ComunicazioneSlow journalism: la risposta italiana contro l’overload informativo

Slow journalism: la risposta italiana contro l'overload informativo

La filosofia dello slow journalism arriva anche in Italia. Ecco l’intervista ai responsabili di Slow News, una delle best practice nostrane.

Slow journalism: la risposta italiana contro l'overload informativo

Ci sono redazioni che annaspano davanti alle sfide imposte dal digitale, alla ricerca della notizia più sensazionale, più “shareable”, in una guerra all’ultimo like che non risparmia neanche le emittenti pubbliche. C’è chi prova a inventarsi formule nuove per un giornalismo seriale, esplicativo, a portata di scroll e chi ha capito, invece, che per resistere nel mare magnum dell’informazione online, il giornalismo deve (ri)scoprire il valore del tempo. Non è un caso, infatti, che uno dei mantra dello slow journalism sia “yesterday’s news tomorrow”: le notizie di ieri domani.

La filosofia dello slow journalism è, del resto, quella di un giornalismo che offra qualità, accuratezza, valore aggiunto per il lettore. «Slow journalism, allora, non c’entra soltanto con il quando – sottolineano in un’intervista ai nostri microfoni i responsabili di Slow News, uno dei primi esperimenti italiani di slow journalism  ma soprattutto con il come. Per questo, il motto che preferiamo è Slow down and go deeper che è al centro del manifesto di Peter Laufer. Lo slow journalism si rifiuta di partecipare, cioè, alla corsa contro il tempo di chi vuole essere il primo ad arrivare su una notizia. Le news non hanno più valore commerciale per il giornalismo, si trovano dovunque. Il valore aggiunto che deve avere il giornalismo è l’unire i puntini, analizzare e capire prima di scrivere, mettere ogni cosa nel suo contesto, raccontarne le dinamiche: tutte cose che hanno bisogno di tempo». 

Ed è questo che, ormai da due anni, Alberto Puliafito, Andrea Coccia, Andrea Spinelli Barrile, Alessandro Diegoli, Gabriele Ferraresi e gli altri provano a fare in Slow News. L’obiettivo non è solo trovare un modello di business affidabile e concreto per un giornalismo sostenibile da un lato, ma che riesca a rimanere completamente indipendente dall’altro: quella della slow journalism è una filosofia ben più radicale, che ha a che vedere con il rallentamento, tanto dal punto di vista di chi produce informazione quanto da quello di chi legge. «L’incremento vorticoso della velocità e della quantità – confermano, infatti, da Slow News – sta mettendo sotto scacco sia i giornalisti che i lettori: i primi lavorano di più e peggio guadagnando sempre meno; i secondi sono travolti dall’information overload e perdono il contatto con la realtà». 

Cosa cambia, allora, un approccio “slow” nella routine di un giornalista e di una redazione?

Per il giornalista singolo cambia tutto. Lavorare a lungo su un soggetto aumenta la motivazione, migliora il lavoro, fa crescere anche chi scrive. Uscire dal flusso dei social network, delle polemiche che durano 24 ore e poi vengono calpestate dalle successive, delle breaking news che si rincorrono non può che fare bene. Viviamo in un ecosistema tossico, sia per i giornalisti che per i lettori. Lo slow journalism è, in questo senso, anche una disintossicazione, per tornare a costruire valore e smettere di correre sulla ruota come criceti.

Cosa si offre al lettore? E cosa gli chiede in cambio?

