Sabato 06 Marzo 2021
ComunicazioneTwitter lancia Birdwatch, uno strumento comunitario contro la disinformazione

Twitter lancia Birdwatch, uno strumento comunitario contro la disinformazione

Il suo funzionamento ricorda quello dei progetti wiki: sta agli utenti, infatti, segnalare contenuti controversi, informazioni infondate e bufale che circolano sulla piattaforma e correggerle. Anche per questo è spontaneo chiedersi se Twitter Birdwatch funzionerà davvero e se non abbia invece un significato decisamente più "politico".

Twitter lancia Birdwatch, uno strumento comunitario contro la disinformazione

I mesi passati, complici l’emergenza sanitaria, le rivolte di piazza del movimento #BlackLivesMatter, la campagna elettorale per le presidenziali americane, sono stati letteralmente di fuoco in questo senso, ma non si può dire certo che dal social dei cinguettii non abbiamo provato a limitare la diffusione virale di fake news , notizie e media manipolati. Lo hanno fatto spiegando perché determinati argomenti o hashtag finiscono tra le tendenze del giorno su Twitter, per esempio, o rendendo impossibile il retweet automatico e persino segnalando per la prima volta come “infondato” un tweet di Trump, prima di sospendere «a tempo indeterminato» il profilo Twitter dell’ex presidente degli Stati Uniti dopo i fatti di Capital Hill. Contro la disinformazione, e mettendo a frutto gli insegnamenti più recenti, arriva così Twitter Birdwatch.

Cos’è e come funziona twitter birdwatch

Il nome del nuovo strumento di Twitter contro le fake news allude all’attività di osservare attentamente cosa fanno uccelli e volatili (il birdwatching è praticato da molti per passione, come attività ludica ma anche in forma agonistica). È proprio così, del resto, che funzionerà Twitter Birdwatch: ci saranno utenti che osservano cosa gli altri iscritti fanno su Twitter, la qualità di informazioni e contenuti che condividono con i propri follower attraverso i cinguettii e quanto le stesse informazioni e gli stessi contenuti siano verificati o verificabili; sulla base di questa osservazione, ogniqualvolta si imbattono in tweet fuorvianti, possono scrivere delle note sul sito ufficiale e lasciare che anche gli altri “birdwatcher” dicano la propria a proposito o si esprimano su quanto utile sia stata la propria segnalazione. Per ogni tweet infondato, per ogni informazione o contenuto controverso intercettato su Twitter si potrebbe venire a creare, insomma, una sorta di conversazione “parallela” che lo smentisca o lo rettifichi, come del resto in parte già avviene spontaneamente sotto a molti cinguettii sui generis, specie se di personaggi pubblici, grazie a @reply e @menzioni.

La differenza principale risiederà nel fatto che gli utenti coinvolti saranno non di certo pochi, dal momento che la piattaforma avrebbe intenzione di reclutarne fino a 100mila, ma sicuramente selezionati: c’è una pagina per candidarsi come “birdwatcher”  in cui sono riassunti i requisiti indispensabili per farlo e tra questi sono elencati l’avere un profilo completo di email e recapiti telefonici, l’utilizzare l’autenticazione a due fattori e, soprattutto, il non essere mai stati segnalati in prima persona per violazioni di linee guida e regole della piattaforma. Ancora, in una fase iniziale – il servizio è disponibile momentaneamente solo in America e in una versione beta – le osservazioni e le note degli utenti arruolati per scovare tweet malevoli saranno disponibili solo sul sito di Twitter Birdwatch e non anche nel normale feed di Twitter: serve a lasciare che i partecipanti «prendano confidenza con come si crea un contesto che le persone trovino appropriato e d’aiuto» per interpretare correttamente quello che leggono online, scrivono nella presentazione ufficiale dello strumento. Non è escluso però che, in un secondo momento e quando tutto sarà rodato al meglio, note e osservazioni dei “birdwatcher” su tweet e conversazioni potenzialmente foriere di disinformazione finiscano nel flusso originario di Twitter o siano utilizzate dalla piattaforma per decidere che tweet mostrare nei feed agli utenti e in che ordine o sulla base di cosa consigliare tweet e account raccomandati.

