MacroambienteIl rapporto con i social? È sempre più problematico e sfiduciato secondo Kaspersky

Il rapporto con i social? È sempre più problematico e sfiduciato secondo Kaspersky

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La compagnia ha definito «social dilemma» questo atteggiamento degli internauti e pensato a un corso di mindfullness per il benessere digitale.

Non è solo il titolo di un film documentario Netflix molto discusso, tanto da costringere Facebook poco dopo l’uscita a rispondere in un memorandum pubblico punto per punto alle accuse rivoltegli: con l’espressione “Social Dilemma Kaspersky ha così rinominato l’atteggiamento sempre più ambiguo, complesso e problematico che le persone avrebbero verso le piattaforme digitali e i loro gestori. Tra chi online è stato vittima di cyberbullismo , chi ha visto violati i propri dati e chi riconosce di avere una vera e propria dipendenza da Internet sembra esserci in generale una minore tolleranza nei confronti dei passi falsi delle big tech.

C’entrano sicuramente l’aumento massiccio di tempo trascorso online durante lockdown e quarantene e le abitudini digitali cambiate durante la pandemia, in riferimento ai più giovani soprattutto.

La pandemia ha reso ancor più imprescindibile l’uso dei social

Oltre la metà (il 53% per l’esattezza) dei partecipanti allo studio di Kaspersky ha ammesso di aver utilizzato di più i social media rispetto al periodo pre COVID-19 e nella maggior parte dei casi (il 71% tra chi ha dai 18 ai 34 anni) lo avrebbe fatto per «sentirsi connesso» nonostante l’isolamento fisico.

Il risultato è rappresentato da alcune «relazioni parasociali», come le definisce lo studio, che non di rado si rivelano però a una sola direzione: il riferimento è soprattutto al tipo di rapporto che si viene a stabilire con personaggi e volti noti della Rete e con gli influencer . Per quasi un utente su due, infatti, gli ultimi rappresenterebbero una «via di fuga dalla realtà»; più di un utente su cinque li considera alla stregua di amici; poco meno di un utente su quattro riconosce di dipendere dai loro contenuti; il 10% di intervistati ha ammesso di provare un senso di «assenza» quando non interagisce con gli influencer.

Più in generale, la sensazione di imprescindibilità sembra riguardare i più diversi aspetti dell’esperienza social e ha un riscontro in dati, come quelli su quanto tempo gli utenti trascorrono ogni giorno online, in linea con uno uno scenario già tratteggiato anche da altri studi in cui i social sono ormai media cosiddetti “di cittadinanza” e su cui si sta anche solo per sentirsi partecipi delle cose che succedono ogni giorno.

Nonostante sostenga che gli internauti stiano vivendo un “Social Dilemma” Kaspersky non può non notare che la maggior parte degli utenti continui a sentirsi «divertita» (56%) dall’uso dei social e «connessa» (36%) durante lo stesso e, più in generale, a essere convinta (nel 41% dei casi) che queste piattaforme possano avere un impatto positivo a livello sociale.

Da cosa nasce un certo recente “Social Dilemma”: Kaspersky accusa alcuni passi falsi delle piattaforme

Uno scossone è venuto dai leak riguardo ai presunti negativi effetti dell’uso dei social media sulla salute mentale dei più giovani soprattutto, di cui le piattaforme sarebbero state peraltro perfettamente consapevoli. Due terzi degli utenti sarebbero a conoscenza della questione e la maggior parte (il 70%) avrebbe cominciato a cambiare, di conseguenza, il proprio modo di utilizzare le piattaforme digitali, riducendo il tempo trascorso connessi (è stato così per il 38% del campione) o il numero di volte in cui durante la giornata si controllano propri account e le notifiche (26%) e più raramente (solo nel 13% dei casi) disattivando o cancellando i propri profili.

A questi “pentiti” dei social network per via dell’allarmismo, anche mediatico, generato da vicende come quella dei cosiddetti “Facebook Papers” si aggiunge chi ha cominciato a provare sfiducia nei confronti delle piattaforme digitali e dei loro gestori soprattutto dopo aver subito danni reputazionali, professionali, familiari in seguito a qualcosa che aveva fatto in Rete.

I partecipanti allo studio di Kaspersky hanno ammesso, infatti, di aver utilizzato qualche volta sui social un linguaggio aggressivo o offensivo (lo avrebbe fatto il 13% del campione), di aver condiviso un’opinione politica, a volte estrema, di cui si sono pentiti in un secondo momento (12%) e persino a delle condizioni emotive condivise sui social è toccata sorte simile (22%).

Gli insight più interessanti dipendono dal fatto che, per aver ceduto all’ hate speech o per essersi esposti politicamente o emotivamente, non pochi utenti hanno subito ripercussioni nella vita di tutti giorni, come l’aver perso delle amicizie (è successo al 16% degli intervistati) o l’essere stati licenziati (nel 3% dei casi): non è più un mistero, del resto, che gli addetti HR controllino i profili social di candidati e dipendenti periodicamente e per obiettivi che hanno a che vedere con social recruiting e quelli macro di employee retention . Come lezione, però, la maggior parte degli utenti (circa il 56%) ha imparato a tenere conto delle possibili implicazioni su famiglia, amici, lavoro prima di condividere qualcosa sui propri profili.