Ai lettori si danno qualità e selezione. Pochi contenuti, ma di grande valore. Niente fatti e niente opinioni, bensì reti di fatti, interpretazioni, collegamenti, dati. Profondità insomma, perché leggere vuol dire investire tempo e, visto che il tempo è l’unica vera ricchezza che abbiamo, dobbiamo farlo fruttare. Cosa chiediamo? Semplicemente di pagare per la qualità del lavoro che c’è dietro. La metafora che ci piace usare è quella del Buon Bevitore. Il Buon Bevitore ama bere bene e non solo è disposto a pagare per farlo, ma proprio lo pretende. E non vuole pagare poco. Il Buon Bevitore vuole affidarsi a qualcuno che gli garantisce qualità, attenzione e onestà. Il Buon Bevitore non berrebbe mai un fondo di vino trovato per terra in un bicchiere di plastica. Ecco, noi stiamo cercando il Buon Lettore, quello che non leggerebbe mai articoli scritti male, con superficialità, da gente che in fondo non ha nessun interesse per lui, impegnata com’è a produrre tantissimi contenuti che deperiscono in brevissimo tempo e che non hanno alcun valore aggiunto.

Resta da capire, allora, quanto l’ecosistema italiano dell’informazione sia pronto a un così sostanziale cambio di rotta. E quanto (e se) i lettori italiani siano disposti a sposare la filosofia dello slow journalism. «Il vantaggio di fare slow journalism in Italia è che non lo fa nessuno – raccontano i membri di Slow News – quindi c’è ancora molto spazio. Lo svantaggio è che il mondo giornalistico italiano è molto restio alle novità e, per di più, i giornalisti italiani non sanno lavorare insieme, collaborare per il bene dell’intero ecosistema. È normale, sono cresciuti dandosi spallate per farsi spazio, ma le cose stanno cambiando. Sempre più lettori stanno capendo che se vogliono informazione vera, indipendente e seria devono pagare, anche perché quando non paghi il prodotto sei tu». 

Parte consistente della filosofia dello slow journalism, del resto, sta nel cercare un modello di business sostenibile e che possa fare da contraltare alla crisi di vendita dei giornali da un lato e al mancato decollo degli abbonamenti digitali, dall’altro. Per i guru dello slow journalism, si è visto, la metafora è ancora quella gastronomica: come il cibo di qualità ha un prezzo relativamente alto, anche i lettori dovrebbero sviluppare una certa propensione a pagare per contenuti che abbiano un qualche valore aggiunto.

Anche in questo senso Slow News ha provato, nel tempo, a sviluppare soluzioni nuove e completamente diverse da quelle adottate dai giornali tradizionali. «Semplificando, il giornalismo si può finanziare in tre modi: il primo è con la pubblicità, il secondo è con i finanziamenti pubblici, il terzo è con i soldi dei lettori – come spiegano da Slow News – e visto che se segui i soldi trovi sempre il mandante, siamo convinti che il giornalismo veramente libero e indipendente sia quello del terzo tipo. Nel primo caso, infatti, deve rispondere agli inserzionisti, alla pubblicità e neanche nel secondo caso i risultati sono migliori». La formula proposta da Slow News, allora, non si discosta tanto da quel modello del “you-get-what-you-pay-for”, grazie anche a uno strumento come le newsletter che, sfruttando il meccanismo della disintermediazione, riesce a costruire ancora un rapporto diretto e di fiducia con la comunità di lettori.

Tra i progetti collaterali di Slow News, infatti, c’è Wolf, una newsletter professionale rivolta a chi lavora nel mondo della comunicazione, del giornalismo e del marketing; ma c’è anche la neonata Crusoe, pensata in collaborazione con The Walking Debt, e che ogni settimana proverà ad approfondire i maggiori temi economico-finanziari e renderli a portata di “chi conosce l’economia e chi la evita”. Per sostenerne la realizzazione, in perfetta linea con l’idea di un giornalismo sostenuto dai lettori, è possibile partecipare alla campagna di crowdfunding e pre-abbonamento.

Anche guardando al lato del lavoro giornalistico, per finire, la formula di Slow News contro la crisi del settore «è l’equità. Tradotto, significa che vogliamo pagare tutti quelli che lavorano per noi, e vogliamo pagarli tanto. Per questo, già in questa fase sperimentale, quando chiediamo articoli li paghiamo circa due volte il prezzo medio in questo momento in Italia», sottolineano i responsabili.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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