MacroambienteTurismo enogastronomico: numeri, trend e soluzioni dall’Italia

Turismo enogastronomico: numeri, trend e soluzioni dall'Italia

Tanti stranieri vengono in Italia allettati dal turismo enogastronomico. Lo stato dell'arte tra numeri, tendenze e soluzioni pensate ad hoc.

Turismo enogastronomico: numeri, trend e soluzioni dall'Italia

Ci sono trend più recenti come quello che ha visto l’Italia diventare una meta ambita per il wedding tourism, con decine di coppie straniere che l’hanno scelta per pronunciare il fatidico . E ci sono, invece, costanti nell’offerta turistica del nostro Paese come l’importanza, a livello di appeal per gli stranieri e non solo, delle sue specialità culinarie, gastronomiche e vinicole. Quando si pensa al turismo enogastronomico, insomma, non si può non pensare all’Italia: metafora del buon mangiare, della riscoperta dei ritmi slow e della stagionalità e della qualità delle materie prima, la cultura italiana quanto a cibo e dintorni è tra le più apprezzate e imitate a livello mondiale e un numero sempre crescente di turisti stranieri, così, scelgono ogni anno il nostro Paese attratti proprio dalla possibilità di immergersi in un viaggio di gusto, sensoriale, esperienziale.

Turismo enogastronomico: numeri e non solo

Lo dicono i numeri del “Rapporto sul turismo 2016” di UniCredit e Touring Club Italiano, per esempio: tra i fattori per cui i viaggiatori, soprattutto stranieri, scelgono l’Italia e tra quelli che giovano al nostro Paese i feedback migliori, subito dopo il patrimonio artistico culturale, ci sono la cucina (75%) e la qualità dei prodotti locali (69%). Il valore attribuito al made in Italy e ai suoi prodotti, insomma, è uno dei driver principali che fanno ancora del nostro Belpaese il leader mondiale e quasi indiscusso del turismo enogastronomico, tanto che anche l’Agenzia Nazionale del Turismo ha preso a considerare quest’ultimo come uno dei «cluster tematici di prodotto su cui basare la strategia di medio e lungo termine», come si legge in un documento programmatico.

Lo ha fatto probabilmente incoraggiata da altri numeri, quelli della Banca d’Italia sulla spesa turistica del 2015. Oltre 920mila sarebbero stati quell’anno i viaggiatori stranieri che hanno visitato l’Italia per una vacanza enogastronomica (cifra con cui si è registrato un +5,9% rispetto al 2014 e un +11,6% rispetto al 2012). E anche la spesa di questi viaggiatori interessati al buon cibo e al buon vino italiano sarebbe cresciuta rispetto agli anni precedenti (di un +54,8% in totale rispetto al 2012), incidendo sempre di più nell’indotto turistico nostrano e arrivando a toccare nel 2015 i 192milioni di euro.

Un ritratto del turista enogastronomico straniero in Italia

Vale la pena, a questo punto, provare a fare un ritratto degli affezionati del turismo enogastronomico in Italia. Tra gli stranieri, in particolare, i più propensi a venire in Italia anche e soprattutto per le sue ricchezze enogastronomiche sono francesi (25,9%), tedeschi (22,5%) e inglesi (16,9%). Chiunque abbia provato questo tipo di esperienza, però, si dice abbastanza o molto soddisfatto dell’accoglienza e dell’ospitalità italiana, tanto che l’Italia del turismo enograstronomico sembrerebbe meritarsi un voto medio di 8.

Gli italiani che scelgono l’Italia come meta di turismo enogastronomico

Non sono, però, solo gli stranieri che visitano le regioni italiane attratti dalle loro specialità culinarie. Secondo il “Primo Rapporto sul turismo enogastronomico italiano”, realizzato da un team di esperti guidato da Roberta Garibaldi dell’Università di Bergamo, anche per il 63% degli italiani l’offerta enogastronomica e la possibilità di fare esperienze legate all’enogastronomia sono un fattore «importante o importantissimo» nella valutazione della meta turistica e nell’ultimo anno è aumentato di quasi il 10% il numero di viaggi con motivazione primaria proprio un’esperienza di questo tipo. La ragione? Sta forse nel fatto che prendere parte a un’esperienza enogastronomica è, secondo il 66% degli intervistati, il modo migliore per conoscere davvero la cultura di un posto.

