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ComunicazioneTrump torna ad accusare le big tech di censura e, questa volta, fa causa a Facebook, Twitter e Google

Trump torna ad accusare le big tech di censura e, questa volta, fa causa a Facebook, Twitter e Google

C'entra soprattutto il grande ban subito a inizio 2021 in seguito alle rivolte del Campidoglio, ma non è la prima volta che l'ex presidente americano accusa piattaforme digitali e loro gestori di provare in tutti i modi a mettere a tacere voci contrarie a quelle democratiche.

trump ha fatto causa a facebook twitter e google

Che alimentino un «bias democratico» e antirepubblicano è un’accusa che risale almeno ai tempi in cui, in piena campagna elettorale per le presidenziali americane 2020, Twitter ha segnalato per la prima volta come «infondato» un tweet di Trump. Ora Trump ha fatto causa a Facebook Twitter e Google adducendo ragioni che non si discostano molto dall’idea che le piattaforme digitali facciano censura o, almeno, contribuiscano a creare una spirale del silenzio attorno a posizioni diverse da quelle democratiche.

Perché Trump ha fatto causa a Facebook Twitter e Google

Come racconta tra gli altri Reuters, infatti, Trump ha depositato presso la Corte distrettuale della Florida tre diverse cause contro le big tech già citate e i loro CEO, Mark Zuckerberg, Jack Dorsey e Sundar Pichai, accusandoli di aver violato il Primo Emendamento della Costituzione Americana sulla libertà di parola.

Il riferimento è, va da sé, alla grande “depiattaformizzazione” subita da Trump in seguito agli scontri avvenuti in Campidoglio lo scorso 6 gennaio 2021 durante la ratifica della vittoria di Biden. Convinte del rischio concreto che i post del politico potessero fomentare la violenza di piazza, le maggiori piattaforme digitali hanno bannato Trump, disattivandone nell’immediato profili e pagine e decidendo in seguito sulla natura definitiva – è il caso di Twitter che ha fatto sapere che non riattiverà l’account di @realDonaldTrump neanche se dovesse ricandidarsi a presidente – o solo a medio termine – per due anni, come ha deciso invece Facebook su impulso dell’Oversight Board – del ban.

Trump ha fatto causa a Facebook Twitter e Google, insomma, tornando a cavalcare l’argomento della censura e provando, soprattutto, a trasformarlo in una issue attorno a cui raccogliere consenso.

La notizia delle azioni legali in corso è stata data ufficialmente, infatti, durante il tradizionale evento inaugurale del Trump National Golf Club Bedminster, nel New Jersey. Qui, come riportano numerose testate, l’ex presidente repubblicano ha sottolineato che fare causa alle tre più potenti big tech serve certamente a «dire basta allo shadow ban , al tentativo di zittire, di mettere nella lista nera, bannare, cancellare certe idee» (l’uso del termine “cancellare” non è affatto causale: negli ultimi tempi Trump e i suoi sostenitori hanno spesso chiamato in causa la cancel culture, considerandosene tra le vittime).

Un’azione legale come questa dovrebbe servire però anche a scongiurare che, come hanno scelto di bannare il presidente uscente, le stesse big tech possano liberamente e indisturbatamente decidere di bannare chiunque altro.

Con il supporto dell’America First Policy Institute, una non profit che si occupa di diffondere idee e posizioni politiche vicine a quelle di Trump, e di una sua neonata costola, la Constitutional Litigation partnership , il tentativo sembra essere del resto quello trasformare l’azione legale di Trump contro Facebook, Twitter, Google e i loro amministratori delegati in una sorta di class action in rappresentanza di tutti gli iscritti che, su queste piattaforme, si sono visti ingiustamente bannati per aver espresso le proprie idee politiche e, più in generale, lesi nel diritto di essere informati e informarsi sentendo quante più voci possibile.

Così Trump continua a usare le vie legali per attirare attenzione sulle proposte politiche repubblicane

Quella dell’ex presidente americano, comunque, è soprattutto una mossa strategica e un tentativo di attirare l’attenzione dei media: ne sono convinti gli addetti ai lavori, che dubitano per altro che possa esserci un qualche seguito concreto alla notizia che Trump ha fatto causa a Facebook Twitter e Google.

L’ultima campagna elettorale presidenziale abbonda del resto di precedenti in cui ricorrere alle vie legali è stato, per entrambi le parti, poco più che uno stratagemma per provare a far valere le proprie posizioni. Il più noto è di certo l’ordine esecutivo con cui Trump ha bloccato TikTok in America a cui sono seguite non solo le interminabili trattative per l’acquisto della branca americana di ByteDance – la casa madre dell’app – ma, anche, una class action dei dipendenti americani della stessa ByteDance, per esempio, lesi negli interessi economici dalla decisione di Trump.
Già prima, però, qualcuno aveva fatto causa alla Corte Federale di New York chiedendo se fosse lecito che un politico come Trump bloccasse gli utenti su Twitter. Più di recente, racconta ancora Reuters, un giudice federale in Florida è intervenuto a dichiarare incostituzionale e a rendere per questo inefficace una legge statale da poco approvata che avrebbe permesso allo stato di penalizzare le piattaforme digitali che avessero bannato o ristretto la visibilità ai post di alcuni politici.

L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo ma, scrive sulla BBC l’analista James Clayton, si tratta di querelle legali che mostrano chiaramente soprattutto quanto i social media sono importanti per Trump, anche ora che «ha avuto tolto il suo megafono [ossia Twitter, ndr] e che corrono tempi difficili» per i tanto discussi piani per un nuovo social network di proprietà di Trump e per l’avventura di “From the Desk of Donald J. Trump” (una sorta di blog che l’ex presidente americano ha lanciato a inizio maggio 2021 e già chiuso).

«Una strategia chiave per il trumpismo è sempre stata essere in grado di parlare direttamente con gli elettori, bypassando i media tradizionali. Facebook in particolare si è dimostrato molto importante per Trump, dandogli accesso a milioni di americani al solo click di un bottone»

ha argomentato l’esperto. È una prospettiva, questa, che riempie di significato anche la tempistica con cui Trump ha fatto causa a Facebook Twitter e Google. Potrebbe trattarsi di una mossa come le altre per far sì che nell’agenda dei temi di pubblico interesse entrino le proposte dei repubblicani, presentate al Congresso a inizio luglio, per rivedere la tanto discussa – e già vecchio tema di campagna elettorale – Sezione 230 del Communications Decency Act.

È una sezione che, semplificando molto, sgrava le piattaforme digitali e i loro gestori dalla maggior parte delle responsabilità rispetto ai contenuti pubblicati dagli utenti al loro interno, di fatto confermandole nel semplice ruolo di piattaforme e non anche in quello di editori o media company. Una sorta di “scudo legale” troppo forte, è sempre stata la tesi di Trump e dei suoi sostenitori repubblicani, che ha messo fin qua le big tech anche nella posizione privilegiata di non dover pubblicamente rispondere di linee guida, policy o decisioni adottate, anche quando si avessero a che vedere appunto con questioni pubblicamente rilevanti come il deplatforming e il ban a vita di un presidente americano.

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