MacroambienteCinque ragioni per cui i bambini dovrebbero imparare il coding

Cinque ragioni per cui i bambini dovrebbero imparare il coding

Molti aspetti della nostra vita sono controllati da software. Per questo motivo imparare il coding diventa essenziale anche per i bambini.

Cinque ragioni per cui i bambini dovrebbero imparare il coding

Non vi è più soltanto la semplice stringa di HTML dietro la pagina di un sito: in un mondo fatto di app e di oggetti connessi tra di loro (in gergo, l’Internet of Things), il codice diventa una sorta di grammatica universale che controlla quasi ogni aspetto della nostra vita. C’è un software e quindi un processo di coding dietro le centinaia di funzionalità dei nostri smartphone, uno dietro i “negozi” digitali che ci permettono di fare sempre più acquisti online e persino uno che controlla la programmazione on demand della nostra “vecchia” televisione. Per questo c’è chi sostiene che «in futuro, non conoscere il linguaggio dei computer sarà com’è oggi essere analfabeti o incapaci di contare» (Dan Crown, visiting professor di computer science alla Leeds University, ndr).

Cinque ragioni per cui i bambini dovrebbero imparare il coding

Fonte: Year of Code

Secondo alcune statistiche – realizzate nel 2014 in occasione del Year of Code – circa il 60% delle persone pensa che conoscere i linguaggi di programmazione sia una skill indispensabile per il mercato del lavoro. Nonostante questo, solo 1 persona su 6 conosce le basi del coding. Non è difficile capire, così, perché c’è chi reputa che il coding dovrebbe entrare di diritto nella programmazione scolastica, per l’esattezza già dalla scuola primaria. I bambini, in altre parole, dovrebbero imparare e programmare come imparano a leggere e a far di conto. Le ragioni? Sarebbero molteplici, ma riassumibili secondo gli esperti in cinque principali.

Cinque ragioni per cui insegnare il coding ai bambini

  1. Il software è la grammatica del mondo. App, sistemi informatici e meccanizzati: tutti “funzionano” grazie a un software e confidano nei passi avanti della computer science per i loro sviluppi futuri. Insegnare il coding ai bambini, perciò, non significa avviarli per forza ad un futuro professionale ben stabilito – anche se le discipline STEM si confermano tra quelle pagate meglio e alcune stime parlano di oltre 1milione di posti di lavoro legati al coding vacanti entro il 2020 –, ma fornire loro una grammatica per capire il mondo che hanno intorno.
  2. Imparare il problem solving attraverso il coding. Un ingegnere informatico e, più in generale, chi si occupa di software vive di pensiero computazionale. Al di là di algoritmi e processi matematici, il pensiero computazionale insegna ad affrontare anche i problemi più grandi rompendoli in una sequenza di problemi più piccoli e gestibili, facilmente risolvibili procedendo dal particolare al generale.
  3. Il coding è creatività… Chi lo ha detto che programmare è un’attività noiosa e ripetitiva? Grazie alle infinite combinazioni di codici si possono ottenere risultati, applicativi o anche semplicemente visivi, sempre nuovi e diversi. Il bambino, così, può prendere confidenza con il concetto di creatività e impara a trovare soluzioni originali e su misura ai problemi.
  4. e storytelling. Quasi tutti i linguaggi di programmazione, almeno i più semplici, seguono un principio di sequenzialità: i più piccoli, così, rafforzano l’idea e la percezione di causa/effetto e imparano, nel momento operativo del coding, a scrivere una storia seguendo una sequenzialità di eventi.
  5. I bambini imparano prima e meglio. Lo dicono le statistiche, ma lo dice anche l’esperienza concreta nel mondo del lavoro: le skill digitali sono fondamentali. Almeno la metà di chi lavora nei servizi vorrebbe imparare a programmare ma spesso non lo fa perché spaventato dalla difficoltà di cimentarsi nell’apprendimento di un linguaggio del tutto nuovo. Come in qualsiasi altro campo, invece, i bambini imparano in fretta e meglio, per questo dovrebbero essere avviati al coding il prima possibile.
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Cubetto, il giocattolo “per imparare a programmare stando lontani dagli schermi” di Primo Toys.

In questa direzione si muovono, così, molti programmi educativi anglofoni e alcuni primi timidi esperimenti italiani. Tutta italiana è, per esempio, l’idea di Cubetto il primo giocattolo «per imparare a programmare stando lontani dagli schermi», come recita la campagna di crowdfunding su Kickstarter. Adatto già ai bambini di 3 anni, Cubetto è il primo «linguaggio di programmazione che puoi toccare», spiegano gli ideatori, Filippo Yacob e Matteo Loglio di Primo Toys. Una consolle di legno con dei sensori e alcuni mattoncini dai colori diversi sono, infatti, tutto quello che serve per programmare un robottino, anche questo in legno, che si muoverà secondo le indicazioni del bambino. Come a dire che coding è, innanzitutto, semplificazione.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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