Quali sono, però, le esperienze più amate da chi fa turismo enogastronomico? Mangiare piatti tipici in un ristorante locale, visitare un mercato in cui siano venduti prodotti del territorio e comprare cibo da un food truck si dividono il podio delle tre esperienze enogastronomiche più comuni tra chi ha già fatto turismo di questo tipo e più desiderate da chi sta ancora progettando il suo viaggio dedicato a cibo e vino. Anche visitare ristoranti o bar storici, partecipare a eventi dedicati al food e visitare aziende locali del settore, però, sembrano essere esperienze a prova di turisti enogastronomici nostrani. Che, del resto, hanno anche le loro mete del cuore: Toscana, Sicilia e Puglia sono le regioni più amate dagli italiani che fanno turismo enogastronomico in Italia, seguite a breve distanza da Emilia Romagna, Campania e Lazio.

Come nel caso dei turisti stranieri che scelgono l’Italia come meta delle loro vacanze enogastronomiche, anche per i turisti italiani affezionati a questo tipo di viaggio è possibile tracciare un ritratto. Sono per lo più giovani appartenenti alla Gen Z o a quella dei Millennial (rispettivamente il 35% e il 26%). Soprattutto, sono mediamente interessati ai temi del bio e dell’ecosostenibilità: nella scelta della meta turistica si dicono, infatti, piuttosto attenti alla disponibilità sul territorio di prodotti di qualità contrassegnati dai marchi DOP, IGP, STG (74%), di prodotti biologici (62%) e di strutture ecosostenibili (60%). Dimostrano, poi, una certa vocazione digitale. Immediatamente dopo l’immancabile passaparola (scelto dal 44% di loro), tra le fonti principali d’informazione pre-partenza ci sono infatti Facebook (per il 36%) e i siti Internet che parlano di turismo enogastronomico (per il 33%) e, anche se più in basso nella classifica, anche TripAdvisor, YouTube, Instagram e i blog sono utilizzati come fonte d’ispirazione. I turisti enogastronomici sono, però, anche quelli che più di tutti gli altri si affidano per esempio agli intermediari online per la prenotazione di voli, hotel, escursioni e altre esperienze legate al food&wine (lo fa il 49% di loro contro il 38% di turisti tradizionali).

Durante il viaggio si danno poi all’arte del foodporn (20% contro 11%) o provano esperienze di social eating (9% contro 3%). Tutto ciò sembra contribuire a una “retention” migliore dell’esperienza di viaggio: le esperienze enogastronomiche, anche quando vissute nella loro versionedigitale”, rendono più inclini a suggerire la meta (è quello che dice il 62% degli intervistati) o a ritornarci (61%) e a comprare prodotti del luogo anche dopo il rientro a casa (52%).

Perché poche startup investono in turismo enogastronomico?

Ci sono altri numeri sorprendenti, però, nel Rapporto, quelli che danno una misura del patrimonio enogastronomico italiano. Sparsi per la penisola ci sono, solo per fare qualche esempio, 821 indicazioni geografiche food&wine, 586 ristoranti di eccellenza, 11.329 agriristori, 18.632 agriturismi con alloggio, 169 Strade del Vino e dei Sapori.

Turisti soddisfatti, aumento dei flussi (di addirittura un 5% solo nel 2015, secondo il Wine Monitor Nomisma) e della spesa turistica: quello che stupisce in un quadro come quello appena tracciato è, allora, la quasi totale assenza di startup che abbiano il loro core business nel turismo enogastronomico. Nonostante le recenti agevolazioni previste per le imprese e startup innovative e nonostante anche l’ecosistema italiano delle startup appaia in generale molto vitale, davvero pochi sarebbero i nuovi business che provano a sfruttare il food e le sue sempre più numerose derive hi-tech per inserirsi nel flusso turistico. Interessante appare a proposito lo scenario segnato da “Food & Turismo: Tempo di innovare”, una ricerca condotta dall’osservatorio DBJWatch. Ci sono tante startup (almeno il 56% di quelle analizzate) che, dal food delivery alla gestione della filiera, si occupano di cibo. E ce ne sono altrettante che operano, invece, nel settore turistico guardando soprattutto al booking e al discovering di servizi e prodotti aggiuntivi. Solo due startup su un campione di oltre 5mila avrebbero, invece, un profilo ibrido e si muoverebbero nel solco del turismo enogastronomico. Segno che c’è ancora molto da fare perché la cultura del digitale sia sfruttata pienamente anche in due settori strategici per l’economia nostrana come il food e il turismo.

Se molto è stato già fatto, insomma, per l’avanzata del food tech e di un turismo enogastronomico 2.0 nel nostro Paese, tanto è quello che rimane ancora da fare. E pensare che la maggior parte delle soluzioni sarebbero a portata di mano — meglio, di smartphone!— e che la stessa artigianalità che da sempre contraddistingue le soluzioni all’italiana potrebbe essere utilizzata per risolvere anche i più comuni, ma non per questo meno fastidiosi, problemi del turista straniero che arriva nel Belpaese, migliorando le performance quanto ad accoglienza e ospitalità turistica.

