Spotlight Stories: il cinema, targato Google, ai tempi della realtà virtuale

Le Spotlight Stories propongono uno storytelling nuovo, pensato per la realtà virtuale e in cui lo "spettatore" ha un ruolo decisivo.

Spotlight Stories: il cinema, targato Google, ai tempi della realtà virtuale

Se almeno una volta vi siete chiesti a cosa servano davvero realtà aumentata e realtà virtuale e quali possano essere le loro applicazioni concrete nella vita di tutti i giorni, più che pensare a marketing e strategie di promozione “futuristiche”, dovreste guardare forse al campo dell’entertainment.

Qui potreste scoprire, per esempio, che mentre c’è chi sperimenta in grande per una televisione del futuro a ologrammi, c’è anche chi da qualche anno prova a rendere il cinema a portata di smartphone e non lo fa con l’ennesima app per lo streaming di contenuti, ma con il primo vero esperimento di storytelling per realtà virtuale.

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Il logo delle Google Spotlight Stories.

C’è lo zampino di Google: ATAP, il suo laboratorio di tecnologia avanzata, ha lanciato e continua lavorare infatti sulle Spotlight Stories, cioè il frutto dell’inventiva e della creatività di «artisti e tecnici che creano storie immersive a 360 gradi, per mobile VR», scrivono nell’introduzione ufficiale. Più concretamente si tratta di un’app da scaricare dal market store del proprio sistema e, una volta istallata, da utilizzare per guardare video interattivi a 360°. Meglio se dotati di visore per la realtà aumentata, anche nella versione cardboard ormai imitatissima anche dalle più economiche catene commerciali.

Perché le Spotlight Stories potranno cambiare lo storytelling audiovisivo?

Quello che conta nelle Spotlight Stories, del resto, non è tanto il come – nonostante da Google abbiano messo a disposizione di sviluppatori e filmaker di storie “immersive” per realtà virtuale una sorta di kit e istruzioni per l’uso per realizzare un prodotto ottimale – ma il cosa. I cortometraggi realizzati fin qui per le Spotlight Stories cambiano il modo stesso di pensare allo storytelling per il cinema e gli audiovisivi soprattutto.

Tanta letteratura di settore, infatti, ha vantato l’ascesa del prosumer, un consumatore di contenuti digitali che è sempre più anche produttore; pensiamo, ad esempio, alla grande mole di user generated content che circolano sulle piattaforme digitali. Finora però, se si escludono prodotti e progetti sperimentali e contenuti extra, a nessuno spettatore era toccato mai, per esempio, l’onore (e l’onere) di decidere le sorti della storia.

Nelle Spotlight Stories, invece, letteralmente tocca all’utente far succedere cose. Che vuol dire? È tutto più chiaro se si fa riferimento a “Buggy Night” uno dei primi cortometraggi disponibili. Limitandosi a guardare lo schermo del proprio smartphone si ha l’impressione che niente stia succedendo nella buia foresta in cui è ambientata la storia, mentre invece indossando il visore oculare per realtà virtuale e cominciando a muovere la testa ci si accorge, però, che basta posare lo sguardo nel punto giusto e la storia comincia, una rana dispettosa cerca di mangiare degli insetti notturni canterini e continua a farlo ogni volta che lo sguardo dell’utente cade su di loro. Ovvero, è lo sguardo dello spettatore a creare la storia.

Le implicazioni sono tante, sia a livello pratico che a livello di teoria narrativa. Si potrebbe immaginare uno storytelling “del futuro” in cui tocchi allo user stabilire, per esempio, i principali turning point della storia. Le Spotlight Stories rappresentano, in questo senso, un esperimento embrionale: sono molto semplici, anche graficamente, hanno una struttura lineare e non permettono ancora – cosa che, invece, sarebbe interessante poter fare – all’utente di scegliere tra più sviluppi narrativi diversi. In altre parole? Nella maggior parte dei casi si è liberi di volgere il proprio sguardo ovunque, le storie del resto sono dichiaratamente costruite per risultare quanto più possibile “immersive”. Finché non si poserà su un punto narrativamente “sensibile”, però, la storia non andrà avanti. Chiedetelo alla protagonista di “Rain or Shine”, l’ultimo dei cortometraggi rilasciati, che può restare interi minuti sotto la pioggia causata dai sui occhiali mentre vagate in giro per la città, un po’ naif, che gli sviluppatori hanno pensato per la sua storia. Il parallelo con le digressioni descrittive dei grandi romanzieri, a questo punto, potrebbe risultare più che spontaneo.

Spotlight Stories e cinema

Il ruolo decisivo dell’utente di Spotlight Stories pone, tra l’altro, un problema “strutturale”. È vero, infatti, che Regina Dugan (sviluppatrice di Google e responsabile del prodotto, ndr) alla prima presentazione sul palco di I/O si è riferita alle Spotlight Stories come a una nuova forma di cinema”. Si tratta davvero solo di questo? Ha senso ancora pensare a chi usa Spotlight Stories come a uno spettatore la cui attività si limita a vedere? La risposta definitiva la daranno usi e sviluppi di Spotlight Stories che, nel frattempo, nel tentativo di raggiungere un pubblico più ampio ha fatto in modo che chiunque abbia uno smartphone e un visore VR possa guardare i suoi corti direttamente da Youtube, senza il passaggio in app (da scaricare, istallare, etc) che potrebbe scoraggiare i più pigri. Di certo c’è che, intanto, anche il cinema più tradizionale sembra interessato alle Spotlight Stories di Google: uno dei corti è stato realizzato da Justin Lin, regista della saga “Fast and Furious”, hanno lavorato alle Spotlight Stories anche alcuni animatori della Dreamworks e c’è persino uno speciale esclusivo, una sorta di puntata ad hoc e “navigabile” a 360 gradi, per celebrare il 600esimo episodio dei Simpson.

In attesa che il catalogo delle Spotlight Stories si arricchisca? Un’altra cosa che potrebbero imparare dagli audiovisivi più tradizionali è, per esempio, la vocazione per la serialità. Se l’obiettivo degli sviluppatori è far in modo che gli utenti «si godano l’esperienza» – questa la tagline ufficiale – insomma perché non farlo creando per loro un modo a portata di mano in cui personaggi e situazioni si ripetono? In parte ci hanno già provato, proprio con “Buggy Night”: la foresta che fa da set alla storia, infatti, è la stessa di “Wind Day”, il primissimo corto rilasciato su Spotlight Stories.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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