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ComunicazioneIl nuovo, piuttosto ideologico, social network di Trump sta per arrivare (questa volta davvero)

Il nuovo, piuttosto ideologico, social network di Trump sta per arrivare (questa volta davvero)

Non sono molti ancora i dettagli disponibili su TRUTH Social, ma è chiaro l'intento di proporlo come alternativa "non di sinistra" alle più comuni piattaforme digitali e questa volta il progetto di Trump potrebbe funzionare.

TRUTH Social

Si chiamerà TRUTH Social il nuovo social network di Trump, letteralmente qualcosa come il “social della verità”, e non si può dire che non sia una scelta già nel naming fortemente ideologica.

Come sarà fatto TRUTH Social, la nuova piattaforma di casa Trump

Anche nel comunicato stampa con cui in queste ore lo staff dell’ex presidente americano ha dato conferma ufficiale dell’arrivo dell’ormai tanto atteso – e tanto discusso – social network di proprietà di Trump pochi sono, per altro, i dettagli rispetto a come effettivamente funzionerà o cosa di potrà fare sulla nuova piattaforma repubblicana.

Al momento di certo c’è che si accederà a TRUTH Social solo su invito, ma ci si può già iscrivere sul sito per essere inseriti all’interno di una sorta di lista d’attesa. Il primo lancio dovrebbe avvenire in versione beta e solo per alcuni utenti selezionati entro novembre 2021; il roll out progressivo dovrebbe essere completato invece entro il primo trimestre del 2022[1], una data tutt’altro che casuale – ha fatto notare la stampa – dal momento che coincide con quella delle elezioni di metà mandato, spesso cruciali per valutare operato e tenuta effettiva della presidenza in corso e non meno al centro del dibattito politico.
In quell’occasione repubblicani, sostenitori di Trump o della destra radicale americana potranno riunirsi su TRUTH Social per commentare liberamente i fatti politici del giorno e interagire con chiunque lo vorrà: la nuova piattaforma social di Trump dovrebbe funzionare, infatti, per molti aspetti come un tradizionale social network, anche se lo staff non esclude che in futuro possa essere utilizzata per condividere news, podcast , programmi di intrattenimento, trasformandosi di fatto in un servizio video on demand per cui potrebbe essere richiesto persino di pagare un abbonamento.

L’ex presidente repubblicano sogna un social meno «di parte» (o, almeno, meno democratico) e non è la prima volta che prova a lanciarlo

Mentre i piani “contenutistici” per TRUTH Social sono insomma ancora piuttosto vaghi, quelli ideologici non mancano di definizione.

Commentando l’imminente lancio della piattaforma, Trump è tornato ad accusare i servizi digitali già esistenti e i loro gestori di soffrire di un certo “bias democratico”, rivolgendosi ai propri elettori per metterli in guardia dal fatto che mentre «i talebani hanno una presenza consistente su Twitter, il vostro presidente americano preferito è stato messo in silenzio e questo è inaccettabile. Sono eccitato all’idea di poter scrivere molto presto la mia prima VERITÀ su TRUTH Social. Il Trump Media & Technology Group (TMTG) è stato fondato con la missione di dare voce a tutti».

La retorica, quella sull’esistenza di voci e posizioni sistematicamente condannate negli ambienti digitali e dalle big tech alla spirale del silenzio e sull’essere stato personalmente vittima più volte di shadow ban se non di vera e propria censura, è la stessa che l’ex presidente repubblicano ha spesso sfruttato durante la campagna elettorale nel 2020. Campagna elettorale nel corso della quale, per altro, la stampa è tornata spesso a parlare di un social network “di” Trump, ogni volta che il politico manifestava la volontà di spostarsi e spostare le proprie community su piattaforme proprietarie per aver visto segnalato come «infondato» un tweet sul voto via posta, prima di essere sospeso temporaneamente su Twitter durante l’assalto al Congresso in occasione della ratifica della vittoria di Biden, il 6 gennaio 2021, e poi oggetto di deplatforming per via degli stessi fatti.