Una best practice tutta italiana

Così se almeno una volta vi siete trovati spaesati, seduti al tavolo di un ristorante all’estero, a chiedervi “e ora, cosa ordino?” davanti a un menù scritto completamente in lingua originale, potrete intuire, per esempio, l’utilità di una soluzione intelligente che aiuti anche i turisti stranieri a leggere le carte dei ristoranti e, quindi, a godersi in tutta sicurezza la loro esperienza culinaria.

È proprio questa l’ispirazione che una startup fiorentina ha seguito per inventarsi il primo sistema che sfrutta un QR Code — stampato sul menù cartaceo, sulla tovaglietta o su qualsiasi altro supporto messo a disposizione dai ristoratori— e una delle tante app in grado di leggerlo che si trovano su qualsiasi market store per tradurre in maniera istantanea, completa e nella lingua desiderata dal cliente il nome, gli ingredienti, le preparazioni e gli eventuali allergeni dei piatti della casa.

Perché non un’app? Perché qualsiasi facility per il turismo, enogastronomico o tradizionale che sia, non può non essere pensata e realizzata su misura del turista e delle sue esigenze. Così se «la lettura di un menù al ristorante è un evento momentaneo per il cliente, anche il servizio così deve essere istantaneo: se ci si pensa nessuno scaricherebbe un’app apposita appena seduto al tavolo soltanto per poter leggere un menù”, spiega in un’intervista ai nostri microfoni Sauro Benigni, tra gli ideatori di Smart Menu, la soluzione in questione. Soluzione che, tra l’altro, sembra andare incontro a una tipologia di turista completamente nuovo, sempre più informato, consapevole, che pretende di essere messo al centro dell’esperienza di viaggio. Nel caso della ristorazione ciò si traduce, a un livello zero, per esempio, nella corretta informazione su ingredienti e preparazione dei piatti che permette di scegliere con più sicurezza cosa si vuole mangiare e che evita la sgradevole sensazione tipica di chi viaggia di non sapere mai cosa arriverà sul piatto. Anche quando non ci sono obblighi di legge da rispettare, infatti, la chiarezza del menù è importantissima se si considera anche la sempre maggiore sensibilità quanto a uno stile di alimentazione sana, vegana o attenta alle allergie o intolleranze alimentari.

E non importa, in questo senso, la dimensione del business di cui si è responsabili. Tanto le attività a gestione familiare, quanto le grandi catene hanno molto da guadagnare in soluzioni innovative a portata di turismo enogastronomico come quella proposta dalla startup fiorentina. Le prime potrebbero trovare nel food tech un alleato strategico per andare oltre la possibilità di accontentare il cliente abituale o il turista italiano, per le seconde si tratta anche della possibilità di gestire al meglio il lavoro di sala, per esempio. «La costante necessaria per un utilizzo vincente di soluzioni come le nostre è semplicemente una location internazionale a portata di turisti — continua, infatti, ai nostri microfoni lo stratupper fiorentino— e la semplicità di utilizzo, per il resto, le rende adatte a ogni tipo di ristoratore, da quello tecnologico e a cui piace tener sotto controllo le statistiche a quello totalmente refrattario alla tecnologia».

Il risvolto della medaglia sono, però, le tante critiche a cui vanno incontro le soluzioni tecnologiche a prova di turista come questa. C’è chi dice che snaturino il concetto stesso di ospitalità o facciano a meno di quel contatto umano che è diventato nel tempo la via italiana alla ricettività turistica. Più realisticamente il food tech è nella maggior parte dei casi — anche quello in questione, in cui l’atto finale dell’ordinazione resta in capo alla tradizionale comanda raccolta fisicamente dal personale di sala — solo un facilitatore che permette l’incontro tra una domanda e una risposta sui generis, come quella di chi pratica turismo enogastronomico e di operatori che provano a pensare a soluzioni ad hoc. Per questo motivo la parola d’ordine sembrerebbe essere: distinguere. «Sarò sincero — conclude, per esempio, Sauro Benigni ai nostri microfoni — credo che la tecnologia nella ristorazione, almeno quella di un certo tipo, debba limitarsi ai servizi di prenotazione online, food delivery, recensioni, insomma tutte quelle cose che accadono prima e dopo e non durante l’esperienza al ristorante. Un discorso a parte andrebbe fatto, invece, per i fast food, dove il contatto umano è già di per sé assente: in questa fetta di mercato si dovrebbe applicare la tecnologia per ridurre code alle casse e migliorare la qualità del tempo di attesa dei clienti, cosa che in effetti sta già accadendo presso alcune strutture».

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Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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