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ComunicazioneNon solo Clubhouse: il successo dei social con al centro la voce e cosa ci dice della nostra vita online

Non solo Clubhouse: il successo dei social con al centro la voce e cosa ci dice della nostra vita online

Dopo che l'app di Davison e Seth è diventata in poche settimane un fenomeno da decine di milioni di download, la maggior parte delle big tech ha provato a imitare Clubhouse, lavorando su versioni solo audio o principalmente audio dei propri servizi.

Social simili a Clubhouse: quali sono e perché hanno successo

Il successo di Clubhouse è stato tanto repentino, e in parte imprevisto, da convincere molti della possibilità che si trattasse dell’ennesima “bolla” come non ne sono mai mancate nella storia del digitale. Se la ribalta della voce sembra tra quei social media trend 2021 che aziende, marketer e chiunque voglia fare business con il digitale non possono ignorare e, soprattutto, se in uno sforzo accanito di competizione non sembra esserci big tech che non stia investendo attualmente nello sviluppo di social simili a Clubhouse, in cui l’elemento vocale abbia un ruolo predominante, forse non deve trattarsi però né di una “bolla”, né di un fenomeno squisitamente momentaneo.

Il precedente illustre è quello dei contenuti temporanei ed effimeri “alla Snapchat”. Di tempo ne è passato da quando solo sul social del fantasmino si potevano creare snap temporanei e capaci, dopo un certo periodo, di autodistruggersi: allora fu Instagram a “copiare” Snapchat con contenuti che restavano visibili solo per ventiquattro ore, prima che praticamente ogni altro social reinterpretasse a proprio modo il format delle Storie.

Più di recente il successo di TikTok tra i giovanissimi della generazione z e della generazione alpha ha convinto i big del social networking a “copiare” all’app della cinese ByteDance almeno il formato verticale e un audio always-on: è così che sono nati, tra l’altro, gli Instagram Reels.

Perché nessuno sembra poter fare a meno di copiare Clubhouse

Secondo dei dati di App Annie, in un solo anno dal lancio Clubhouse ha quasi raggiunto la soglia dei 13 milioni di download: di questi almeno 435mila sono di italiani che passano nelle stanze di Clubhouse quasi ventiquattro ore al giorno, connessi come sono fino alle 4 di notte, come hanno sottolineato i due co-founder della piattaforma in una tappa del proprio roadshow.

Dopo il boom di iscrizioni non stupisce, così, che la corsa della maggior parte delle piattaforme sia a sviluppare social simili a Clubhouse e prodotti che soddisfino l’attuale piacere che gli internauti proverebbero per le interazioni con al centro la voce.

Tanto più che l’app di Paul Davison e Rohan Seth non è ancora “per tutti”. Non è solo perché, fin dall’inizio, ha strategicamente costruito parte del proprio successo proprio sull’esclusività di un’iscrizione possibile solo su invito, di una partecipazione limitata a cinquemila utenti per stanza e via di questo passo. È soprattutto perché, nonostante a inizio 2021 i fondatori avessero annunciato una versione anche per Android di Clubhouse, l’app di fatto continua a essere disponibile al momento solo per utenti iOS per non inficiare la qualità del servizio e avere la possibilità di implementare più controlli e impostazioni di diverso tipo, si giustificano ufficialmente degli sviluppatori.

La semplice “assenza” dell’app da alcuni play store, prima ancora che le difficoltà nel trovare qualcuno con inviti a disposizione e che accetti di condividerli (gratuitamente verrebbe da aggiungere considerato che, in questi mesi, non sono mancate neanche vere e proprie compravendite di inviti Clubhouse), potrebbe dare insomma margine di successo ai tanti social simili a Clubhouse che stanno nascendo in questo periodo.

Da Facebook a Twitter, passando per Spotify e LinkedIn: ci sono sempre più social simili a Clubhouse

I primi rumor iniziati a circolare già a febbraio 2021, quando Clubhouse in Italia aveva appena cominciato a scalare la propria curva di rogers ed era popolato perlopiù ancora solo da marketer ed early adopter , sono stati quelli incentrati sulla possibilità che Facebook stesse lavorando a un prodotto rivale di Clubhouse. Ad alimentarli era stato il lavoro di reverse engineering di alcuni ingegneri ma anche degli screenshot pubblicati tra gli altri da The New York Times e da testate di settore come TechCrunch.

facebook sta lavorando a una sua versione di clubhouse

Uno dei primi screenshot che aveva rivelato la possibilità che Facebook stesse lavorando a una propria versione di Clubhouse. Fonte: TechCrunch/Alessandro Paluzzi

Gli ultimi in particolare mostravano come potrebbe funzionare la nuova feature che permetterebbe di organizzare un broadcast audio in diretta su Facebook. Stando a quelle schermate, accedendo alle Rooms di Messenger, gli utenti avrebbero la possibilità di scegliere se iniziare una stanza video, come era stato unicamente finora, o mettere su una stanza audio privata e accessibile cioè a una lista ristretta e selezionata di amici o, ancora, se condurre una Room audio pubblica.

