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Facebook, le foto esplicite, il revenge porn e il diritto mancante

Facebook chiede foto di nudo per prevenire il fenomeno del revenge porn. Nel vuoto legislativo, anche iniziative come queste sembrano lecite.

Facebook, le foto esplicite, il revenge porn e il diritto mancante

È diventata virale in così poco tempo da sembrare una bufala. E invece la notizia che Facebook starebbe chiedendo foto di nudo ai suoi utenti in una strategia di contrasto al revenge porn è vera e potrebbe rappresentare un punto di non ritorno in tema di iniziative contro la diffusione non consensuale di foto esplicite.

L’iniziativa di Facebook contro il revenge porn: qualche precisazione

A patto, certo, di fare le dovute precisazioni. Quello che stanno facendo da Zuckerberg e co. non è chiedere foto osé a utenti qualunque. Il team di Facebook starebbe collaborando, infatti, con le autorità australiane per contrastare il fenomeno del revenge porn (non a caso la feature è attiva al momento solo in quel paese, ndr): per questa ragione chiunque avrà prima compilato sul sito ufficiale un questionario ad hoc, mostrando il timore o il sospetto concreto che delle sue foto intime possano essere pubblicate senza consenso e da malintenzionati, potrà usare Messenger per bloccare quelle stesse foto. Una volta ricevuta da Facebook – contestualmente, pare, a una notifica ufficiale da parte dell’autorità – l’immagine di nudo in questione viene taggata o, meglio, trasformata in un’impronta digitale sulla base della quale si possa riconoscere e bloccare qualsiasi nuovo tentativo di caricamento sul social da parte di terzi. Non l’immagine in sé, dunque, ma la sua impronta digitale viene conservata per un periodo limitato di tempo: l’intento, del resto, è quello di rendere Facebook un posto più sicuro per l’utente sì, ma senza andare contro la sua stessa privacy e la policy del social.

Policy che del resto, proprio in materia di pornografia, ha comunque generato nel tempo non poche polemiche: nell’occhio del ciclone gli standard utilizzati da Facebook per distinguere i contenuti espliciti da quelli che non lo sono, quelli – per intendersi – che hanno fatto bollare come porno una delle opere d’arte più note della modernità o che continuano a censurare i capezzoli di una mamma che allatta ma non immagini decisamente più esplicite che riempiono con ogni facilità i feed degli iscritti. Il tentativo di Facebook di arginare il problema del revenge porn, tra l’altro, non è nuovo in realtà: già nella primavera del 2017 la piattaforma aveva lanciato degli strumenti che permettevano di segnalare una foto come «specially trained representatives», cioè esplicita, e al team operativo spettava poi il compito di valutarla in base agli standard di comunità ed eventualmente rimuoverla. Nella nuova idea di usare la foto originale come calco per riconoscere e vietare la pubblicazione per vendetta di foto osé c’è però un aspetto certo più interessante: il processo e le tecniche utilizzate sono gli stessi di quelli che anche altri attori digitali utilizzano tutte le volte in cui serve fare matching visivi, proprio per questa ragione una foto che sia considerata illecita da Facebook potrebbe essere facilmente riconosciuta tale anche da Google, Twitter, ecc. e potrebbe risultare più facile fermarne la diffusione negli ambienti digitali, in una logica inter-piattaforma.

Revenge porn: un quadro d’insieme tra vittime ed effetti

Certo, servirebbe uno sforzo collettivo da parte di soggetti diversi. È uno sforzo in parte dovuto se si considera che il web o, meglio, il web sociale si dimostra un luogo sempre più a rischio abusi, in parte anche per la mancanza di una chiara regolamentazione in materia. In altre parole? Gli ambienti digitali non sono solo un posto fatto di hate speech e flaming: come gli atti di bullismo, anche le offese e gli abusi a sfondo sessuale sono molto comuni in Rete. Lo svela uno studio realizzato dal Data & Society Research Institute e il Center for Innovative Public Health Research, il primo che prova a ricavare dati sul fenomeno del revenge porn attendibili, per quanto riferibili alla sola popolazione americana. Secondo questi risultati, almeno un utente su venticinque (il 4%, ovvero circa 10.4 milioni di americani, ndr) avrebbe ricevuto minacce circa la possibile pubblicazione di foto o video che lo ritraevano nudo o in atteggiamenti espliciti o avrebbe visto pubblicati quegli stessi contenuti. Un dato interessante è, in questo senso, che la nonconsensual pornography – così gli esperti preferiscono riferirsi al fenomeno per sottolineare un aspetto, quello della diffusione senza il consenso dell’interessato di materiale esplicito pure realizzato volontariamente, che è fondamentale nel revenge porn – almeno in America non fa distinzione di status sociale, etnia, livello di istruzione.

revenge porn dati usa

Fonte: Data & Society Research Institute

Se ci sono categorie più predisposte a esserne vittima, invece, sono le ragazze più giovani, tra i 15 e i 29 anni, e i membri della community LGTBQ: in questo caso la percentuale di utenti che hanno ricevuto minacce o sono stati vittime di porno della vendetta sale rispettivamente al 12% e al 17%.