Già qualche mese fa il lancio di “From the Desk of Donald J. Trump”, una sorta di sito o blog personale molto “in stile” web 1.0, aveva fatto pensare che il tanto discusso social network di Donald Trump fosse finalmente arrivato. Fu, però, quello della “scrivania di Donald Trump” un flop quasi immediato per mancanza di iscritti, certo, ma anche e soprattutto per incapacità di attrarre investimenti pubblicitari.

Perché questa volta il social network di Trump potrebbe avere successo

Di diverso rispetto al tentativo precedente, e di potenzialmente in grado di assicurargli una certa indipendenza anche dagli investitori, TRUTH Social ha l’essere figlio della fusione avvenuta nelle scorse settimane tra il Trump Media & Technology Group (TMTG) e un’altra società, la Digital World Acquisition Corp., che avrebbe a disposizione al momento un capitale di quasi trecento milioni di dollari. È su una base finanziaria, almeno al momento[2], solida come questa che il TMGT può dirsi intenzionato a «creare un rivale al consorzio media liberale e combattere contro le big tech della Silicon Valley che hanno usato il proprio potere per silenziare le voci di opposizione in America», come si legge ancora nella presentazione della piattaforma.

A garantire successo maggiore a TRUTH Social potrebbe essere, però, anche il fatto che arriva in un momento in cui il pubblico, americano soprattutto (ma non solo: secondo Kaspersky oltre il 60% degli italiani sta vivendo al momento un vero e proprio “social dilemma”[3] e cambiando, cioè, radicalmente il proprio atteggiamento rispetto alle piattaforme digitali rispetto a qualche anno fa), sarebbe sfiduciato nei confronti dei social media tradizionali.

Dopo le rivelazioni della whistleblower Frances Haugen, Facebook in particolare si è ritrovato nell’occhio del ciclone accusato di essere consapevole dei rischi per la salute mentale corsi dai propri utenti più giovani e, per quanto riguarda più da vicino la politica e la politica americana, di premiare i contenuti più polarizzanti e, persino, di aver fatto poco contro i ribelli di Capital Hill che si organizzavano su gruppi privati e con profili fake.

Tra le altre accuse da cui Zuckerberg deve difendersi, mentre pensa a un rebranding che potrebbe passare addirittura dal cambiare il nome di Facebook e con più certezza dall’aumentare l’investimento sul metaverso , c’è anche quella del New York Post secondo cui, durante la campagna elettorale per le presidenziali americane 2020, avrebbe speso quasi 420 milioni di dollari per finanziare delle no profit piuttosto vicine al democratico Joe Biden[4].
Stando alla ricostruzione dell’inchiesta, mentre il voto americano si avvicinava il CEO di Facebook avrebbe ripetutamente finanziato soggetti come il Center for Technology and Civic Life e il Center for Election Innovation and Research che si definiscono formalmente come dei «vote navigator» «nonpartisan» e, cioè, come soggetti che hanno il compito di assistere gli elettori americani, tutti e indipendentemente dalle loro propensioni politiche, durante le operazioni e per ogni dubbio riguardo al voto.
Nel caso di specie l’accusa è che le no profit finanziate da Zuckerberg avrebbero sostenuto con convinzione pratiche, come il voto via posta, che hanno finito per favorire Biden in alcuni stati chiave per il risultato elettorale come la Georgia e il Wisconsin. Certo le inclinazioni conversatrici del New York Post e il suo essere di proprietà del gruppo di Rupert Murdoch non sono un mistero.

Indipendentemente, però, dall’affidabilità della fonte da cui provengono e da quanto sono verificate, accuse come queste non possono non minare la reputazione di Facebook e, più in generale, delle big tech tradizionali, lasciando spazio anche a iniziative chiaramente “di parte” come quella del TRUTH Social.

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