In quest’ultimo caso la stanza sarebbe accessibile a tutti e direttamente dal feed di Facebook, senza passare per Messenger, dal momento che agli host verrebbe fornito tra l’altro un Room Link da condividere ovunque vogliano, sui propri canali digitali.

facebook copia clubhouse

Le somiglianze tra Clubhouse e la nuova ipotetica funzione delle Room di Messenger è anche visiva: così sono mostrati, infatti, host e partecipanti alle stanze. Fonte: TechCrunch/Alessandro Paluzzi

Visivamente gli speaker della stanza verrebbero mostrati in alto nella schermata, con un’immagine profilo rotonda proprio come su Clubhouse, mentre agli altri partecipanti alla stanza sarebbe riservata la parte inferiore della stessa. Diversamente da quanto avviene su Clubhouse, che richiede che l’app rimanga in funzione, si potrebbe continuare ad ascoltare i live broadcast audio su Messenger Rooms anche qualora lo si chiudesse involontariamente o per continuare a scorrere il proprio feed principale su Facebook.

Nessuna conferma ufficiale, però, è arrivata da Menlo Park rispetto allo stare lavorando a un prodotto simile e, anzi, il team di Zuckerberg ha tenuto a precisare a TechCrunch che qualsiasi tipo di leak come questo ha poco a che vedere con la versione finale e disponibile per gli utenti anche di eventuali social simili a Clubhouse di possibile sviluppo futuro. Dai portavoce della compagnia non è arrivata al momento, insomma, neanche una totale smentita del fatto che la voce potrebbe essere al centro di un qualche nuovo prodotto firmato Facebook.

Più recente è la notizia del lancio di una versione beta di Hotline, un nuovo servizio di casa Zuckerberg che permetterà ai creator di rispondere in diretta alle domande degli utenti. Più che un semplice “clone” di Clubhouse così, almeno stando alle indiscrezioni circolate fin qui sulle testate di settore, Hotline sembrerebbe un incrocio tra le dirette Instagram e l’app di Davison e Seth.

cos'è hotline facebook

Così si presenta la versione beta di Hotline, un servizio di casa Facebook che dovrebbe permettere ai content creator di rispondere in diretta (non solo audio, anche video) alle domande di altri utenti. Fonte: TechCrunch

Simile sarebbe, come rivela TechCrunch, ancora una volta l’interfaccia: host e speaker sarebbero mostrati, infatti, a un lato della schermata in un’icona rotonda, mentre l’altro lato della schermata dovrebbe mostrare i partecipanti alla diretta. Questi potrebbero rivolgere in qualsiasi momento le proprie domande a chi sta parlando o in forma scritta o in forma audio e, al momento della selezione da parte dell’host della singola domanda per darle risposta, l’icona del corrispondente partecipante verrebbe “spostata” sullo stesso lato della schermata in modo da favorire l’interazione tra i due.

All’host rimarrebbe comunque la possibilità di zittire alcuni utenti, quelli che potrebbero porre domande poco pertinenti per esempio, e soprattutto di andare anche in videodiretta, che sarebbe la vera differenza rispetto a Clubhouse. Uno dei primi content creator a sperimentare Hotline è stato Nick Huber, famoso per i suoi investimenti in real estate, ospitata che dà un chiaro suggerimento di come e perché il team di Zuckerberg potrebbe voler sfruttare questa nuova piattaforma: per dare più spazio ai financial influencer e ai temi legati alla fintech.

Se in casa Facebook sembrano esserci insomma al momento solo progetti e ipotesi per lo sviluppo di social simili a Clubhouse, Twitter Spaces è la prima piattaforma che già in concreto ne “imita” la centralità della voce e lo fa per tutti, utenti Android inclusi. Dopo alcune settimane in cui il servizio era stato disponibile in beta test solo per alcuni utenti, infatti, Twitter ha confermato che le proprie stanze per le chat audio saranno diffusamente disponibili da aprile.

