Domenica 12 Luglio 2020
ComunicazionePerché ora Twitter chiede di leggere gli articoli prima di fare retweet senza aprire i link

Perché ora Twitter chiede di leggere gli articoli prima di fare retweet senza aprire i link

Arriva su Twitter una funzione che individua chi fa retweet senza aprire i link e gli chiede di leggere prima l'articolo che sta per condividere.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Perché ora Twitter chiede di leggere gli articoli prima di fare retweet senza aprire i link

Twitter vuole limitare i retweet senza aprire i link e per questo ha annunciato di avere in test una funzione che avvisa l’utente e lo incita ad approfondire notizie e contenuti prima di condividerli ulteriormente.

Una sorta di pop-up o finestra di avviso, cioè, potrebbe chiedere all’utente se ha davvero letto l’articolo che sta per ricondividere su Twitter e se non abbia voglia di aprire il link, qualunque sia la sua natura, prima di retwittarlo ai propri follower . La funzione è ancora in fase di test negli Stati Uniti e solo per chi usa Twitter da Android, ma tutto fa pensare che potrebbe essere estesa presto ad altri paesi e sistemi operativi.

Naturalmente l’utente può completamente ignorare l’avviso e, di fatto, fare retweet senza aprire i link. Quello della piattaforma, cioè, è solo un tentativo di incentivare «un dibattito informato» – come scrivono nel tweet di presentazione della nuova funzione – nella consapevolezza che, spesso, basta un cinguettio a far innescare la discussione o a rendere virali notizie non verificate, controverse o, peggio, manipolate.

I RETWEET SENZA APRIRE I LINK SONO SEGNO DI COME SUI SOCIAL non si vada a fondo alle NOTIZIE

Chi ha studiato come nascono le fake news , del resto, sottolinea già da tempo come anche la pigrizia dell’utente che fa retweet senza aprire i link o condivide una notizia su Facebook dopo averne letto al massimo titolo e snippet contribuisce, e in maniera più consistente di quanto si immagini, a creare disinformazione. Se si volesse guardare ai numeri, come racconta The Guardian, oltre il 59% dei link condivisi e ricondivisi su Twitter non è mai stato cliccato. The Science Post ha dato prova empirica di questa tendenza a fermarsi all’apparenza delle notizie e, complice la fretta, a leggerne solo paratesti come titolo, riassunto o caption per i social con un esperimento: “Il 70% degli utenti Facebook legge solo il titolo delle notizie scientifiche prima di commentarle” titola un articolo che è stato condiviso oltre 129mila volte; peccato che una volta aperto il link, come volevasi dimostrare, non c’è alcuna notizia ma solo il riempitivo editoriale lorem ipsum.

commentare le notizie leggendo solo il titolo esperimento

Il noto esperimento di “The Science Post” dimostra, empiricamente, come sui social ci si fermi spesso all’apparenza delle notizie e dei contenuti, ritrovandosi più o meno consapevolmente a condividere bufale o notizie non verificate.

Le (cattive) abitudini degli utenti, insomma, si sommano ai bias del giornalismo e dell’informazione online nel creare ambienti poco favorevoli a un’informazione veramente di qualità.

È per questo che, da qualche tempo a questa parte, piattaforme e big del digitale sembrano impegnate – con più o meno dedizione, ciascuna per obiettivi apparentemente diversi ma che, in fondo, hanno a che vedere con la possibilità di aumentare il tempo trascorso online – in operazioni che la stampa anglofona ha definito «di nudging», cioè mirate a incentivare buone pratiche all’interno degli stessi ambienti digitali. Mentre Twitter chiede, così, ai propri utenti se sono sicuri di non voler leggere l’articolo prima di fare retweet senza aprire i link, Instagram mette a disposizione funzioni contro bullismo e cyberbullismo anche in considerazione della giovane età dei propri iscritti.

Perché Twitter sembra impegnato a tutti i costi a favorire libertà d’espressione, ambiente inclusivo e confronto delle idee

L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma Dorsey e la sua piattaforma dei cinguettii sembrano tra i soggetti più sensibili, al momento, alla necessità di rendere di valore il tempo passato sui social. A maggio è stata rilasciata, infatti, un’altra funzione sperimentale, questa volta per iOS, che identifica tramite algoritmo quando la riposta di un utente a un tweet di un altro contiene linguaggio offensivo o abbia toni accesi e notifica all’autore della @risposta la possibilità di modificare la stessa per evitare di «dire cose che non si pensano veramente» e usare «un linguaggio che può far male». La posizione più netta, però, da Twitter sembrano averla presa nei confronti dei personaggi politici che sfruttano gli account social per diffondere notizie manipolate e, non di rado, chiaramente di parte: la piattaforma ha segnalato un tweet di Trump come «inappropriato» per la prima volta e tanto è bastato a dare il la a una querelle infuocata che ha coinvolto Facebook, istituzioni, autorità di settore e che non è difficile immaginare avrà conseguenze importanti sul futuro della regolamentazione di piattaforme e ambienti digitali.

Questo ritrovato brand activism ? Certamente ha a che vedere con l’avvicinarsi delle presidenziali americane del 2020 e con la necessità di scongiurare nuove accuse e nuovi scandali tipo Cambridge Analytica. Chissà che non sia, però, anche una strategia di coping anti-crisi.

Twitter sa di perdere, progressivamente e da ormai anni, nuovi iscritti e utenti attivi a vantaggio di altre piattaforme più trendy o più verticali, ma sa anche che un destino, forse non pienamente voluto, lo lega da sempre per esempio alle più pressanti proteste civili in atto: basti guardare, in queste settimane, a come gli attivisti del #BlackLivesMatter stanno usando i social, Twitter incluso. Mostrarsi impegnato a garantire a tutti lo stesso diritto d’espressione e un clima inclusivo e positivo per lo scambio e il confronto delle idee, così, potrebbe essere una strategia di posizionamento ben precisa che gli permetta di distinguersi da cosa sono e cosa fanno gli altri.

Libri di approfondimento

  • #iocredoallesirene. Come vivere (e bene!) in un mare di fake news
    #iocredoallesirene: se persino convivere con le fake news fosse possibile?

    La lotta alle fake news è una priorità. Se si trattasse, però, di narrazioni utili e non dannose? Una riflessione di Andrea Fontana.

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  • Factfulness: perché le cose vanno meglio di come pensiamo
    Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo e perché le cose vanno meglio di come pensiamo

    Perché non capiamo il mondo? E perché nella maggior parte dei casi le cose vanno meglio di come immaginiamo? La factfulness secondo Rosling.

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