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Informazione digitale e utenti: dal rischio di ‘overload’ al rapporto con le fonti

L’introduzione dei new media ha portato a dei cambiamenti nel mondo dell'informazione digitale: come reagisce l'utente e quali rischi corre?

Informazione digitale e utenti: dal rischio di ‘overload’ al rapporto con le fonti

L’evoluzione tecnologica e l’introduzione dei media digitali nel mondo dell’informazione hanno portato a sostanziali cambiamenti nel rapporto utente-fonte e all’interno della gerarchia comunicazionale, non più verticale – come avviene con media tradizionali, quali stampa e televisione – ma orizzontale, in una quasi parità di fonti che non sancisce una rigida distinzione tra emittente e ricevente. Per queste ragioni, dunque, è possibile affermare di avere a che fare con un overload di informazione digitale. 

Sulla scia di questi mutamenti e di questo concetto, la ricerca ideata, promossa e coordinata dalle cattedre e dagli studenti di Teoria e tecniche delle analisi di mercato e di Comunicazione e innovazione nelle pubbliche amministrazioni dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli ha avuto come obiettivo – in un momento storico di massima diffusione di un’informazione digitale in formato 140 caratteri – proprio quello di comprendere i criteri di scelta delle fonti degli utenti italiani e, di conseguenza, anche il grado di influenza che i media digitali esercitano su questo target.

Lo studio è stato articolato in tre diverse parti: alla prima di indagine strettamente teorica e sociologica ha fatto seguito un’analisi sui dati di determinati focus tematici, per poi concludersi con la tabulazione dei risultati ottenuti.

Di seguito ci si soffermerà sugli spunti di natura concettuale emersi, primo tra tutti quello relativo all’infosfera, termine con cui viene definito l’insieme dei mezzi di comunicazione, comprensivi della mole di informazioni che vi circolano.

L’infosfera ha subito delle modifiche nell’ultimo secolo con la definitiva consacrazione delle nuove tecnologie che hanno sancito la centralità dell’utente nella dinamica comunicazionale. Egli, infatti, si muove con una certa autonomia nella definizione dei palinsesti – che potremmo definire personali – costruendoli in base ai propri gusti, ai propri interessi, ai propri bisogni e alle tempistiche che meglio lo aggradano. Per questo motivo, dunque, il confine tra emittente e destinatario del messaggio e, più in generale, nell’informazione digitale diventa labile, come è possibile apprendere soffermandosi sulla logica di funzionamento dei social network: non si è più semplicemente spettatori del flusso informativo, recepito quasi passivamente – come poteva accadere con i media tradizionali –, ma si è protagonisti e attori della narrazione informativa, giungendo ad una «autocomposizione delle fonti» che porta ad una «disintermediazione digitale» – in opposizione al concetto di intermediazione tipico della dimensione comunicazionale mainstream – caratterizzata da una rete in cui ogni nodo «assume un potenziale maggiore a seconda dei contatti e delle transizioni di natura commerciale, sociale o culturale che intermedia».

Si adegua perfettamente a queste modalità Internet, che è diventato il principale mezzo di diffusione e partecipazione dell’informazione che tuttavia ha determinato l’insorgere di diversi problemi, quali la possibilità di indirizzare il proprio pensiero critico in base alle prime fonti trovate, così come anche l’impossibilità, talvolta, di comprendere l’autorevolezza o meno di un contenuto, incappando in bufale e fake news, oltre ad un overload informativo che rischia di generare confusione negli utenti, portando a quella che può essere definita “ignoranza 2.0“.

Rispetto all’attesa del telegiornale delle emittenti televisive – salvo, naturalmente, edizioni straordinarie dell’ultim’ora – e gli approfondimenti dei quotidiani cartacei del giorno seguente, un punto a favore dei media sociali è, però, sicuramente la rapidità di diffusione di contenuti e l’immediata disponibilità di notizie. «I media digitali hanno realmente disciolto la comunicazione di massa in un numero infinito di bit disponibili a tutti coloro che hanno accesso alla rete», che però sta portando il mondo della comunicazione, o più strettamente quello dell’informazione digitale, verso l’era dell’accumulo e dell’overload informativo, che rende quasi obsoleti gli strumenti tradizionali di diffusione di contenuti e sovraccarica l’etere di messaggi che si contendono l’attenzione degli utenti a causa dell’impossibilità di porre dei filtri.