Sono già stati messi a punto anche strumenti che permettono di impostare titolo e descrizione per quando si va in diretta, stilare una lista di ospiti, moderatori e co-host e naturalmente programmare la diretta e inviare una notifica agli utenti interessati. Il team di Dorsey sarebbe a lavoro, però, anche per offrire la possibilità agli host di trasmettere una playlist di brani musicali durante la diretta e agli utenti di twittare all’interno delle stesse stanze di Twitter Spaces, anche senza che i cinguettii finiscano, però, nel flusso di quelli pubblici del proprio profilo.

Da Spotify a LinkedIn e passando per Discord, una delle app di messaggistica istantanea più in voga del momento, la lista di tentativi di imitare Clubhouse è ancora (molto) lunga. Competizione e necessità di continuare ad attrarre utenti a parte, nei progetti di ciascuna di queste piattaforme per mettere la voce al centro dei propri servizi non mancano considerazioni più strettamente legate a chi sono i loro principali iscritti, come e perché utilizzano quegli stessi servizi, cosa potrebbero aspettarsi da una versione audio-only o audio-first delle proprie piattaforme preferite.

Dopo aver investito molto negli scorsi anni nel podcasting, per esempio, Spotify ha acquisito Betty Labs, la casa madre di Locker Room, un’app usata al momento per il broadcasting di contenuti perlopiù sportivi. Stando alle indiscrezioni, sembra improbabile che quest’ultima venga integrata da Spotify e, cioè, dovrebbe continuare a essere scaricabile sui play store come app a sé.

Quasi certamente subirà, però, un rebranding sotto diversi aspetti, a partire da quello tematico: su Locker Room non si parlerà più, cioè, solo di risultati di partire e di classifiche di campionati ma anche di musica, cultura e via di questo passo. Senza dubbio, scrive TechCrunch, i contenuti di Locker Room saranno infatti una sorta di «funnel» verso i podcast disponibili su Spotify: quello dei podcast è un mercato in cui come si è già detto la piattaforma ha investito molto, ma che si è rivelato, soprattutto di recente, molto fiorente.

Per LinkedIn la sfida sembrerebbe essere, invece, ricreare direttamente all’interno della propria piattaforma una “social audio experience”. Dopo che erano circolate numerose voci a proposito, infatti, il team di sviluppatori di LinkedIn ha confermato di star lavorando a una feature simile alle stanze di Clubhouse. Anche in questo caso potrebbe esserci per ogni stanza una schermata che mostri chi siano host, speaker, moderatori e quanti i partecipanti in ascolto, oltre a dei comandi tramite i quali chiedere di partecipare.

linkedin clubhouse

Saranno sempre orientate ai temi del lavoro e simili nel format alle tante dirette che che già avvengono ogni giorno sulla piattaforma le nuove stanze audio di LinkedIn. Fonte: TechCrunch

Diversamente dai social simili a Clubhouse in lavorazione presso le altre big tech, comunque, le nuove stanze audio di LinkedIn continueranno a essere verticali e tematiche e, cioè, continueranno a servire agli iscritti soprattutto come mezzo per esprimere la propria identità professionale. Dal social sembrano essersi accorti, infatti, di come nel tempo sia aumentata la domanda da parte degli utenti di strumenti per interagire tra loro: da qui, già prima della “svolta” vocale, l’introduzione delle Storie su LinkedIn per esempio.

Anche le app di instant messaging vogliono assomigliare a Clubhouse (ma non bastano le note vocali)

Come già si accennava, anche su Discord è arrivata Stage Channels, un’impostazione che permette a un determinato gruppo di utenti di parlare contemporaneamente e di farlo a voce e rivolgendosi a un altro gruppo di utenti/ascoltatori.

discord stage channels simile a clubhouse

Persino Discord, una delle app di messagistica istantanea più popolare del momento, con il suo Stage Channels prova a “imitare” Clubhouse. Fonte: The Verge

Non si tratta, però, della sola app di messaggistica istantanea a sperimentare feature simili a quelle di Clubhouse. Anche con uno degli ultimi aggiornamenti di Telegram sono arrivate le Voice Chat 2.0: un’impostazione utile appunto a creare sessioni live in versione solo audio con un numero illimitato di partecipanti.

I social simili a Clubhouse e da cosa dipende la (ritrovata) passione per voce e oralità

Per certi versi questo fiorire di social simili a Clubhouse e che di fatto trasformano la passione degli utenti dei più comuni servizi di chat per le note vocali nella possibilità che chiunque (o quasi) possa cimentarsi in dirette audio rivolte, in potenza almeno, a un gran numero di ascoltatori ricorda il fascino senza tempo della radiofonia, quello che ha permesso negli anni alla “vecchia” radio di mostrarsi resiliente prima ai cambiamenti della dieta mediatica delle persone e alla digitalizzazione pervasiva e poi, più recentemente, alla pandemia.