Può uno strumento basato sull’intelligenza collettiva essere davvero utile contro la disinformazione?

Dopo aver intensificato in questi mesi l’uso delle etichette per segnalare tweet contenenti bufale e informazioni non verificate e preso posizione, tra i primi, contro i deepfake su Twitter, senza che venga da pensare allo stesso tempo che sia intenzionata a interromperne l’utilizzo o a chiudere i rapporti con moderatori e fact-checker terzi che fin qui si sono occupati di mantenere un buon ambiente informativo e un clima di conversazione equilibrato all’interno della piattaforma, la compagnia sembra aver adottato con Birdwatch un approccio decisamente più «community-driven». Questa sorta di “revisione tra pari” si rivelerà efficace, però, quando in gioco c’è la circolazione di cattiva informazione potenzialmente capace di nuocere – e fake news e complottismi sui vaccini e sul voto americano del 4 novembre sono solo gli esempi più recenti e vividi – la buona gestione della cosa pubblica e il bene comune? A convincere Dorsey and co. a delegare, almeno in parte, fact-checking e debunking a un esercito di “birdwatcher” devono essere stati da un lato la propria esperienza quotidiana e dall’altro tanta entusiasta letteratura su intelligenza collettiva e smart mobs. Come già si accennava, infatti, gli hoaxer di professione e chi è abituato a condividere dal proprio profilo bufale e notizie manipolate ad arte fanno i conti ogni giorno con la possibilità che altri utenti arrivino a smentirli pubblicamente, sotto il proprio stesso thread. D’altro canto, il successo ventennale di Wikipedia dimostra come gli utenti siano disposti a collaborare anche gratuitamente – e, in effetti, non è prevista al momento alcuna retribuzione per i partecipanti a Twitter Birdwatch – in vista di un risultato utile, proficuo e positivo per tutti. Certo una possibile obiezione è che una cosa è sfruttare un approccio collaborativo e il modello wiki quando si tratta di condividere conoscenza e un’altra, in parte diversa, è provare a farlo quando da combattere ci sono disinformazione e post-verità. La controbiezione possibile è, però, che anche su Wikipedia non sono mancati episodi in cui si è già dovuto ricorre all’intelligenza collettiva per smentire informazioni false e contenuti controversi: basti pensare alle cosiddette “edit war”, fatte di modifiche malevole a voci Wikipedia che hanno l’obiettivo di screditare la persona in questione nel caso in cui si tratti di pagine biografiche o, non meno frequentemente, di negare fatti storici.

Cosa c’entra birdwatch con la tanto discussa necessità di rendere le piattaforme più responsabili

Se si guarda al lancio di Twitter Birdwatch in una prospettiva più ampia, e tenendo conto soprattutto dell’acceso dibattito sulla responsabilità delle piattaforme riaperto dal grande ban di Trump dalle principali piattaforme digitali, la scelta di Twitter può apparire però decisamente più “politica”. Lasciare direttamente alla propria community il compito di vagliare l’appropriatezza dei contenuti che ogni giorno circolano sulla piattaforma, specie se quella dei birdwatcher dovesse diventare l’unica forma di supervisione esistente su Twitter (al momento non sembra però così probabile), potrebbe essere un modo, neanche troppo implicito, per rimarcare il proprio non essere una media company e non poter essere considerati per questo responsabile per quello che i propri utenti condividono. Sono posizioni e argomentazioni, queste ultime, largamente condivise in passato dalle big tech tutte le volte in cui si sono ritrovate davanti ai “controllori” e che potrebbero tornare a risuonare ora se davvero si deciderà di intervenire su leggi e normative che affrontano la questione della responsabilità dei gestori delle piattaforme. Molto più pragmaticamente, in vista della tanto discussa possibile revisione della Sezione 230 del Telecommunications Act americano del ’96, decentralizzare il controllo dei contenuti è (anche) un atto di (auto)deresponsabilizzazione da parte di Twitter?

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