Giovedì 12 Dicembre 2019
MarketingSpace advertising: la pubblicità nello spazio è davvero il futuro?

Space advertising: la pubblicità nello spazio è davvero il futuro?

Si moltiplicano i progetti e le startup di space advertising: qualche riflessione critica sul futuro della pubblicità nello spazio.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Space advertising: la pubblicità nello spazio è davvero il futuro?

Avrebbe un’audience potenziale di almeno sette miliardi di persone, la capacità di trasmettere tre o quattro messaggi diversi durante il giorno e un CPM nella media di quelli dei grandi network tradizionali. A guardalo così l’orbital display di Start Rocket sembrerebbe davvero l’inizio di una nuova era in cui i brand avrebbero tutto da guadagnare investendo in space advertising.

pubblicità nello spazio: l’ultima trovata di una startup russa

La storia della startup russa desiderosa di proiettare nello spazio i migliori marchi con cui «il cielo possa meravigliarci ogni notte» e grazie a cui non dovrebbero esserci più «posti brutti» – proprio queste le parole usate nella presentazione dell’orbital display – ha affascinato i media la scorsa primavera. Semplificando molto, la sua proposta è quella di piccoli satelliti che orbitino, all’unisono, a un’altitudine di almeno 450 chilometri e in grado di riflettere grazie a delle speciali vele la luce solare, in modo da creare una superficie di proiezione di oltre cinquanta chilometri, da sfruttare appunto per i messaggi pubblicitari. Non solo: la space advertising non è l’unico business in cui questa startup innovativa starebbe provando a penetrare; il sistema potrebbe rivelarsi adeguato anche al cosiddetto space entertainment – ossia alla proiezione nello spazio di contenuti multimediali a scopo di svago – ma non è escluso neanche che possa rivelarsi utile in caso di emergenze, se per caso saltassero i sistemi di comunicazione più tradizionali. Agli occhi degli sviluppatori, insomma, l’orbital display è già «il nuovo medium» del futuro.

Perché non è ancora tempo di space advertising…

Mentre si cercano finanziatori in vista del lancio ufficiale che dovrebbe avvenire nel 2021, c’è chi come TechRadar, ripercorrendo la storia della pubblicità nello spazio, prova a portare alla luce le criticità del progetto. Del resto non si tratta certo del primo tentativo di sdoganare la space advertising: l’ultimo decennio è stato costellato dalla nascita di progetti e startup dai nomi fantasiosi che, a più riprese, hanno dato per imminente la possibilità – ghiotta – per i brand di proiettare in cielo i propri loghi e i propri messaggi aziendali; di volta in volta a cambiare erano la tecnologia utilizzata, la durata per cui si garantiva la visibilità dei contenuti e via di questo passo; nella maggior parte dei casi, però, sono stati progetti di cui si è presto perso le tracce. I problemi principali sembrano legati ai costi di imprese di questo tipo, che difficilmente potranno essere ammortizzati nel breve periodo con i soli investimenti dei brand: innalzare eccessivamente il costo di uno slot pubblicitario nello spazio potrebbe dissuadere le aziende dall’investire parte del proprio budget in un mezzo nuovo e imprevedibile come questo, anche se – scommettono gli esperti – l’investimento non dovrebbe essere molto diverso da quello per un passaggio durante il Super Bowl o le gare più importanti dei Giochi Olimpici. C’è un problema di regolamentazione, poi, che sembra aver frenato fin qui l’avventura della pubblicità nello spazio ed è un problema che la space advertising sembra condividere, del resto, con le altre forme di space economy, dal turismo alla mobilità: di certo non aiuta in questo senso il carattere sovrannazionale della questione. Altri consistenti dubbi sono stati sollevati rispetto all’inquinamento atmosferico che potrebbero generare le affissioni spaziali, che del resto potrebbero disturbare soprattutto osservazioni, missioni e programmi spaziali.

…ma intanto spopolano sponsorizzazioni e product placement spaziali?

Mentre in laboratorio si lavorerà, insomma, a nuovi piani e a nuove tecnologie per il marketing interstellare, per molto tempo ancora la space advertising potrebbe concretizzarsi appena nelle sponsorizzazioni dei lanci o delle missioni spaziali o in un – pure sui generis – product placement. Che è, comunque, quello che le aziende fanno almeno dagli anni Novanta: un’azienda israeliana specializzata in latte e derivati, la Tnuva, fu la prima a girare un commercial su una stazione spaziale. Nel 2001, Pizza Hut fu la prima catena di fast food a consegnare una pizza a domicilio alla Stazione Spaziale Internazionale. Numerosi grandi brand, da Sony a Kodak, hanno fatto a gara per imprimere i propri loghi su tute e attrezzature di programmi e missioni spaziali, evidentemente consapevoli di che ritorno ciò avrebbe potuto garantire in termini di esposizione mediatica. Più di recente, Redbull e GoPro hanno sponsorizzato il lancio di Felix Baumgartner per superare il muro del suono e, parlando di imprese spaziali, non si può non citare la Tesla Roadster di Elon Musk utilizzata come pilota in un test sui satelliti artificiali.

I precedenti di brand diventati famosi per aver associato il proprio nome alle imprese spaziali, però, a ben guardare sono persino più vecchi: era la fine degli anni Sessanta quando Tang, un brand di bevande aromatizzate, divenne noto in tutto il mondo per essere stato scelto dagli astronauti e per uno spot in cui i suoi drink erano consumati «a gravità zero».

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