Se la voce è il medium per eccellenza della vicinanza (tanto da essere classificato da McLuhan in “Gli strumenti del comunicare” tra quei media caldi e che richiedono una certa intimità tra emittente e destinatario del messaggio), il successo dei social voice-only o voice-first durante una pandemia che per mesi ha costretto le persone alla distanza fisica e a ridurre all’indispensabile le interazioni fisiche non sorprende.

Così come non sorprende l’aver riscoperto la voce – e la voce soltanto – dopo più di un anno letteralmente passato in videocall, che fosse per seguire lezioni in DAD, partecipare a delle riunioni in remoto o organizzare un videoaperitivo con gli amici. Diversi studi hanno dimostrato, infatti, che mostrarsi in videochiamata stanca, mentalmente certo ma anche fisicamente, tanto che qualche partecipante ha detto di sentirsi letteralmente «svuotato» dopo ore e ore di videocall. Se a questo si aggiunge che tenere la webcam del computer accesa per lungo tempo ha impatti notevoli sull’inquinamento digitale, dovrebbe essere più semplice capire quando arriva l’ora di spegnere le videocamere e concedersi semplicemente altro.

Per certi versi, così, i social network con al centro la voce potrebbero essere una soluzione alla cosiddetta “Zoom fatigue” (una sorta di versione 2.0 della più nota “pandemic fatigue” che insorge quando si è costretti a svolgere in remoto praticamente ogni attività quotidiana o quasi), soprattutto per chi sta sui social per cercare principalmente occasioni di svago.

Una delle motivazioni che tornano più frequentemente – in particolare quando viene chiesto alle big del social networking perché hanno scelto di “copiare” Davison e Seth e sperimentare social simili a Clubhouse – è l’essersi accorti di una sempre maggiore domanda da parte degli utenti di spazi in cui potersi cimentare in interazioni più informali. Certi che niente di quello che avviene in una stanza di Clubhouse o più in generale in una sessione di audio broadcast venga registrato, infatti, gli utenti potrebbero sentirsi più incoraggiati a prendere parte alla conversazione e a interagire tra di loro.

Senza l’inibizione della “memoria elefantiaca del Web” e la necessità di pensare all’immagine perfetta, al copy più funzionale, agli hashtag giusti per un post che rimarrà sul proprio profilo a tempo indeterminato e che potrà essere ritrovato in tutta facilità da chiunque e in qualsiasi momento, una chiacchierata su Clubhouse o uno dei suoi emuli potrebbe far tornare maggiore spontaneità negli ambienti digitali. È peraltro quello che è successo in parte con le Storie di Instagram, i cui contenuti temporanei hanno sollevato molti, giovanissimi soprattutto, dalla necessità di crearsi dei “finsta” attraverso cui potersi mostrare più vulnerabili, ma più veri.

Sicuramente le piattaforme che intendono puntare sulle dirette audio farebbero meglio a dotarsi non solo di policy dettagliate in materia di linguaggio dell’odio e cyberbullismo da far accettare ai propri iscritti, ma anche e soprattutto di meccanismi di controllo efficaci: è l’unico modo per evitare sul nascere querelle come quelle in cui proprio Clubhouse si è trovato al centro per via di abusi e zoombombing di cui sono stati vittime utenti di sesso femminile o appartenenti a minoranze soprattutto.

C’è un’ultima ragione, infine, che potrebbe aiutare a comprendere il recente successo delle piattaforme basate sulla voce. La voce è stata fin qui forse il medium più trascurato da influencer, content creator professionisti e chiunque per professione lavori sulla propria presenza digitale. Se è vero che l’influencer marketing è un mercato ormai maturo – almeno l’ influencer marketing dei post patinati su Instagram, delle bacheche perfette su Pinterest e via di questo passo – il “capostipite” e tutti gli altri social simili a Clubhouse potranno dare a chi crea contenuti la possibilità di tornare a sperimentare, divertirsi nel farlo e riuscire a creare in questo modo contenuti che siano davvero di qualità e di valore.

Questo è emerso dalla puntata del nostro format di live video, Inside Talk, del 19 febbraio dedicata al fenomeno Clubhouse, con ospiti Cristiano Carriero e Gianluca Lo Stimolo, e questo dimostrano nella prassi anche i primi passi che stanno muovendo gli influencer su Clubhouse.

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