La reattanza a parlare in pubblico di argomenti come questi e la difficoltà di denunciare gli autori di simili gesti, spesso proprio perché manca un apparato legale a cui far riferimento, fanno sì che gli effetti del revenge porn sulla salute psicologica e relazionale della persona siano non trascurabili. Secondo una ricerca citata da Wired UK, per esempio, il 93% delle vittime avrebbe dichiarato di aver accusato «forte stress emotivo» dopo la pubblicazione senza consenso di foto o video che lo raffiguravano in atteggiamenti intimi , l’82% avrebbe lamentato danni significativi a livello sociale e/o occupazionale, il 51% avrebbe pensato al suicidio e il 42% ha dovuto far ricorso, invece, a supporto psicologico.

Che tutela legale per le vittime di revenge porn?

Diversi casi di cronaca, anche a livello nazionale, sembrano confermare del resto risultati come questi. Il suicidio di Tiziana Cantone dopo la diffusione di un video che la riprendeva in atteggiamenti intimi e il caso della mamma di Viareggio messa alla gogna mediatica e non solo per aver condiviso per sbaglio sulla chat dei genitori un video hot probabilmente destinato al marito mostrano chiaramente il lato oscuro della viralità. Privacy, reputazione personale, immagine e percorso professionale, legami affettivi rischiano di essere cancellati in un solo colpo quando contenuti intimi finiscono involontariamente nei meandri, anche più reconditi, della Rete. Certo, non si può non tenere conto in questo senso che la maggior parte degli utenti ha ancora comportamenti che mettono a rischio la propria sicurezza in Rete, quasi volontariamente verrebbe da aggiungere. Un uso consapevole degli strumenti digitali e una permanenza altrettanto consapevole negli ambienti digitali, allora, sarebbero gli obiettivi a cui puntare attraverso campagne di sensibilizzazione e altre iniziative ad hoc.

Non meno importante, però, sarebbe cercare di inquadrare fenomeni come quello della nonconsensual pornography entro un quadro legale più definito e meno sfuggente di quello attuale. È quello che è stato già fatto, nell’aprile del 2015, nel Regno Unito con un emendamento della Criminal Justice and Courts Bill che prevede la reclusione fino a due anni per chi «pubblichi un’immagine privata e sessualmente esplicita di un’altra persona identificabile, senza il suo consenso e nel caso in cui questa diffusione causi danni». Da quando è entrato in vigore, ancora secondo Wired UK, l’emendamento avrebbe già smascherato e punito 206 casi simili.

In Italia? La pornografia non consensuale potrebbe essere fatta ricadere, come fattispecie, entro una serie di reati diversi e già previsti dall’ordinamento come il tentativo di estorsione, la diffamazione, lo stalking, la violazione della privacy e lo scorretto trattamento di dati personali e sensibili, come sottolinea Matteo Grandi in una riflessione sul revenge porn in Italia fatta per Agi. In più, anche la riforma Orlando in materia di intercettazioni prevederebbe la pena detentiva per chi «riprenda o registri un colloquio privato» per recare danno alla reputazione del diretto interessato e senza consenso. In quest’ultimo caso ci sarebbe però, ancora secondo l’esperto, una confusione di piani irrisolvibile: nel revenge porn quello che avviene senza consenso è la sola diffusione del materiale esplicito, mentre la sua ripresa e registrazione sono nella maggior parte dei casi assolutamente consensuali e compresi nelle dinamiche di coppia. Un intervento più mirato sarebbe potuto essere quello del disegno di legge contro il revenge porn, presentato nel settembre 2016 e che prevedeva una modifica all’articolo 612 del Codice Penale sulla minaccia– per cui sono previsti fino a tre anni di reclusione per chi pubblichi foto e video intimi senza il consenso del diretto interessato – con una pena inasprita nel caso in cui a pubblicare questi contenuti fosse il partner. Disegno di legge, pur incompleto a detta di molti perché mancava della casistica in cui foto e video espliciti fossero pubblicati da soggetti terzi rispetto alla coppia o alle persone riprese, su cui da allora nessuno si è più espresso.

Non c’è da stupirsi così che, nel vuoto legislativo, soggetti come Facebook provino a trovare una soluzione. La loro missione, parafrasata, è infatti quella di rendere la Rete un luogo più a misura d’uomo e di conseguenza più vivibile.

E, considerato che la paura di essere vittime di revenge porn è come si è visto assolutamente concreta, un’iniziativa come quella di Facebook Australia appare giustificata e giustificabile in una logica aziendale. Aziendale, appunto. Sarebbe interessante riflettere – come The Guardian fa notare in un articolo dal titolo “Sending in our nude photo to fight revenge porn? No thanks, Facebook!” – sul preciso momento in cui i soggetti business si sono sostituti ai soggetti pubblici di dovere su temi così delicati come la sicurezza, dentro e fuori la Rete, delle persone.

Più in generale i livelli di fiducia degli utenti verso i giganti del digitale sono così alti, scrivono, che si demanda loro ormai praticamente qualsiasi tipo di decisione – dalla dieta ai consumi mediali, passando per gli orientamenti politici e le questioni che riguardano appunto la propria incolumità fisica e morale – e, nel demandare, ci si dimentica troppo spesso che, in quanto soggetti profit e al di là degli intenti dichiarati, non possono che ragionare secondo logiche, obiettivi e visioni aziendali.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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