Il rischio è che – esattamente come in ogni ambiente mediatico – gli algoritmi dei social network generino un soft power che influenza gli utenti, nell’errata convinzione di compiere delle scelte, mentre in realtà le azioni vengono effettuate in uno stato di assuefazione e dipendenza, con contenuti selezionati in base alle proprie preferenze espresse in precedenza.

Il tempo impiegato nell’utilizzo di queste piattaforme, difatti, viene scandito da gesti automatizzati, dalla continua necessità di essere esposti a informazioni e di creare contenuti – dalle foto, agli stati, alle GIF – alimentata dalla volontà di migliorare la propria reputazione online attraverso apprezzamenti, ricondivisioni e commenti.

Per gli utenti, dunque, diviene sempre più difficile riuscire a individuare l’autorevolezza delle fonti nonché a modificare la propria opinione a causa dell’overload di informazione digitale. E così è il livello di attenzione a venire meno, in un contesto in cui non va più conquistata, ma costruita in base all’architettura del medium di riferimento, divenendo così subordinati alle tecnologie: «chiunque, anche soggetti privi di ogni competenza culturale e tecnologica, viene messo in condizione di pubblicare, di esprimere la sua opinione, soprattutto emotiva». È inevitabile, quindi, che gli utenti valutino con maggiore attenzione contenuti che essi reputano interessanti, tendendo a trascurare la credibilità della fonte e gli aspetti più formali, quali lo stile dell’informazione diffusa.

A tal proposito è doveroso introdurre il concetto di emotional sharing, cioè la condivisione emotiva, determinata dal ricorso, da parte di chi divulga i messaggi, a «forme e termini emotigeni», che fanno leva sull’empatia con gli utenti. Per questo motivo rilevante sarà lo studio dell’apprezzamento dei contenuti condivisi sui social network, così come il ricorso ad influencer, «filtri della nostra attenzione, delle nostre emozioni, delle nostre labili opinioni». In base alla reputazione guadagnata o ottenuta essi, infatti, orientano in maniera determinante l’opinione e il consenso dei fruitori verso determinati contenuti.

Quella che quindi può sembrare una forma di democratizzazione della cultura in realtà non è altro che il proliferare di «folle emotive», aggregazioni di individui spinti dall’omofilia nei confronti di qualcosa che tendono a rifuggire da tutto ciò che è diverso e incoerente rispetto alla propria visione e alla propria opinione. Questo porterebbe alla nascita di echo chamber, cioè «comunità che condividono interessi comuni, selezionano informazioni, discutono e rinforzano le proprie credenze attorno a una narrazione del mondo condivisa».

È evidente, dunque, che tali strumenti compromettono la divulgazione di una informazione digitale (soprattutto) chiara e ‘libera’. Il destinatario dei messaggi veicolati dai media digitali, infatti, paga questa informazione «fornendo dati a persone che possono sfruttarli in accordo con una più ampia tendenza a modificare l’idea tradizionale di scelta umana».

La necessità di ‘essere’ costantemente in rete, il bisogno continuo di interfacciarsi attraverso un display, l’aggregazione e la condivisione emotiva, la ricerca di incremento e miglioramento della propria reputazione online non fanno altro che modificare i processi di conoscenza, impedendo la realizzazione – forse utopica – di una comunità beninformata.

Dalla ricerca emerge però chiaramente che «l’individuo incomincia a formare una ipersensibilità, seppur non ancora del tutto espressa, che inizia a porre in discussione la fiducia e la credibilità delle fonti informative, ma è condizionata dal proprio echo chamber e dall’influenza delle proprie reti omofiliache. Questa nuova soggettività biomediatica fa apparire gli individui come su delle zattere violentemente sospinte dalle correnti informazionali, che solo a volte riescono a surfare, capendone limiti, criticità e problematicità», mentre molto più spesso si perdono nella disinformazione totale.

Tante sono le iniziative nate per combattere l’overload informativo e, appunto, l’abbondanza di informazione digitale: si pensi, ad esempio, allo slow journalism, un tipo di giornalismo che mira ad offrire agli utenti non più solo quantità ma qualità e valore aggiunto.


Simona Castellano
A cura di: Simona Castellano Autore Inside Marketing
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