Bullismo, violazioni della privacy e rischi informatici fanno crescere la sfiducia nei confronti dei social

Come già in parte si accennava, a generare in molti un certo “Social Dilemma” Kaspersky rileva che sono stati casi di cyberbullismo, violazione dei dati personali e frodi che hanno sempre più spesso luogo sulle piattaforme digitali e in parte grazie a loro.

Circa un utente su cinque, secondo lo studio, è stato vittima di bullismo online ed è un rapporto che cresce a circa un utente su tre nella fascia d’età tra i 18 ai 34 anni. Chi ha subito cyberbullismo lo ha fatto a volte da parte di persone conosciute e frequentate anche al di fuori della Rete (è così nel 31% dei casi) e a volte, invece, da parte di sconosciuti (39%). Messaggi privati (nel 38% dei casi) e commenti pubblici sotto a post o a foto condivise (31%) sono il più comune “veicolo” di attacchi da parte dei bulli digitali e, se a volte (nel 47% dei casi) rispondere al bullo è servito a risolvere la situazione, altre volte (in circa un caso su quattro) l’ha solo peggiorata.

Anche senza arrivare ad azioni di cyberbullismo, però, c’è circa un terzo di utenti che ammette di essere diventato, soprattutto durante la pandemia, «meno tollerante» nei confronti delle persone – e nei confronti di quello che le persone fanno – sui social media, in parte a riprova della natura divisiva e polarizzante di certi ambienti digitali. Per i più giovani ciò ha significato anche arrivare a litigare con qualcuno (lo ha fatto circa un quarto del sottocampione tra i 18 e i 34 anni) o addirittura a lasciare il partner sui social media (10%).

Per qualcuno i “dilemmi” rispetto alle piattaforme digitali e all’opportunità di continuare a frequentarle nascono dall’aver subito truffe e frodi: non è un mistero che i rischi informatici sono aumentati durante la pandemia e piuttosto clamore mediatico hanno suscitato le truffe sui Green Pass o i tentativi di social scam che sfruttano la popolarità di Chiara Ferragni e altri vip, solo per fare qualche esempio.

Uno dei più grandi motori del “Social Dilemma” è però la preoccupazione rispetto agli usi che le piattaforme fanno di dati e informazioni personali fornite all’atto dell’iscrizione o “esposte” ogni giorno quando si utilizzano questi servizi. Il 38% dei partecipanti allo studio dice di conoscere, infatti, qualcuno che ha subito in prima persona la compromissione dei propri dati personali sui social media e questo accresce la sfiducia nei confronti dei gestori delle piattaforme e della loro capacità di prendersi cura delle informazioni degli iscritti (è così per almeno il 30% del campione) o è causa della totale perdita di fiducia nei confronti delle big tech (7%).

È una questione con cui i big del social networking fanno i conti, in realtà, da molto più tempo di quanto si immagini: già dopo lo scandalo Cambridge Analytica cambiò l’atteggiamento nei confronti di Facebook e non solo.

C’è un corso di Kaspersky per aumentare il proprio benessere digitale sfruttando la meditazione

Un dato in parte inatteso è invece che, nonostante un uso ormai più che decennale dei social network, un utente su cinque dice di «non sapere nulla» riguardo a come le piattaforme utilizzino i propri dati ed è una percentuale che cresce fino al 26% tra gli over 55.

Anche per questo, oltre che per provare a dare una risposta al “Social Dilemma”, Kaspersky ha pensato a un corso di mindfullness applicata al digital wellbeing.

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Per rispondere ai propri dubbi riguardo a piattaforme e attività online c’è un corso di meditazione per il benessere digitale firmato Kaspersky.

Molto più praticamente? Delle sessioni di meditazione aiuteranno gli iscritti a sviluppare un rapporto migliore e più equilibrato con il digitale e i suoi strumenti. Sviluppato in collaborazione con alcuni addetti HR di Kaspersky dall’istruttore di meditazione Neil Tranter, il corso – gratuito e disponibile online – consiste in dieci lezioni, più un’introduzione e una lezione bonus, che passo dopo passo promettono di aiutare gli iscritti a capire come si formano le (cattive) abitudini in Rete, quali radici neuroscientifiche ha la nomofobia , come gestire l’ansia da separazione dallo smartphone e come affrontare, più in generale, la dipendenza da Internet intraprendendo un percorso di social detox.

Dal maestro di mindfullness, però, gli allievi riceveranno anche alcuni consigli più pratici e su come evitare di sprecare le pause dal lavoro o dallo studio e il tempo libero passandoli a scrollare le bacheche sociali, come confrontarsi con gli altri in Rete nella maniera più costruttiva possibile e, ancora, come sviluppare un buon work life balance anche se lavora in smart working o remote working.

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