto radio 2016

Fonte: RadioMonitor

Dirette, podcast: il futuro della radio è digitale

Certo, non si possono ignorare le profonde trasformazioni imposte anche in questo settore dall’avvento del digitale. Sono stati però il suo «cuore romantico e la capacità di essere diretta ed emozionale» che – come ha sottolineato Alfredo D’Agnese durante il nostro appuntamento con Smart Sofà – hanno salvato questo mezzo di comunicazione dalla digital disruption: meglio, gli hanno permesso di sfruttarla a suo favore. Com’è stato ribadito anche nella cornice dell’#ijf17, insomma, dopo lo scossone iniziale la radio ha provato a sfruttare le opportunità offerte dal digitale per ripensare completamente l’esperienza d’ascolto sul lato dell’utente e il modo di fare radio da parte degli addetti ai lavori.

Le dirette social per la radio? Sono in questo senso solo una delle novità che, come ci ha raccontato in un’intervista Mario Moroni di OKNetwork, dovrebbero migliorare e rendere più innovativa e user friendly l’esperienza radiofonica. I veri osservati speciali sono, però, i podcast. Messi da parte i timori rispetto alla possibilità di snaturare il mezzo, rendendo l’ascolto on demand e slegato dalle logiche di palinsesto, se ne è scoperto un potenziale inedito, cioè trasformare la radio in una vera e propria content company. Se è vero il mantra degli ambienti digitali “content is the king”, anche il mezzo radiofonico deve muoversi cioè nella direzione di offrire valore aggiunto agli ascoltatori e farlo pensando a contenuti di qualità, costruiti su misura per il proprio target, per l’occasione d’uso e per le modalità d’ascolto o, quando ciò non è possibile, riproponendo ai propri ascoltatori contenuti di terzi ma sottoposti a un adeguato processo di content curation. L’esempio più iconico è, in questo senso, quello dei podcast verticali e tematici, da immaginare come vere e proprie playlist dedicate a un tema e che si propongono come un servizio in più per l’utente.

Le radio diventano un brand e un’agenzia di comunicazione

A questo va aggiunto che la radio è attualmente una delle realtà più crossmediali che esistano: la maggior parte delle emittenti commerciali italiane, per esempio, va in onda oggi anche in radiovisione sul digitale terreste e non può fare a meno di un sito ufficiale che nella maggior parte dei casi, però, diventa anche un punto di riferimento per gli amanti di un certo genere di musica e per chi non intende perdersi nessuna novità in materia.

Le radio, insomma, devono sapersi trasformare in una vere e proprie agenzie di comunicazione: sembra questo il messaggio più importante passato dal panel di esperti dell’#ijf17. Per farlo, però, devono aver trovato la loro identità come brand ed essere state in grado di trasmetterla a ogni loro prodotto – sì, persino a una playlist su Spotify – vincendo lo spauracchio tradizionalmente rappresentato dallo streaming musicale.

I nuovi professionisti della radio digitale

Per fare tutto questo, però, c’è bisogno di professionalità. Come hanno sottolineato da #socialradiolab (l’osservatorio italiano sulla radio digitale, ndr) al Festival del Giornalismo di Perugia 2017, del resto, lavorare in radio è ancora un sogno che vale la pena coltivare. Tanto più che accanto a figure tradizionali come quelle degli autori e degli speaker o di redattori e inviati – se si pensa a una radio d’informazione o alla sezione news anche di una radio generalista – ci sono tanti nuovi professionisti senza i quali una radio non potrebbe sopravvivere negli ambienti digitali.

  • A partire dalla base per esempio, con una figura indispensabile come quella del tecnico di broadcasting che permette, oggi, a tutte le emittenti di andare in onda in digitale.
  • O come, spostandosi nell’area marketing, quella del data analyst che si occupa di analizzare i dati provenienti non solo da fonti e misurazioni ufficiali, ma soprattutto dalle attività di social media listening, che aiutano chi sta sul fronte della produzione a capire cosa vogliono davvero i propri ascoltatori.
  • E senza contare figure come quella del digital marketing manager o dell’event manager che devono rivedere in chiave 2.0 alcune delle attività da sempre strategiche per la vita di un’emittente radio come il marketing e la gestione degli eventi.
  • Come si è già accennato, poi, nessuna radio dovrebbe fare a meno oggi di un content curator che si occupi di selezionare e curare, appunto, i contenuti migliori per il proprio palinsesto, né di una figura dal profilo legale che sia in grado di gestire la questione sempre più complessa dei diritti d’autore sui contenuti digitali.
  • Indispensabile potrebbe essere, per finire, anche un community manager che rappresenti il volto e la voce dell’emittente presso la sua comunità di ascoltatori.

Uno station manager, insomma, non può non avere oggi una mentalità imprenditoriale e quel pizzico di vision che gli permetta di scorgere possibili percorsi innovativi di sviluppo.

Vuoi lavorare in radio? Inizia dalle radio universitarie

Per chi voglia, invece, iniziare una carriera in radio è essenziale acquisire competenze e capacità specifiche. A questo servono i sempre più numerosi percorsi universitari e post-universitari offerti da numerosi atenei. Un’alternativa da non trascurare sono, però, le radio universitarie: qui chiunque, e indipendentemente da background e conoscenze, può provare concretamente a fare radio, acquisendo quella prima infarinatura tecnica che gli permetterà di avere più dimestichezza con il mondo della radiofonia. In Italia rappresentano oggi una realtà quanto mai viva e prolifica: tra gli atenei pubblici e quelli privati sono circa trenta le radio universitarie che coprono il territorio nazionale, ognuna con la sua storia, la sua linea editoriale e i suoi programmi cult. Il loro vero vantaggio, quello che le rende degli ottimi frattali delle radio grandi, commerciali o pubbliche che siano? Parlare a una comunità ben definita, quella degli studenti universitari o più in generale di giovani e giovanissimi e dover fare nei loro confronti per lo più informazione/formazione, restando ben saldamente attaccati a una dimensione territoriale. Soprattutto, però, a distinguere le radio universitarie è la possibilità di sperimentare con linguaggi, format, prodotti. Non a caso c’è chi le considera oggi le eredi di quelle che furono negli anni ‘70 le prime radio libere italiane: meno attente ai numeri e agli ascolti e più entusiaste e intenzionate a premiare la creatività, sono la cornice ideale entro cui provare a svecchiare la radio italiane e, perché no, fare talent scouting.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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