Mercoledi 17 Ottobre 2018
ComunicazioneSlow journalism: se il giornalismo punta alla qualità

Slow journalism: se il giornalismo punta alla qualità

Quella dello slow journalism è una filosofia che punta a riscoprire la qualità e l’accuratezza dell’informazione, anche digitale.


Virginia Dara

A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Slow journalism: se il giornalismo punta alla qualità

Un giornalismo che riscopra i tempi (lunghi) della verifica delle fonti, dell’accuratezza e della qualità dei prodotti e, soprattutto, la sua missione di servizio per il pubblico: c’è questo alla base della filosofia dello slow journalism che da oltreoceano sta conquistando anche le redazioni nostrane.

Si tratta di una dottrina con un impatto non indifferente sulla routine di lavoro di ogni singolo giornalista e delle redazioni. Quella che avviene ogni giorno in una newsroom, di qualsiasi dimensione essa sia, è oggi del resto una vera lotta contro il tempo, con giornalisti che, mentre provano a costruire l’agenda informativa del giorno, sono impegnati in moltissime altre attività, dalla gestione della presenza sui social alle PR, fino alla cura di contenuti e contributi multimediali. La colpa? Senza dubbio della crisi lavorativa del settore: i tagli costringono le redazioni a fare affidamento a professionisti “tutto-fare”, ma è «la vera identità del giornalismo a rischiare di andare perduta in questa mischia», scrive Peter Laufer, autore di “Slow News” e punto di riferimento per la corrente dello slow journalism.

Se a ciò si aggiunge il mito della velocità e dell’aggiornamento continuo, ingigantito dalle dinamiche di social network e ambienti online, non è difficile spiegare la crisi di credibilità, oltre che di identità, del giornalismo digitale. La domanda da farsi, però, è: a cosa serve veramente un giornalismo delle breaking news? La risposta del guru dello slow journalism è oltremodo chiara in questo senso: il lettore ha bisogno di essere aggiornato minuto per minuto solo se la casa che si sta distruggendo in un incendio è la sua, in qualsiasi altra occasione il continuo bombardamento di informazioni non fa che «creare uno spreco di emozioni e un costante senso di ansia». Molte di queste breaking news rischiano, poi, di apparire notizie “esche” – eye-candy stories le definisce Laufer – con il solo scopo di attirare l’attenzione dell’utente e tenerla fissa sulla pagina, sullo schermo, per di più impedendo al giornalista di svolgere il suo vero lavoro: scoprire e raccontare storie che possano dare un valore aggiunto per il lettore. Non si può chiedere al giornalista creatività «se questo deve correre ad ogni sirena che suona», chiosa infatti l’esperto.

Prima di cercare ricette “magiche” – come la serialità o una narrativa a portata di scroll – per sopravvivere alle sfide del digitale, allora, il giornalismo dovrebbe riscoprire la sua più antica e vera vocazione. Lo slow jornalism, nella definizione su cui concordano Laufer e gli altri esperti del settore, del resto, non è che un giornalismo di sostanza, che punta a correttezza, accuratezza, chiarezza”.

Ciò può voler dire riscoprire ad esempio il tempo per la verifica delle fonti: come si è detto più volte, infatti, la più grande insidia per il giornalismo online è rappresentata da bufale e notizie non verificate. Affidarsi a iniziative di debunking spontanee e isolate non serve e, in qualche caso, possono non essere abbastanza neanche le buone pratiche condivise dalla comunità di giornalisti e professionisti dei media. Servirebbe, invece, promuovere una cultura del fact-checking, fornendo i migliori strumenti per muoversi nel mare magnum dell’informazione digitale non solo ai giornalisti, ma anche e soprattutto ai lettori. Già oggi, infatti, ci sono centinaia di attivisti digitali che lavorano per rendere più “sano” l’ecosistema informativo, ma «ogni lettore dovrebbe voler partecipare, essere educato, pretendere un giornalismo di qualità ed essere disposto a pagare per questo», sottolinea Laufer.

Quella di un modello di business sostenibile e adatto al digitale è, del resto, una delle issue prioritarie per lo slow journalism. La proposta di Laufer e degli altri è di un modelloyou-get-what-you-pay-for”, in cui la qualità del prodotto è direttamente proporzionale a quello che si è pagato per averlo. La metafora è, in questo senso, quella alimentare: anche nel nome, del resto, lo slow journalism richiama la dottrina dello slow food, nata con l’intenzione di riscoprire l’importanza di un’alimentazione “lenta”, armoniosa, rispettosa della stagionalità e benefica per il corpo. «Il cibo migliore costa di più perché le materie prime sono state coltivate in coltivazioni non intensive, con maggiore cura – continua Laufer –. Lo stesso dovrebbe avvenire con le news, finché pretendere di non pagare per una notizia di qualità dovrebbe essere come alzarsi da un ristorante e andare via senza chiedere il conto». La sfida dello slow journalism, quindi, non punta tanto al trattare l’informazione come una qualsiasi altra commodity (acqua, energia elettrica, etc.), ma alla qualità del servizio offerto. I problemi principali, infatti, sono stati fin qui la leggerezza e l’intercambiabilità delle notizie. Perché un lettore dovrebbe pagare per qualcosa che può trovare altrove e a costo zero? Perché quel qualcosa, per esempio, è un contenuto esclusivo, di approfondimento, qualitativamente migliore o con un valore aggiunto rispetto alla versione free.

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