MacroambienteSocial media research: i 5 migliori studi del 2014

Social media research: i 5 migliori studi del 2014

NiemanLab stila una classifica dei migliori lavori di social media research: spaziano dalla creazione di comunità agli effetti sul news making

Social media research: i 5 migliori studi del 2014

Quante cose sono cambiate negli ambienti digitali nel 2014? Quali sono stati i comportamenti più comuni degli utenti in un anno di social networking? E, soprattutto, che atteggiamento hanno avuto letteratura e mondo accademico nei loro confronti? A rispondere a queste domande ci ha provato, nei giorni scorsi, il NiemanLab che ha stilato la classifica dei migliori lavori di social media research del 2014. Dalla creazione di dibattito in seguito ai casi di cronaca agli effetti sul news making: questo il meglio di un anno di studi sul web 2.0.

Nuovi media e dibattito pubblico: i casi di cronaca

Pubblicato a febbraio con il titolo originale di “The battle for ‘Trayvon Martin’: Mapping a media controversy online and off-line”, lo studio realizzato dal MIT Centre for Civic Media tenta di individuare come si crei discorso pubblico intorno ai maggiori argomenti di cronaca nazionale: che andamento ha il flusso di informazioni? chi sono i suoi maggiori catalizzatori? e quali i gatekeepers fondamentali? come prendono forma le storie attraverso la sempre più vasta gamma di media che utilizziamo? La conclusione è molto meno sbilanciata verso il digitale di quanto ci si potrebbe aspettare: «il potere di gatekeeping è ancora profondamente radicato nei media tradizionali. Senza la copertura iniziale di agenzie di stampa e televisione non è chiaro, infatti, se le comunità online avrebbero mai conosciuto e si sarebbero mobilitate per il caso Trayvon Martin (l’uccisione di un ragazzo di colore in Florida e il successivo processo che ha scagionato il reo confesso per legittima difesa, ndr)», scrivono infatti i ricercatori.

Che etica nell’uso dei web analytics?

Uno studio condotto parallelamente dalla Nanyang Technological University di Singapore e dalla Missouri School of Journalism, ha messo in luce i pericoli di un giornalismo eccessivamente orientato al mercato e dimentico del suo valore sociale di guardiano della democrazia. Secondo le evidenze raccolte dal team, infatti, offrire al lettore un’informazione perfettamente personalizzabile e tarata sui suoi gusti e le sue esigenze equivarrebbe a creare «il rischio di un ecosistema multimediale che assecondi, piuttosto che smentire e cambiare, le idiosincrasie del suo pubblico. Ciò non può che essere un ostacolo alla formazione di comunità basate su ideali condivisi e al successo della democrazia». Quale dovrebbe essere il ruolo dei news media nell’era della web analysis? Secondo gli studiosi quello «di capire ciò che il pubblico vuole ma equilibrarlo comunque con ciò di cui ha bisogno, in termini di interesse sociale».

Il consumo di news online e il rischio omofilia

Lo hanno definito «uno dei più grandi studi sul consumo di informazioni» e il suo obiettivo era misurare l’influenza dell’ideologia nella scelta di notizie e fonti. Così la Carnegie Mellon University di Stanford è riuscita a dimostrare che omofilia e segregazione ideologica sono meno importanti di quanto si creda nella scelta della propria dieta mediatica. L’analisi delle abitudini di oltre 1.2 milioni di utenti (per un totale di oltre 2.3 milioni di pagine visitate, ndr) ha dimostrato, infatti, che nel solo caso di accesso diretto alle notizie dalle bacheche social l’influenza ideologica era marginalmente più alta e che ciò era evidente esclusivamente per i pezzi d’opinione e non per la semplice cronaca. Scongiurata qualsiasi paura di «segregazione» dei gruppi con idee diverse, secondo i ricercatori, il consumo di web news aumenterebbe piuttosto la probabilità di imbattersi in opinioni, idee, posizioni politiche opposte alle proprie.

Come cambia l’ecosistema delle news?

La riflessione è di Robert Picard del Reuters Institute e mette in luce i cambiamenti imposti dal digitale alla vecchia industria dell’informazione. Ci sono meno «elites istituzionali che decidono cosa meriti attenzione» e ciò sta creando un nuovo «rapporto di forza e nuove classi e figure professionali in grado di influenzare i contenuti». Il cambiamento più significativo? L’indipendenza dagli inserzionisti «che hanno significativamente influenzato le forme, il rango e le pratiche del lavoro giornalistico per tutto il ventesimo secolo». Se stiamo sperimentando la fine o un nuovo corso del giornalismo? Non è dato saperlo: per Picard entrambi.

Verso un giornalismo “da tablet”?

Il titolo originario dello studio dell’Università dello Iowa è “Can We ‘Snowfall’ This? Digital longform and the race for the tablet market”, il suo scopo quello di indagare come l’aumento di connessioni mobili abbia influito sulle forme dei prodotti giornalistici, americani e non solo. Tre esempi concreti da tre testate diverse per target e linea editoriale hanno condotto, infatti, i ricercatori a notare una straordinaria cura degli elementi grafici, multimediali e dell’impostazione dei paratesti che, in ultima istanza, sembra mirata più a creare affezione verso il brand-testata che non a soddisfare vere necessità informative del lettore. Come scrivono, insomma, sono più «storie-pubblicità che non storie-notizie. Il loro appeal narrativo le rende, inoltre, facilmente condivisibili attraverso i social network, in un modello di circolazione reader-driven, e con un processo che espande la visibilità del prodotto e permette ai lettori di sviluppare con la testata una sempre maggiore affinità basata sulle idee e sul prodotto concreto».


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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