Giovedì 22 Ottobre 2020
ComunicazioneFacebook ha risposto alle accuse di “The Social Dilemma” con un memorandum su big tech, trasparenza e responsabilità

Facebook ha risposto alle accuse di "The Social Dilemma" con un memorandum su big tech, trasparenza e responsabilità

"The Social Dilemma" è il documentario Netflix, piuttosto virale in queste settimane, che indaga su come le big tech (non) stiano affrontando le responsabilità che derivano dall'offrire servizi come quelli che offrono. Alle accuse Facebook ha risposto con un lungo intervento che ha il valore di una vera e propria memoria giudiziale.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Facebook ha risposto alle accuse di

Facebook ha risposto apertamente alle critiche mosse da The Social Dilemma, il documentario di Netflix diventato virale in queste settimane per le pesanti accuse che rivolge a big tech e gestori delle piattaforme digitali e per aver generato un’ondata di eliminazione di profili social, e lo ha fatto affrontando temi – dalla disinformazione all’ingerenza sui risultati elettorali, passando per la raccolta e la sicurezza dei dati personali – che sono temi chiave da sempre nel discorso su trasparenza, effetti e responsabilità legati all’uso delle reti sociali.

Il messaggio del documentario di Jeff Orlowski, già piuttosto acclamato al Sundance Film Festival prima di diventare un vero e proprio caso cinematografico, sembra del resto chiaro: le piattaforme social – o, meglio, i loro gestori – monetizzano sui dati che gli utenti disseminano in Rete, sfruttando anche a proprio vantaggio e in qualche caso addirittura incentivando comportamenti come la tendenza a condividere notizie sensazionali o poco verificate o quella a usare toni accesi e linguaggio offensivo e, ancora, a far dello scroll dei feed social un passatempo capace di fagocitare tutti gli altri. Da come funzionano gli algoritmi alla dipendenza da social network e gli effetti dei social media sulla salute mentale, passando per le responsabilità politiche delle piattaforme e dei loro gestori, tanti sono infatti i temi che The Social Dilemma prova ad affrontare con la formula mista del docudrama, ossia alternando finzione cinematografica e realtà documentaria.

Il docudrama sui dilemmi della silicon valley, raccontati dai pentiti della silicon valley

È davvero poco probabile che dopo la visione ci si ricordi dell’intreccio di The Social Dilemma o degli spezzoni, vagamente distopici e alla Black Mirror, che raccontano la storia (finta) di una famiglia i cui membri sono tanto impegnati a scrollare le bacheche social da non riuscire ad avere alcun dialogo durante la cena o da radicalizzarsi online e ritrovarsi in conflitto con le forze dell’ordine durante una manifestazione per colpa di Internet, come accade a uno dei figli.

Quello che senza dubbio si ricorda del documentario di Netflix e quello su cui non a caso la piattaforma ha giocato l’intera promozione è rappresentato dalle testimonianze di chi, come l’inventore del bottone Mi Piace” di Facebook o di uno dei design ethicist di Google, dopo un passato roseo e risultati ancora più rosei nelle big tech ha deciso di mollare tutto e cambiare completamente lavoro, in preda a dilemmi etici sul mondo che aveva contribuito a creare. The Social Dilemma cavalca in altre parole il filone – piuttosto di successo, sembrerebbe, considerando il numero di biopic, autobiografie, memorie pubblicati in questi mesi – dei pentiti della Silicon Valley. C’è del sensazionalismo, però, o almeno la ricerca di un effetto “wow”, di un effetto spiazzante, nel lasciare che a consigliare di cancellarsi da Facebook sia proprio un ex di Facebook. Da un lato, insomma, The Social Dilemma parla – e sa di parlare – soprattutto a un target preciso di apocalittici del social networking, già scettici nei confronti di piattaforme come queste e profondamente convinti della necessità di intervenire a normarne rigidamente l’uso o di boicottare i servizi digitali. Chiunque, del resto, può accorgersi empiricamente, al solo scorrere i propri feed, che si tratta degli stessi apocalittici che con più facilità hanno annunciato a gran voce il loro ritiro dai social dopo aver visto il documentario. Dall’altro lato l’operazione di Netflix e Orlowski sembra mancare di un vero e proprio rigore scientifico e documentario, provando a sostenere una tesi, ma senza mai di fatto citare almeno la tesi opposta e, cosa forse ancora più grave, senza mai di fatto approfondire la prima. Senza contare, ed è questa forse la critica più sistemica che si può muovere a The Social Dilemma, che gli atteggiamenti deplorevoli di Facebook, Google & co. da cui prova a mettere in guardia i propri spettatori sono gli stessi che, negli anni, hanno garantito il successo indiscusso di Netflix tra le piattaforme per lo streaming televisivo e, ancor più direttamente, che la visione del documentario fosse proposta a utenti interessati e in target rispetto al tema, tanto da diventare virale e argomento esso stesso di discussione sui social e di scalare per settimane la top ten di film e serie TV più visti su Netflix.

La pronta risposta di facebook alle accuse di “the social dilemma”

Difficile non aspettarsi una risposta da parte dei diretti interessati. Occorre sottolineare che in questi mesi proprio piattaforme e gestori hanno sentito da un lato una sorta di dovere a incentivare buone pratiche tra i propri utenti (” nudging “), anche per garantire un confronto costruttivo in un periodo storico di per sé complicato, e dall’altro sono stati costretti ad assumersi più responsabilità nei confronti di politica e istituzioni (si vedano soprattutto le udienze di Zuckerberg e degli suoi pari davanti al Congresso americano). Sul blog corporate il team di Facebook ha pubblicato, così, un lungo intervento – dal titolo, significativo, di “What ‘The Social Dilemma’ Gets Wrong” – in cui il docudrama di Orlowski è accusato di «aver seppellito la sostanza nel sensazionalismo» e aver perso l’occasione per «dare uno sguardo ricco di sfumature alla tecnologia», preferendo trovare «un facile capro espiatorio per problemi sociali complessi e difficili» da risolvere. Sette le (contro)tesi con cui da Menlo Park hanno provato a difendere il proprio lavoro e la qualità del proprio servizio di fronte ad altrettanto capi d’imputazione mossi da The Social Dilemma: (contro)tesi che, si accennava all’inizio, permettono a Facebook di affrontare dalla propria prospettiva temi chiave nel discorso su piattaforme digitali, trasparenza e pubblica accountability e che, per altri versi, possono sembrare una sorta di manifesto della compagnia.

facebook risponde a The Social Dilemma

Così inizia il lungo documento pubblicato sul corporate blog di Facebook in risposta alle accuse mosse da “The Social Dilemma” alla compagnia e ai suoi servizi. Fonte: Facebook

La prima ipotesi che si prova a smentire è che ci siano funzioni e meccanismi di Facebook progettati by design per creare dipendenza, ma comunque comuni alla maggior parte delle piattaforme social (basti pensare alle notifiche). La prova che il team di Zuckerberg produce a proprio favore è che da quando è cambiato il modo in cui vengono visualizzati i post di pagine e amici sul feed (ormai due anni fa) la compagnia ha perso almeno cinquanta milioni di ore al giorno trascorse su Facebook. Molta attenzione è posta poi alla questione algoritmi, dati, profilazione. Il documentario usa infatti un mantra piuttosto classico quando si parla di servizi digitali (“se non stai pagando un prodotto, allora il prodotto sei tu“) per insinuare il dubbio che i dati condivisi dagli utenti siano per Facebook moneta di scambio, nel senso più letterale del termine. Non è un mistero che ciò avvenga davvero, che Facebook e gli altri servizi digitali vendano, cioè, i dati in proprio possesso a partner terzi; fa tutto parte, però, del contratto che gli utenti leggono e sottoscrivono al momento dell’iscrizione a Facebook e, in parte sull’onta dello scandalo Cambridge Analytica e della perdita di fiducia che questo ha significato per le big digitali, Facebook starebbe costantemente lavorando in questi anni per minimizzare la quantità di dati raccolti di default e per permettere a ciascun utente di personalizzare le impostazioni riguardanti privacy su Facebook e profilazione. La quantità di fake news sul coronavirus circolate in questi mesi di emergenza sanitaria e il fatto che tra i principali hoaxer da pandemia ci siano stati soprattutto politici e media, ma anche una campagna al vetriolo per le presidenziali americane del 3 novembre 2020, hanno indotto The Social Dilemma a reputare le piattaforme social responsabili – o co-responsabili almeno – di alti livelli di disinformazione e di polarizzazione del discorso pubblico. L’estremizzazione delle posizioni è, però, una delle dinamiche di gruppo più tradizionali e in letteratura ci sono evidenze contrastanti rispetto alla formazione negli ambienti digitali di echo chamber e filter bubble . Dal canto suo, nel tempo, Facebook ha condotto molte iniziative contro le fake news e, più di recente, ha annunciato per esempio di voler bloccare i post troppo virali su Facebook, così come ha creato un Facebook Voting Information Center e fatto sapere che adotterà delle misure drastiche riguardo alla pubblicità politica su Facebook già all’indomani del voto americano, misure che integreranno le altre policy delle piattaforme per le sponsorizzate della campagna elettorale 2020.

facebook errori in the social dilemma

Alcuni degli “errori” che, secondo Facebook, ci sarebbero nel documentario di Netflix “The Social Dilemma”. Fonte: Facebook

La risposta di Facebook alle accuse di The Social Dilemma somiglia dunque, almeno a tratti, a una sorta di memoria giudiziale e, come tale, non manca persino di artifici retorici e affermazioni che suonano come un – forse poco adulto – “l’ho fatto perché lo stavano facendo tutti“. Proprio in questo modo, per esempio, Facebook ribatte all’uso di algoritmi «per migliorare l’esperienza delle persone» non poi così dissimili da quelli utilizzati da Amazon, Uber o la stessa Netflix. Non si può dire, però, che, dal canto suo, The Social Dilemma approfondisca sempre tutte le questioni che pone e che vada sempre molto a fondo dei cliché più mainstream su ambienti e piattaforme digitali o molto oltre frasi a effetto e buone candidate a trasformarsi in aforismi come quella, già diventata pop tra gli appassionati della saga, “come puoi uscire da Matrix se non sai di essere in Matrix?“.

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